Nel numero di Survival & Reporter da qualche giorno in edicola potete trovare una bella intervista a Stefano Gregoretti, l’endurance athlete, che con le sue avventure ha esplorato i luoghi più remoti e ostili della terra. Di lui dalla pagine di questo blog abbiamo scritto più volte, raccontando la sua ultima straordinaria avventura in Kamtchatka, dove insieme a Ray Zahab Gregoretti stava cercando di portare a termine la traversata dell’estrema penisola russa.

Oltre 500 km in situazioni climatiche estreme, con temperature che oscillano tra i 20 e i 40 gradi sotto zero. un’avventura che si è conclusa quando mancavano 100 chilometri all’arrivo, per via delle avverse condizioni meteo.

L’intervista

Al suo rientro in Italia la redazione di Survival & Reporter ha intervistato Stefano Gregoretti e si è fatta raccontare cosa si prova prima, durante e dopo le sue imprese ai limiti della sopravvivenza. Perché Gregoretti non è nuovo ad avventure di questo tipo. Nel 2018, ad esempio, aveva corso la TransNamibia. Prima ancora aveva percorso in fat bike i 250 km dell’isola di Baffin nell’Artico Canadese. E ancora, c’è stato il deserto di Atacama, in Cile, e l’attraversamento di tre regioni del Nord del Canada a piedi, con gli sci e in fat bike.

Molto più di un ultrarunner o di un endurance athlete. Stefano Gregoretti è anche un esploratore. Perché, come lui stesso afferma “quando sei sul posto per trovare la rotta tutto quello che avevo visto dalle mappe o da Google Earth non valeva più. Dovevo semplicemente guadagnare un punto più alto, come si faceva una volta, 50 anni fa o 4mila anni fa, per leggere il territorio dall’alto e capire se da lì si poteva passare o no. Tutte le volte che potevo salivo ed esploravo il territorio coi miei occhi e decidevo dove passare. Avevo una rotta stabilita, ma era una cosa generale, la rotta particolare me la dovevo costruire io guardando con gli occhi dove dovevo passare”.

Continua a leggere l’intervista sul numero di Survival & Reporter in edicola.