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La tua guida per l'avventura

Autore: Ilaria Pedrali

Le donne che salvano l’Africa dal bracconaggio

Il bracconaggio in Africa è una piaga dura a rimarginarsi. Ma grazie al coraggio di donne come le Akashinga arriva un barlume di speranza. Sono donne ranger, che vengono chiamate…

Il bracconaggio in Africa è una piaga dura a rimarginarsi. Ma grazie al coraggio di donne come le Akashinga arriva un barlume di speranza. Sono donne ranger, che vengono chiamate anche “brave ones”, le coraggiose. Proteggono una riserva naturale dello Zimbabwe dove vivono 11mila elefanti a rischio estinzione, insieme a rinoceronti e altri animali che sono prede allettanti per i bracconieri. Sfidano i pregiudizi di un mondo tutto al maschile e combattono attivamente il bracconaggio. 

le fasi di addestramento delle Akashinga

L’unità è la seconda di questo tipo a mondo: prima delle Akashinga sono venute le Black Mambas in Sud Africa. Ma le donne dello Zimbabwe hanno una storia del tutto particolare, che le mette di diritto in cima alla classifica delle più determinate a proteggere gli animali. Stando al parere degli esperti dell’Iapf, la Fondazione internazionale anti-bracconaggio, queste squadre di donne sono più efficaci dei loro colleghi maschi perché meno suscettibili alla corruzione e considerano moltissimo il loro ruolo e l’opportunità che è stata loro data. 

A guidare e addestrare le Akashinga c’è un ex militare dell’esercito australiano, Damien Mander. Un soldato con alle spalle diverse missioni in Afghanistan dove è stato addestrato all’attività di cecchino da precisione, che a un certo punto della sua vita ha deciso di trasferirsi in Africa per combattere il fenomeno del bracconaggio che continua a fruttare oltre 200miliardi di dollari l’anno. 

un video della BBC dedicato alle Akashinga

Mander ha inoltre voluto dare una possibilità alle donne che avevano bisogno di un sostegno economico e di un riscatto. Ha così pensato ad arruolare, nel 2017, alcune donne tra le più svantaggiate e vulnerabili nelle zone rurali. Sono arrivate a lui  sopravvissute ad abusi, mogli abbandonate, orfane, prostitute e madri single. Lui le ha armate di fucili adatti al combattimento a distanza ravvicinata (ma con una precisione sufficiente a far cadere i nemici a 500 metri), e le ha formate a operare nella Zambezi Valley inferiore dello Zimbabwe, la frontiera del bracconaggio dell’Africa. Delle circa 40 donne addestrate solo tre si sono ritirate dopo le prime 72 ore di addestramento. Un training in perfetto stile militare che sta dando i suoi frutti.  

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Una donna ha sorvolato l’Antartide in tuta alare. Per la prima volta nella storia

Volare con la tuta alare sulle innevate distese dell’Antartide. Un’impresa da brividi, che mai prima d’ora era stata realizzata. Per di più da una donna. Un sogno che è diventato…

Volare con la tuta alare sulle innevate distese dell’Antartide. Un’impresa da brividi, che mai prima d’ora era stata realizzata. Per di più da una donna. Un sogno che è diventato realtà grazie a Heather Swan, cinquantenne skydiver australiana che qualche settimana fa ha portato a termine il primo volo in tuta alare in Antartide. 

Insieme al marito Glen Singleman si è lanciata da 3.700 metri di altezza sul ghiacciaio Unione, con un vento che soffiava fino a 180 chilometri orari e una temperatura di meno 35 gradi. 

L’Unione con i suoi ampi crepacci, si trova sulla costa di Zumberge, nella parte occidentale della Terra di Ellsworth, e il suo punto più alto si trova a circa 1.400 metri sul livello del mare. 

il video del volo di Heather Swan sopra l’Antartide in tuta alare

La passione per lo sport estremo a Heather Swan è venuta in età già adulta, nel 1995, dopo aver assistito a una conferenza di colui che poi è diventato suo marito. Glenn Singleman, infatti, è un campione di tuta alare e detiene ben tre record mondiali. Ora anche la moglie, che da dirigente d’azienda è diventata una campionessa di sport estremi, ha ottenuto il suo record, ed è diventata la prima donna a volare sull’Antartide. 

