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bimestrale di survivalismo

Autore: Alberto Palladino

Chi è Daniele Nardi? Ecco il suo messaggio per Survival&Reporter (Audio)

Quando ho sentito questa voce era ormai troppo tardi. I corpi di Daniele Nardi e Tom Ballard erano stati avvistati da qualche ora. Un’immagine sgranata, lontana, due macchie di colore…

Quando ho sentito questa voce era ormai troppo tardi. I corpi di Daniele Nardi e Tom Ballard erano stati avvistati da qualche ora. Un’immagine sgranata, lontana, due macchie di colore semi sommerse da un oceano di crudelissima neve. La montagna se li era presi e li teneva con se lassù. Eppure io stavo sentendo la voce di quell’uomo che per mesi aveva saputo catturare l’attenzione, l’affetto e le speranze di una intera Nazione, e portarla su in vetta con lui. “Un ragazzo di pianura” è questo che sento nel messaggio vocale. E’ Daniele che parla.

Gli avevamo chiesto un’intervista qualche mese fa per inserirlo nel prossimo numero di Survival&Reporter, magari per festeggiare con lui la conquista della vetta e l’apertura della nuova via sul Nanga Parbat. Chiaramente ci eravamo resi conto che la preparazione di una tale avventura avrebbe limitato fortemente il tempo a disposizione per le interviste ma alla fine, quando quasi non ci speravamo più erano arrivati questi messaggi vocali. Otto registrazioni fatte con il suo cellulare appoggiato chissà dove magari in pausa tra un allenamento e l’altro o prima di una conferenza, otto volte la voce d’un solo uomo che si racconta e decide di farlo con una domanda: ”Chi è Daniele Nardi?”

Come se nella frenesia della preparazione, nella corsa al raggiungimento della forma fisica perfetta, e alla vigilia di una così importante spedizione si sia voluto ricordare di se stesso per un secondo. Fare il punto. Raccontarsi.

Nella tragedia della sua scomparsa ci resta di lui il ricordo che ci ha saputo lasciare attraverso i messaggi dei social, i video, le trasmissioni, ma questo ci piace pensarlo non come un messaggio pubblico, gettato nella baraonda dei network televisivi o di internet, ci piace pensare che questo messaggio, dettato in solitaria al microfono di un cellulare, sia qualcosa di privato, di intimo, di unico.

Come se Daniele ci avesse voluto parlare di lui, uno ad uno, sentendosi libero di raccontarci cosa veramente fosse il suo alpinismo.

“Siamo esseri spirituali”, dice la sua voce registrata, e quello spirito non è rimasto sulla via ghiacciata del Mummery, anzi, è tornato indietro, alla sua valle, alle sue vette, ai suoi affetti ed infine a tutti noi.

Daniele Nardi era un ragazzo di pianura, che ha aperto la via all’impossibile.

Di Alberto Palladino e Davide Di Lelio

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Fox forest. Modernizzare un coltello vintage

Il Fox Forest à un classico coltello fulltang da caccia dal design inconfondibile, punta acuminata, lama da 16 cm spessore 4mm in acciaio 440.La versione “survival” è dotata fodero misto…

Il Fox Forest à un classico coltello fulltang da caccia dal design inconfondibile, punta acuminata, lama da 16 cm spessore 4mm in acciaio 440.La versione “survival” è dotata fodero misto cuoio/sintetico con tasca che ospita la pietra per affilarlo e, venendo commercializzata tra gli anni 80 e 90, come tutte le lame del periodo d’oro del survival in Italia è provvisto dell’immancabile dorso seghettato.

Per quanto mi riguarda il coltello è il giusto compromesso tra peso/leggerezza, lunghezza della lama e dimensioni delle mie mani, quindi trova sempre spazio nello zaino in qualsiasi escursione, e per i lavori più gravosi si passa direttamente all’accetta. Come lama da survival oggi esistono soluzioni molto più performanti, ma avendomi accompagnato un po’ ovunque nel mondo senza mai deludermi non ho ancora sentito il bisogno di relegarlo a una meritata pensione.

La lama ha retto bene questi 25 anni e non ha mai avuto necessità di essere affilata da un arrotino, rimanendo efficiente anche solo con manutenzione casalinga. La ridotta sega sul dorso ormai è passata di moda, ma io continuo a trovarla utile per produrre velocemente segatura da usare come esca, oppure per ricavare intagli precisi per piccole costruzioni in legno secondo le tecniche froissartage.

