La nostra recensione del libro di Mark Twight.

Mark Twight è stato uno degli alpinisti americani più anticonformisti. Sono famose le sue ascensioni. Ha compiuto la prima salita in solitaria della Via dei cechi sul Pik Communism, il più veloce Slipstream nelle Canadian Rockies. E poi, sempre in solitaria, il Mount Hunter in Alaska, alcune delle più difficili del gruppo del Monte Bianco. Ultima, ma non per importanza, l’epica no-stop di sessanta ore sulla Diretta ceca al McKinley.

È stato istruttore di arrampicata e tecniche di sopravvivenza per le forze speciali dell’esercito, e ha lavorato come consulente e distributore per alcune importanti aziende del settore di capi tecnici per il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. e ancora, Mark Twight è stato il fondatore di Gym Jones, dove ha allenato atleti (inclusi combattenti MMA, giocatori NFL e ciclisti professionisti), personale militare e attori.

“CONFESSIONI DI UN SERIAL CLIMBER” è una raccolta di scritti prodotti tra il 1985 e il 2000, proposti volutamente non in ordine cronologico, che accompagna il lettore in un percorso spigoloso, difficile, nel corso del quale risultano indispensabili pause riflessive.

Twight mette così a nudo la rabbia del lettore, spinta emotiva fondamentale per comprenderne la sua. Una rabbia contro la stupidità e la mediocrità. Dal Monte Bianco all’Himalaya, dal Canada al Palmir, alpinismo estremo e musica punk, tecnica e fragilità, amori e morte.

Un thriller carico di cinismo ed ossessioni, disprezzo e contraddizioni, dallo spot in Antartide per un’azienda produttrice di sigarette fino alla possibilità di un futuro nella cinematografia: “…altri sono scomparsi, fagocitati dal business, e hanno sostituito la montagna con un mucchio di grana. Potrei farlo anch’io, ma credo che mi ucciderebbe”.

Quello di Mark Twight è però anche un omaggio agli amici e partner di arrampicata che non ci sono più, come Alison Hargreaves (madre del recentemente compianto Tom Ballard), Philippe Mohr e Fred Vidal. Un atto sentito e dovuto perché, come scrive, “…ad alcuni ho detto che gli volevo bene. E per quanto riguarda altri, beh, spero che lo avessero capito, perché io non gli ho mai detto una parola”.

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Confessioni di un serial climber