Heather Swan mentre vola sopra l’Antartide

I due, però, non sono nuovi a imprese di questo genere. Prima dell’Antartide, nel 2015, hanno volato – sempre in tuta alare – sopra il Grand Canyon e nove anni prima hanno battuto il record lancio in una tuta alare saltando dal monte Meru in India. La loro vita di coppia, con le relative avventure in fatto di sport estremi, è diventata oggetto di molti racconti e documentari. 

Heather e il marito Glenn dopo un lancio

Senza dubbio, però, il volo sopra l’Antartide è l’impresa più estrema e incredibile che i due hanno portato a termine. Anche perché il Polo Sud rappresenta una terra ancora molto inesplorata e per Heather era un sogno. Che è diventato realtà. 

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Una banca di semi salverà l’umanità in caso di catastrofe?

In caso di catastrofe mondiale la salvezza potrebbe venire dalle isole Svalbard. Qui, nel cuore del mar glaciale Artico, proprio in mezzo a una montagna dell’isola di Spitsbergen, sorge la…

In caso di catastrofe mondiale la salvezza potrebbe venire dalle isole Svalbard. Qui, nel cuore del mar glaciale Artico, proprio in mezzo a una montagna dell’isola di Spitsbergen, sorge la banca mondiale dei semi. Un enorme deposito a 1.300 chilometri dal Polo Nord, scavato per 150 metri dentro la montagna, dove viene custodito il patrimonio genetico delle colture agricole della Terra, chiamato Svalbard Global Seed Vault.

La struttura del Svalbard Global Seed Vault

Tre grandi sale, protette da sistemi di massima sicurezza, custodiscono alla temperatura costante di 18 gradi sotto zero oltre un milione di semi, depositati qui praticamente da ogni Paese del mondo, a fronte dei circa 2,2 milioni di sementi custoditi nelle banche del pianeta. Il 2018 è stato un anno record per il deposito dei semi, e in 30 tra banche di sementi e istituti genetici hanno qui depositato 92.638 campioni. Mai così tanti dal 2011. In totale però lo spazio utile del bunker è stato pensato per poter contenere fino a 4 milioni e mezzo di semi, cioè il doppio di quelli attualmente noti alla scienza. Anche per il 2019 c’è la possibilità di depositare i semi, e la struttura verrà aperta per ben tre volte, a marzo, giugno e ottobre a tale scopo. 

Gli interni della Svalbard Global Seed Vault

Insomma la Svalbard Global Seed Vault, che è finanziata e gestita dal governo norvegese e supportata dalle principali istituzioni mondiali tra cui la Fao, è una vera e propria assicurazione sulla vita per l’umanità. E il bunker è in grado di mantenere la sua temperatura per i prossimi duecento anni, anche se dovesse verificarsi una improvvisa interruzione di corrente elettrica. 

Nelle intenzioni con cui è stato creato il deposito serve non solo a custodire anche a restituire i semi a quei paesi che ne fanno richiesta. Un esempio è dato dalla Siria: nel 2015 infatti una banca dei semi di Aleppo ha fatto la prima richiesta di prelievo di alcune sementi che aveva depositato in precedenza alle Svalbard per cercare di ripartire nella raccolta in seguito al trasferimento della sua sede a Beirut a causa della guerra. 

Alcuni dei semi conservati nella Svalbard Global Seed Vault

Anche se la Svalbard Global Seed Vault, che ha compiuto dieci anni nel 2018, è stata progettata per resistere al verificarsi di disastri naturali o causati dall’uomo per un millennio, dalla caduta di asteroidi a una guerra nucleare, c’è un pericolo che ne insidia l’esistenza. Il caldo. I cambiamenti climatici, infatti, stanno mettendo a rischio il permafrost, il terreno artico che fino a oggi è sempre stato perennemente ghiacciato ma che con l’innalzamento delle temperature si sta in parte sciogliendo. 