Qualche upgrade mi sono sentito comunque di farglielo, senza andare a intaccare il suo fascino vintage. Il manico è stato ricoperto con qualche metro di paracord, utile anche per migliorare la grip. Altro metro di paracord (nella versione dotata di filamento centrale infiammabile uso esca) è andato a sostituire la stringa di cordino originale, per fissare saldamente il fodero alla gamba.  Questo paracord risulta particolarmente utile quando necessita un metro di corda subito disponibile, senza stare a srotolare quella sul manico.

La tasca nel fodero è stata leggermente scucita per allargarla senza comprometterne la robustezza, ricavando spazio per un minikit di sopravvivenza alloggiato in una banale scatoletta di plastica porta chiodi da ferramenta, e sul fondo ho alloggiato una piccola torcia a led lunga esattamente come la larghezza della tasca stessa. A lato della scatola si riesce agevolmente a infilare un robusto acciarino, e rimane spazio per un  economico neck knife per lavori di fino dove la lama principale risulta troppo ingombrante.

Nello spazio libero sul fodero ho aggiunto elastici utili per connettere eventuali accessori (per quanto cerco di evitare di trasformare sia foderi che zaino in “alberi di natale” ambulanti, fissando fuori troppa roba traballante) oppure per riutilizzarli per legature, fionda ecc

Il minikit nella scatoletta contiene :qualche fiammifero impermeabilizzato con la cera, un’esca in cotone, delle spille da balia e ago, una micro cyalume, ben due metri di nano-cord, un foglio di alluminio per costruire contenitore d’emergenza , segnalazioni ecc, due pasticche depuratrici micropur, pillpack (antidolorifico+antibiotico a largo spettro), una lama taglierino, un chiodo, l’immancabile bussola, un fischietto, una bustina di Celox in polvere, del disinfettante in bustina, 10 cm di cerotto in nastro ripiegato, 15 cm di nastro americano piegato ed infine una matita ed un foglietto di carta.

Di Riccardo Gallino

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Cinque cose inquietanti e misteriose scoperte su google earth

Avete mai sorvolato la Terra con Google Earth? be’ fatelo potreste incappare in cose molto molto strane…

Quanti di noi non hanno mai “viaggiato” saltellando qua e là per il globo terrestre grazie al mitico Google Earth? C’è chi si sente un alieno che osserva la Terra dal suo Ufo, chi gioca a fare Superman, chi invece semplicemente ci pianifica le vacanze. Ma che succede quando l’occhio onnipotente del satellite ci mostra quello che qualcuno non voleva farci vedere? Ecco cinque posti strani selezionati e “screenshottati” per voi da Survival&Reporter.

Numero 1: Il guardiano delle Badlands

Situato sulle formazioni rocciose tra l’Alberta e il Saskatchewan, in Canada, questa strana faccia indiana sembra vegliare sulle terre dei suoi avi indossando il tradizionale copricapo piumato.

Numero 2: Il lago umano

Nei pressi di Bauru in Brasile c’è questo strano lago artificiale a forma di uomo con braccia e gambe aperte come a dire: “Vieni a tuffarti in me….”

Numero 3: Cerchio nel deserto

Nel deserto del Nevada oltre alla scintillante Las Vegas si trovano l’Area 51 e questo…. saranno collegati?

Numero 4 : Il pentacolo Kazaco

In una località sperduta del Kazakistan, segnata sulle mappe come
Lisakovskaya Pentagram dell’URSS, si trova questo simbolo satanico… o è solo un parco dedicato alla stella rossa del comunismo?

Numero 5: La F…aglia sudanese

Si lo so… in ogni caso questo posto esiste e si può visitare nel Gharb Darfur, in Sudan. Che dire? la Terra è donna.

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Il mistero di Iram. L’Atlantide del deserto

Nel deserto dell’Oman è sepolta una città millenaria. Iram l’Atlantide del deserto.

Il Rub’ al-Khali

Nell’infuocato oceano di roccia e sabbia che copre la penisola arabica c’è una leggenda millenaria che racconta di Iram, la città scomparsa. Una “favola” tramandata di bocca in bocca da generazioni di mercanti, beduini, avventurieri e profeti che in quel deserto infinito hanno viaggiato come marinai. Si tratta di una storia così antica da essere citata nei testi sacri ebraici e nel Corano, dove, realtà storica e religione, si fondono in una misteriosa ucronia.

