fbpx
La tua guida per l'avventura

Autore: Ilaria Pedrali

Cinque idee per canyoning ad alto tasso di adrenalina

Primavera, tempo di canyoning. Ecco dove praticarlo Nel grande ventaglio di idee outdoor per svegliare l’animo avventuroso che si cela dietro ciascuno di noi c’è il canyoning. Detto anche torrentismo, è un’esperienza…

Primavera, tempo di canyoning. Ecco dove praticarlo

Nel grande ventaglio di idee outdoor per svegliare l’animo avventuroso che si cela dietro ciascuno di noi c’è il canyoning. Detto anche torrentismo, è un’esperienza unica, ad alto tasso di adrenalina, che prevede la discesa a piedi di torrenti scavati nei canali rocciosi. Vietato l’uso di canoe, kayak o gommoni. In Italia sono molti i luoghi dove praticarlo. Vediamone insieme alcuni.

In Trentino il canyoning più spettacolare del nord Italia

Nella Valle del Chiese, il torrente Palvico offre agli appassionati un concentrato di adrenalina e divertimento lungo un percorso di canyoning tra i più affascinanti del Nord Italia. Un parco acquatico naturale immerso nelle gole scavate dall’acqua, fra scivoli, salti, passaggi mozzafiato e calate fino a 50 metri.

trentino canyoning

canyoning torrente Palvico

Grandi avventure in Valchiavenna

Di sicuro il canyoning è un modo diverso di entrare a contatto con la natura, e di scoprire le bellezze del territorio. In Valchiavenna ci sono torrenti inesplorati, come il “Boggia” in Val Bodengo, nel comune di Gordona. Si tratta di strette gole inserite profondamente nella roccia e scivoli naturali, scavati e levigati dalla forza dell’acqua, che offrono la possibilità di vivere un’avventura mozzafiato. Si gode della bellezza e del fascino di angoli selvaggi e incontaminati, sempre accompagnati dalle Guide Alpine.

valchiavenna canyoning

canyoning torrente Boggia

Nelle Valli Bergamasche come Indiana Jones

È la Val Seriana a offrire le destinazioni migliori per praticare canyoning in provincia di Bergamo. Il percorso che si snoda lungo il Nese partendo da Alzano Lombardo e quello del canyon di Valgua con partenza da Albino sono perfetti per il periodo primaverile, anche perché sono vicinissimi alla città. Per i più piccoli c’è il canyon-parco giochi di Fiumenero in Valbondione.

torrente nese

canyoning torrente Nese

Adrenalina vicino a Napoli

Il “Canyoning alle Gole di Caccaviola”, a Cusano Mutri (BN) è un’esperienza che permette di assaporare adrenalina allo stato puro. Il percorso ha inizio dal Salto dell’Orso, una spettacolare cascata di circa 40 metri e prosegue in un susseguirsi di scenari unici, cascate, alte pareti rocciose, piscine naturali, modellati dalla forza erosiva dell’acqua, immersi nella natura selvaggia e incontaminata. Pozza della Luce, le Tre Conche, il Salto di Giuseppe, Conca di Zeno, sono alcuni dei luoghi che si attraverseranno di impareggiabile bellezza. Il Percorso termina presso il ponte sotto Fontana Stritto.

canyoning napoli

canyoning Gole di Caccaviola

In Sardegna, per veri esperti

Codula Orbisi è un profondo canyon carsico situato tra il Supramonte di Orgosolo e quello di Urzulei nel cuore selvaggio della Sardegna. È sicuramente il canyon esteticamente più bello di tutta la Sardegna e immergersi a Codula Orbisi significa calarsi in una della forre più magiche di tutta l’isola. Impegnativo e per veri esperti, il canyoning a Codula Orbisi prevede una discesa in corda di 35 metri e un impegno minimo di 7 ore.

codula orbisi

canyoning Codula Orbisi

Nessun commento su Cinque idee per canyoning ad alto tasso di adrenalina

La maratona di mountain bike più dura del mondo

Si chiama Hero e quest’anno è la sua decima edizione Sono migliaia i mountain biker provenienti da tutto il mondo attesi sulle Dolomiti per la decima edizione di Hero. Una…

Si chiama Hero e quest’anno è la sua decima edizione

Sono migliaia i mountain biker provenienti da tutto il mondo attesi sulle Dolomiti per la decima edizione di Hero. Una manifestazione che ha rivoluzionato il mondo delle marathon in mountain bike. L’appuntamento è per sabato 15 giugno 2019 con i due tradizionali tracciati di 86 e 60 chilometri, con 4.500 e 3.200 metri di dislivello.