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Caccia sicura con il defibrillatore. Toscana pioniera in Italia

I cacciatori maremmani potranno effettuare le loro battute di caccia al cinghiale in totale sicurezza. Nei giorni scorsi è infatti stato presentato nella sala del Consiglio comunale di Manciano il…

I cacciatori maremmani potranno effettuare le loro battute di caccia al cinghiale in totale sicurezza. Nei giorni scorsi è infatti stato presentato nella sala del Consiglio comunale di Manciano il progetto “Caccia Sicura”. I cacciatori del territorio grossetano, formati mediante un corso certificato, sono stati dotati di defibrillatori da utilizzare al bisogno nelle battute di caccia al cinghiale. 

Il progetto è il primo e unico di questo tipo in tutta Italia, ed è volto a sensibilizzare alla cultura della cardio protezione. I cacciatori di cinghiali, proprio per la natura di questa tipologia venatoria, sono soliti svolgere le loro battute il luoghi impervi e per questo difficili da raggiungere dai soccorsi in caso di bisogno. E si sa che la tempestività dei soccorsi in presenza di un arresto cardiaco è l’elemento fondamentale per salvare la vita di chi viene colpito da malore. Ed è altrettanto importante saper riconoscere i sintomi di un arresto cardiaco. Per questo il progetto Caccia Sicura comprende anche un corso di formazione che rende i cacciatori capaci di praticare la rianimazione cardiopolmonare e di utilizzare i defibrillatori in dotazione. 

Caccia Sicura è un progetto sostenuto dal Comune di Manciano, in provincia di Grosseto, dalla Misericordia di Manciano e da Asl Toscana Sud Est. In totale sono state formate all’uso del defibrillatore e alle manovre di primo soccorso sei squadre di cacciatori, che hanno visto ciascuna la partecipazione di quattro membri. 

Il consigliere delegato alla Sanità del Comune di Manciano, Luca Giorgi, formatore regionale Blsd, si è occupato della formazione dei cacciatori e ha promesso che presto il progetto verrà ampliato, al fine di raggiungere tutti i cacciatori che effettuano battute di caccia al cinghiale. E questa tipologia di cacciatori è assai diffusa in Maremma, dove l’attività venatoria è uno degli hobby più praticati. Dotando i cacciatori di defibrillatore si può evitare di trasformare una giornata dedicata alla propria passione in tragedia.

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Al via la spedizione di Lonnie Dupre sul monte Hunter

Prende il via il 4 gennaio prossimo l’impresa dell’esploratore artico del Minnesota Lonnie Dupre, alla volta del Monte Hunter, detto anche Begguya. Una delle vette dell’Alaska più ostiche, con i…

Prende il via il 4 gennaio prossimo l’impresa dell’esploratore artico del Minnesota Lonnie Dupre, alla volta del Monte Hunter, detto anche Begguya. Una delle vette dell’Alaska più ostiche, con i suoi 4.442 metri di altitudine, impervia e assai selettiva che raramente viene scalata in inverno. La spedizione durerà 19 giorni e Dupre proverà la salita in solitaria. Dopo l’arrivo, ad Anchorage, Dupre preparerà i suoi rifornimenti e volerà al campo base del Kahiltna il prossimo 7 gennaio. Da lì, con addosso gli sci fatti in casa inizierà a tirare la slitta, che avrà tutto il necessario per la sopravvivenza della spedizione. 

C’è chi ha definito l’avventura di Dupre “visionaria”, perché mai nessuno ha osato tanto. Soprattutto perché Dupre non è tra gli alpinisti più capaci, per sua stessa ammissione. Di se stesso Lonnie Dupre afferma: “Il mio background è l’esplorazione polare. L’ho fatto per 25 anni e solo di recente, negli ultimi dieci anni, ho approfondito l’alpinismo. Ma applicare le mie abilità artiche e le abilità di spedizione polare agli obiettivi alpini in inverno è qualcosa di coinvolgente ed eccitante”. 