Nel folklore arabo si racconta di una ricchissima città carovaniera sorta nel 3000 a.C. nel deserto del Rub’ al-Khali, nellattuale Oman, e diventata florida e prosperosa grazie all’afflusso di rotte carovaniere che vi facevano tappa sulla via dell’incenso e grazie alla scoperta di una ricca oasi sotterranea. Questa città veniva chiamata Iram dei Pilastri (arabo: Iram at al-‘imad), anche detta Ubar, o “la Città d’Ottone”.

Per secoli la città rimase avvolta nel mistero tanto che per molti la sua esistenza non era che il frutto di storie fantastico come quelle raccolte nel ciclo letterario de “Le mille e una notte” in cui proprio la città di Iram viene citata nel ”Racconto della fanciulla con le due cagne” come un luogo dove gli abitanti sono stati trasformati in pietra e dove chi vi arriva può portare via le ricchezze che trova: “Ath-Thaâlibi racconta: «Avvenne che due uomini entrarono in quella caverna e trovarono da una parte dei gradini, vi discesero e scoprirono una cripta lunga cento cubiti, larga quaranta cubiti, alta cento cubiti; nel centro della cripta c’era un trono d’oro e un uomo di vasta corporatura occupava tutto il trono, per lungo e per largo. Portava tuniche intessute d’oro e d’argento, e aveva sulla testa una tabella d’oro con un’iscrizione. I due la presero, e portarono via da quel luogo tutto quel che poterono caricarsi di verghe d’oro e d’argento e di altre cose». (Le mille e una notte)”

La grotta/cisterna sotto Iram

Ma cosa successe ad Iram? Nel Corano (89, 6-8) è scritto che la città fu punita assieme alla tribù di ‘Ad, pronipoti di Nhu (Noè), quando il re Saddad sfidò gli avvertimenti del profeta Hud e Allah scatenò una tempesta di sabbia che cancellò la città seppellendola da qualche parte sotto le sabbie del Rub’ al-Khali. «Girando allora il suo volto verso il cielo, disse: “O Dio del cielo, io ti chiedo la pioggia per il mio popolo: sii il nostro protettore”. Nello stesso istante apparvero tre nuvole; la prima era rossa, la seconda nera e la terza bianca. Da queste nuvole uscì una voce che diceva: “Quale vuoi che si diriga verso il tuo popolo?” Qāʾil si disse tra sé e sé: “Se questa nuvola rossa si dirigesse verso il mio popolo, non ne scaturirebbe pioggia, del pari la nuvola bianca, restasse anche tutto un giorno, non ne uscirebbe pioggia. È la nuvola nera che assicura la pioggia”. Allora Qāʾil disse ad alta voce: “Chiedo che questa nuvola nera vada verso il mio popolo”»( Ṭabarī, Dalla creazione a David, in op. cit., pp. 116. Storia del profeta Hūd.)

Ma se tutto questo trovava riscontro nelle fonti storiche e religiose per secoli non aveva mai avuto una controprova scientifica. Nel II secolo d.C. Claudio Tolomeo disegnò una mappa con una regione abitata da un popolo chiamato Iobaritae, ossia Ubariti, dal nome leggendario della città Ubar, ma si dovette attendere fino agli anni ottanta per avere le prove certe della sua legendaria esistenza, quando un gruppo di archeologi grazie alle immagini satellitari della Nasa, alle penetrazioni del sistema Spot e Landsat e, più avanti a immagini scattate dallo Space Shuttle, per identificare antiche vie carovaniere per il commercio dell’incenso e scoprire dove convergessero.

L’avventuriero Ranulph Fiennes, l’archeologo Juris Zarins, il regista Nicholas Clapp e l’avvocato George Hedges esplorarono l’area in molte occasioni. I ricercatori si fermarono presso un pozzo chiamato Ash Shisa, e nei pressi dell’oasi scoprirono un sito precedentemente identificato come il forte di Shis (XVI sec.). Gli scavi hanno scoperto un insediamento anteriore e artefatti provenienti da altre regioni. Questo forte più antico era costruito sopra una caverna di calcare che poteva contenere una fonte d’acqua, rendendolo un’importante oasi lungo la via commerciale per Iram. Una volta che il livello dell’acqua si era abbassato, la struttura si era indebolita fino al collasso della caverna tra il 300 e il 500 d.C. che distrusse l’oasi. Altre quattro campagne di scavo sono state condotte dal dott. Juris Zarins, tracciando la presenza storica della tribù di ‘Ad, i presunti costruttori di Iram.

Cosi la città di Iram o Ubar tornò alla luce cn il suo carico di misteri e storia che già aveva affascinato Lawrence che l’aveva ribattezzata l’Atlantide del Deserto.

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