Era il 26 giugno del 2010, un sabato, quando 400 coraggiosi biker partirono da Selva Val Gardena per la prima edizione di quella che negli anni successivi, sarebbe meglio conosciuta come la più dura maratona di mountain bike del mondo. Nel corso di questo decennio Hero è cresciuta non solo come gara, ma nell’immaginario collettivo dei biker si è affermata come prova “una volta nella vita”, perché se non hai fatto la Hero non puoi dire di essere un “eroe”.

In nove edizioni 17.669 biker hanno scritto il proprio nome nella starting list della maratona e 59 sono state le nazioni rappresentate, segno che la notorietà della gara ha valicato i confini italiani per affermarsi come prova internazionale. 4.019 il numero massimo di mountain bikers che potrà partecipare alla competizione.

L’Hero Festival 

Accanto alla gara l’Hero Festival, che si svolgerà dal 13 al 16 giugno. Perché dieci edizioni da festeggiare sono un primo traguardo importante. Ricco il programma di gare, eventi, concerti e tavole rotonde, in una manifestazione che soddisfa i criteri di sostenibilità della Provincia dell’Alto Adige. Al momento i percorsi sono ancora impraticabili a causa della neve, ma il caldo sole primaverile ripoterà tutto nelle condizioni ideali.

Hero kids

Un momento della Hero Kids

I festeggiamenti inizieranno la mattina di giovedì 13 giugno, in compagnia delle guide di Mountain Bike locali, con cui sarà possibile provare parte dei due percorsi gara da 86 e 60 chilometri. Un occhio di riguardo anche ai più piccoli: alle 15.00 di venerdì 14 giugno è infatti in programma HERO KIDS, una gara non competitiva dedicata ai più piccini,

 

 

 

Nessun commento su La maratona di mountain bike più dura del mondo

Lo scioglimento del permafrost e il ritorno dei batteri creduti morti

Sotto i ghiacciai siberiani pare giacciano agenti patogeni vecchi di milioni di anni. Il caldo li sta resuscitando Più volte abbiamo parlato dell’importanza del permafrost da queste pagine. Così come…

Sotto i ghiacciai siberiani pare giacciano agenti patogeni vecchi di milioni di anni. Il caldo li sta resuscitando

Più volte abbiamo parlato dell’importanza del permafrost da queste pagine. Così come abbiamo già spiegato che il suo scioglimento sta portando alla luce l’avorio dei mammut estinti. Ma se quest’ultimo è un tesoro nascosto, così non è per i batteri che giacciono sepolti sotto i ghiacci.

Gli scienziati russi hanno lanciato l’allarme: il progressivo scioglimento dei ghiacciai siberiani, causato dal surriscaldamento del pianeta, determinerà la diffusione nel mondo di “malattie gravissime”. E il pericolo sarebbe imminente poiché in Russia il riscaldamento globale progredisce a ritmi due volte e mezzo superiori a quelli del resto del mondo.

Alcuni scienziati, lavorando in Siberia, hanno scoperto che lo scioglimento del permafrost sta liberando nell’aria spore e batteri rimasti congelati per migliaia di anni. In particolare è finita nel mirino la Jakuzia, che vedrebbe nel suo sottosuolo giacere virus preistorici, ricadute nucleari, gas serra e spore che causano l’antrace.

L’allarme anche dall’Harvard University

Non solo: uno studio della Harvard University ha scoperto che lo scioglimento del permafrost artico sta rilasciando nell’atmosfera una quantità di ossido di diazoto, uno dei principali gas serra, 20 volte superiore alle previsioni. Il permafrost presente in Alaska, inoltre, sta rilasciando attualmente quantità di protossido mai previste prima: “Ulteriori piccoli incrementi di emissioni di ossido di diazoto potrebbero determinare gli stessi effetti sul cambiamento climatico di un enorme rilascio di CO2”, ha avvertito il professor Jordan Wilkerson, dottorando e primo autore dello studio presso il laboratorio di Chimica atmosferica ad Harvard.