Di certo l’impresa è assai ardua. Il Begguya, o Monte Hunter è la terza vetta più alta della catena montuosa dell’Alaska, nel Parco Nazionale di Denali. La montagna ha un altopiano glaciale sulla cima che collega le due cime della montagna. Il nome del monte Hunter in lingua locale è Begguya, che letteralmente significa “Il bambino di Denali”. È una montagna che pur essendo più bassa del Denali, richiede un impegno maggiore. La prima volta è stata scalata con successo nel 1954 da Fred Beckey, Heinrich Harrer e Henry Meybohm. Negli anni i più famosi alpinisti hanno cercato, con scarsi risultati, di raggiungere la vetta. 

Lonnie Dupre nella sua scalata del monte Denali, nel 2015

Il Monte Hunter non è la prima impresa invernale in solitaria per Dupre. Nel 2015 aveva già scalato il Denali, la montagna più alta d’America, diventando la diciassettesima persona che è stata in grado di raggiungere la sua vetta nella stagione fredda. E lo scorso anno aveva già tentato la scalata del Begguya, senza riuscire a raggiungere la vetta per via delle condizioni troppo avverse per proseguire. Lo scorso anno salì dalla via Beckey, mentre quest’anno tenterà dal lato sud invece, per la Ramen Route.

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Il paradiso dei prepper è in Scozia, ed è in vendita

Un vero e proprio paradiso per i prepper è in vendita in Scozia. Si tratta del Balado Bridge Listening Station: in tutto nove acri di terreno, poco lontano dalla città…

Un vero e proprio paradiso per i prepper è in vendita in Scozia. Si tratta del Balado Bridge Listening Station: in tutto nove acri di terreno, poco lontano dalla città di Kinross, su cui sorge una vera e propria installazione militare rurale, completa di sistema di filtraggio dell’aria per proteggere da attacchi nucleari, chimici o biologici. In origine era una struttura per intercettare i segnali che annunciavano il lancio di missili balistici durante la Guerra Fredda

Quella che i media definirono “le orecchie dell’Apocalisse” rimase attiva fino al 2006, ma dopo la fine della guerra Fredda la minaccia di un conflitto nucleare non era più all’ordine del giorno. E così venne chiusa. Nel 2007 venne svenduta per 500 mila sterline all’imprenditore Bob Ferguson e fino al 2016 vi si è svolto il più grande festival di musica scozzese.  Ora il Balado Bridge è tornato sul mercato. 

La Balado Bridge Listening Station vista dall’alto, con l’enorme struttura a forma di palla da golf

Nei nove ettari di terreno è incluso anche l’ex aeroporto militare, che venne aperto nel 1942 e dismesso nel 1957. È all’inizio degli anni ’40, infatti, che si videro i primi militari in zona. vennero qui per porre le fondamenta di una base aerea ausiliaria dell’aviazione britannica, dove i piloti stranieri venivano addestrati a pilotare i caccia Spitfire ed Hurricane. Dopo la guerra la struttura si trasformò in un cimitero di aerei e venne ufficialmente chiusa, ma le due piste che convergono ad angolo sono ancora visibili dalle immagini satellitari. Trent’anni dopo la Nato decise di installare una stazione di intercettazione dei segnali radio, quello che è arrivato a noi e che oggi è in vendita. 

Nella zona l’ex base Nato è conosciuta per avere al suo interno una struttura a forma di enorme palla da golf, ed è ben visibile per gli automobilisti che percorrono l’autostrada che collega Edimburgo a Perth. 

Anche se gli agenti immobiliari che curano la trattativa affermano che il luogo possa essere trasformato in una grande casa di riposo, o in un campo da pitch and putt, i bene informati suggeriscono un uso assai diverso. “È un posto ideale per coloro che desiderano avere un rifugio in caso di apocalisse nucleare. L’area ha un imponente sistema di protezione e tutto il necessario per sopravvivere, dai profondi bunker ai generatori di benzina”, ha dichiarato un osservatore militare. Insomma, tutto quello che un prepper sogna per prepararsi alla fine del mondo. Dopotutto qui per anni veniva intercettato il traffico delle comunicazioni satellitari nemiche. 

La cifra per aggiudicarsi la proprietà dell’ex base Nato, costruita nel 1985 e inaugurata ufficialmente dalla principessa Anna, è 1,22 milioni di dollari. Decisamente non per tutte le tasche, ma essendo sul mercato da un po’ di tempo il prezzo potrebbe essere oggetto di contrattazione. Ma dopotutto, inclusa nel prezzo c’è anche la grande parabola per intercettare le conversazioni, compresa quelle militari.

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L’8 gennaio Survival&Reporter torna in edicola con il primo numero del 2019

È un inizio d’anno ricco quello del 2019. In edicola dall’8 gennaio, infatti, c’è il primo numero dell’anno di Survival&Reporter. Lorenzo “lupo” Crestale ci racconterà delle analogie tra il Soft…

È un inizio d’anno ricco quello del 2019. In edicola dall’8 gennaio, infatti, c’è il primo numero dell’anno di Survival&Reporter.

Lorenzo “lupo” Crestale ci racconterà delle analogie tra il Soft Air e il Survivalismo, due discipline che ad alti livelli possono essere definite anime gemelle. 

Yuri Patrignani spiegherà in maniera più che esaustiva, anche se in modo semplice e lineare, i concetti di base sulle tecniche di orientamento. Elementi assai utili in situazioni estreme per ritrovare la via di casa o comunque per prendere una certa direzione in modo consapevole. 

Davide Bomben ci porterà sulla pista degli elefanti, e Chiara Giannini ci presenterà un estratto del suo libro “Come la sabbia di Herat”, in cui racconta la sua esperienza di donna reporter embedded in Afghanistan. Un altro libro dei capolavori editi da Altaforte Edizioni. 

Tra le recensioni immancabile quella sul Bushcraft, la guida da campo all’arte della sopravvivenza selvaggia. 

In tema di sopravvivenza imperdibile il contributo di Decimo Alcatraz che spiega la sopravvivenza urbana e quello di Simone Panetta, ranger certificato da poco rientrato da una missione svoltasi in Sudafrica in supporto alle unità antibracconaggio locali. Così come interessantissimo è l’articolo di Riccardo Carrai sul boot camp, una gara a scenario dove i concorrenti sono chiamati a collaborare all’interno della propria squadra per superare alcuni ostacoli nel minor tempo possibile senza però tralasciare l’aspetto tecnico. 

Ma Survival&Reporter è anche interviste. In questo numero Albero Palladino racconta la sua chiacchierata con Valentina Durio, due volte campionessa del mondo, e da novembre campionessa italiana di Sleddog. 

E ancora, nel numero in edicola troverete due interessantissimi articoli sul Bug Out e sul Desert Mantracking e alcune riflessioni sulla medicina tattica. 

In fatto di reportage, il racconto di Riccardo Gallino relativo alla sua esperienza tra i Waraos nel delta dell’Orinoco

Vi lasciamo alla copertina, certi di trovarvi in edicola!

Copertina Survival numero gennaio 2019
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SoftAir: non solo gioco, anche beneficienza

Quando il SoftAir vuol dire beneficienza. A Monsano, in provincia di Ancona, poco prima di Natale è andata in scena “La vendetta dei Babbi Natale”, giunta alla sua terza edizione….

Quando il SoftAir vuol dire beneficienza. A Monsano, in provincia di Ancona, poco prima di Natale è andata in scena “La vendetta dei Babbi Natale”, giunta alla sua terza edizione. Una gara di SoftAir che ha coinvolto i club del centro Italia per aiutare un ospedale pediatrico, i suoi progetti e le famiglie dei piccoli degenti. 

L’evento che è stato organizzato in collaborazione con il Camphoenix di Jesi – Ancona, il Villaggio per il SoftAir in stile mediorientale, ha visto la partecipazione di 15 associazioni, 120 tra giocatori e organizzatori. Sono stati raccolti oltre duemila euro da devolvere a favore dei progetti della Fondazione Ospedale Salesi Onlus, ospitata all’interno dell’omonimo ospedale. La Fondazione Salesi è attiva dal 2004 e da sempre rappresenta un aiuto e sostegno all’Ospedale per la realizzazione di tutte quelle azioni finalizzate a garantire i migliori livelli qualitativi per l’assistenza e il soggiorno. Il che significa porre attenzione al bisogno del bambino di essere accolto e curato, in un ambiente familiare, ricco di  amore e comprensione, nel rispetto delle sue esigenze. 

L’evento si è svolto nel villaggio in stile mediorientale del Camphoenix di Jesi – Ancona. Un luogo adatto a tutti, dai principianti ai più esperti, che offre diverse ambientazioni per giocare a SoftAir in maniera sicura e divertente, con possibilità di giocare in notturna.

Di seguito vi proponiamo alcune foto dell’evento, tratta dalla pagina Facebook del Camphoenix di Monsano.

Grazie all’evento organizzato pochi giorni prima di Natale il SoftAir è diventato uno strumento benefico, per regalare la speranza di un sorriso ai piccoli pazienti dell’Ospedale pediatrico Salesi, l’unico delle Marche ad esclusivo indirizzo materno-infantile. Un luogo di cura che ha l’obiettivo di dove far vivere al bambino la degenza in modo non traumatico, nonostante le difficoltà del ricovero.

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La prima traversata dell’Antartide in solitaria

Correre in solitaria attraversando l’Antartide. Lo ha fatto Colin O’Brady, un  ex atleta triatleta professionista americano di 33 anni. In totale ha percorso quasi 1.600 chilometri in 54 giorni, trainando una…

Correre in solitaria attraversando l’Antartide. Lo ha fatto Colin O’Brady, un  ex atleta triatleta professionista americano di 33 anni. In totale ha percorso quasi 1.600 chilometri in 54 giorni, trainando una slitta da ben 135 chili, con ai piedi un paio di sci di fondo. Unico supporto un GPS, che ha monitorato i suoi movimenti e li ha pubblicati sul suo sito internet, rendendo social la sua traversata.

L’Antartide, il continente la cui esplorazione rappresenta una sfida continua da parte dell’uomo. Una terra misteriosa, sconfinata, perennemente avvolta dai ghiacci, che rappresenta il sogno di esploratori e alpinisti. Un luogo, l’Antartide, che a causa della rigidità delle sue temperature, costringe la mente umana di chi vi trascorre lunghi periodi a sviluppare una sorta di letargo, per risparmiare energia in attesa di tempi migliori. 

Un’impresa talmente ai limiti dell’impossibile, quella di O’Brady, che il New York Times l’ha definita “una delle più straordinarie nella storia polare” e l’ha paragonata alla “corsa per conquistare il Polo Sud” che oppose il norvegese Roald Amundsen al britannico Robert Falcon Scott nel 1911. Insieme a O’Brady è partito anche un ex militare britannico di 49 anni, Louis Rudd, che però ha intrapreso una strada diversa. Insieme hanno cominciato questa avventura, il 3 novembre 2018, dalla piattaforma di ghiaccio Filchner-Ronne. Volevano sfidarsi per vedere chi arrivava primo: ha vinto O’Brady. Rudd è arrivato un giorno dopo.

Ma la traversata compiuta dall’americano ha ancora più dell’incredibile se si guarda al suo passato. L’uomo, infatti, nel 2008 subì un incidente in Thailandia che gli ustionò gran parte del corpo. Aveva cercato di saltare una corda infuocata durante una festa in spiaggia, e il 25% del suo corpo era rimasto ustionato. I medici gli dissero che non avrebbe più potuto camminare normalmente. Ma lui non si è dato per vinto, del resto promise alla madre che avrebbe partecipato a una gara di thriatlon, e ha inanellato una serie di sfide ai limiti della sopravvivenza, vincendole tutte. Prima di concludere la sua traversata dell’Antartide in Solitaria, O’Brady nel 2016 ha scalato le vette più alte dei sette continenti, tra cui l’Everest, in 132 giorni, diventando così il più veloce scalatore delle vette del mondo. Il 27 maggio del 2017 ha battuto il record mondiale dell’Explorers Grand Slam, portandolo a 139 giorni e in contemporanea ha portato a 132 giorni il Seven Summits Speed Record. Il suo motto, che fa da sfondo al suo sito è “The impossible First”.  

Il nome di O’Brady passerà alla storia e verrà iscritto negli annali delle traversate polari. Come primo gesto, subito immortalato e postato sui social, appena giunto a destinazione O’Brady ha fatto una verticale poggiando la testa sul Polo Sud. Prima di lui, l’Antartide è stato attraversato dall’italiano Reinhold Messner, che insieme al tedesco Arved Fuchs, nel 1989 ha attraversato l’Antartide senza motori e senza cani.

Di seguito il video che mostra le fasi preparatorie alla traversata. 

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Quando lo zaino galleggiante salva la vita

Lo zaino galleggiante può salvare la vita. Lo dimostra quanto accaduto a uno snowboarder di Tirano, che è stato travolto da una valanga sulle piste di Livigno. L’uomo, un 27enne,…

Lo zaino galleggiante può salvare la vita. Lo dimostra quanto accaduto a uno snowboarder di Tirano, che è stato travolto da una valanga sulle piste di Livigno. L’uomo, un 27enne, stava facendo un fuoripista a 2.200 metri di quota, sul Monte della Neve. All’improvviso, poco dopo mezzogiorno, la valanga per circostanze ancora da chiarire. Se non fosse stato per lo zaino galleggiante che indossava per lui le conseguenze avrebbero potuto essere fatali.

Invece è stato subito soccorso e trasportato in ospedale per il ricovero e le cure del caso. Le sue condizioni non destano preoccupazioni, a parte i traumi alle gambe. Il 27enne, proprio grazie al suo zaino galleggiante non è sprofondato nella neve e gli è stato così possibile chiamare i carabinieri sciatori in servizio di sicurezza nella ski-area per chiedere loro aiuto.

In poco tempo l’elicottero del 118 lo ha raggiunto, in una zona impervia, e l’equipe di soccorso lo ha estratto quasi del tutto illeso dalla slavina che lo aveva seppellito solo sino al bacino.

Lo zaino galleggiante è un progetto tutto italiano. Ha visto la luce per la prima volta nel 2016, grazie all’ispirazione di una società di progettazione creativa italiana con sede a Houston (Usa), la Imagination Farm. Grazie al suo essere il primo zaino anti-shock, ermetico e galleggiante, mai realizzato prima, permette di conservare gli oggetti all’interno in totale sicurezza e in qualsiasi circostanza. Per farlo sfrutta l’aria contenuta al suo interno. Il suo nome è Capsula Backpack ed è realizzato con materiali a tenuta stagna, dotato di air-bag protettivo, una zip impermeabile e una valvola di gonfiaggio. Inoltre è in grado di resistere in immersione per 30 minuti alla profondità di un metro. Quando venne presentato il progetto, due anni fa, in brevissimo tempo la campagna di crowdfounding per finanziarne la realizzazione fu un vero e proprio successo e in meno di 24 ore sono stati raccolti i soldi necessari per dare vita al progetto. 

Uno zaino di questo tipo era in spalle allo snowboard sorpreso dalla valanga a Livigno. 

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