Una situazione resa assai preoccupante se si tiene conto anche dei risultati di una ricerca appena pubblicata dall’Istituto federale svizzero di Tecnologia, la quale afferma che di questo passo entro il 2100 i ghiacciai potrebbero scomparire del tutto. Se così dovesse realmente essere potrebbe davvero essere l’inizio della fine, perché se le sostanze tossiche incastonate nei ghiacciai dovessero finire nelle falde acquifere e quindi, di conseguenza, rapidamente nella nostra catena alimentare, i danni provocati potrebbero essere altissimi e irreparabili.

 

Nessun commento su Lo scioglimento del permafrost e il ritorno dei batteri creduti morti

Everest sempre più sovraffollato

E ora arrivano i wc chimici ad alta quota Che l’Everest sia una meta assai ambita da alpinisti più o meno esperti è cosa risaputa. Ormai da anni si moltiplicano…

E ora arrivano i wc chimici ad alta quota

Che l’Everest sia una meta assai ambita da alpinisti più o meno esperti è cosa risaputa. Ormai da anni si moltiplicano gli appelli alla prudenza, dato che la principale causa di decessi sulla vetta più alta del mondo è proprio il sovraffollamento. La gente, però, continua a voler salire in cima. Tanto che il ministero del Turismo Nepalese ha rilasciato 374 permessi (più 350 sherpa), e quello tibetano 364: 144 ad alpinisti stranieri, 12 ad alpinisti cinesi e 208 a sherpa nepalesi. Numeri che non tengono conto dei semplici visitatori.

Un numero così elevato di scalatori e di accampamenti sta lasciando segni pesanti nei sentieri di accesso alla montagna e nei campi base. Il problema è serio e la Cina ha deciso di bloccare gli accessi e limitare fortemente la salita in vetta all’Everest. Ha chiuso il campo base che si trova sul suo versante , lasciandolo accessibile solo ai visitatori con permesso. I dati del 2014, gli ultimi disponibili, parlavano di 40 mila persone all’anno in quel campo base. I turisti da questa stagione potranno arrivare soltanto fino al monastero di Rongbuk, poco al di sotto dei circa 5.200 metri dove è situato il campo base.

Uno dei problemi che questo massiccio afflusso di scalatori, spesso improvvisati, provoca, è quello dei rifiuti. Tanto che l’Everest è ormai considerato una discarica ad alta quota. Ecco che per far fronte a ciò il Tibet ha deciso di installare una toilette ecologica al campo più alto, posizionato a quota 7.028 metri. La toilette renderà più facile raccogliere i rifiuti umani prodotti dagli scalatori grazie alla presenza sotto il water di un barile dotato di sacchi della spazzatura. Alla fine della stagione la toilette verrà rimossa.

La toilette ecologica è l’ultima soluzione adottata per arginare il problema dei rifiuti sull’Everest. La Cina già da qualche anno ha creato postazioni per lo smistamento e il riciclo dei rifiuti. Il Tibet, invece, dal 2015 ha chiesto agli scalatori di recuperare 8 kg di rifiuti ciascuno, da portare via dalla montagna: per i trasgressori multa di 100 dollari per ogni kg mancante.

Nessun commento su Everest sempre più sovraffollato

Anche in Italia c’è la Barriera Corallina

È stata scoperta in Puglia, durante un’esplorazione al largo di Monopoli È di qualche giorno fa la notizia che nel 2016 e 2017 il numero di nuovi coralli avvicendatisi nella…

È stata scoperta in Puglia, durante un’esplorazione al largo di Monopoli

È di qualche giorno fa la notizia che nel 2016 e 2017 il numero di nuovi coralli avvicendatisi nella composizione della Barriera Corallina si è ridotto dell’89%. A lanciare l’allarme è stato il centro di ricerca per gli studi sulla barriera corallina della James Cook University (Australia). Ma per una Barriera che sparisce un’altra viene scoperta. 

Alcuni ricercatori del dipartimento di Biologia dell’Università di Bari, infatti, hanno scoperto nel corso di un’esplorazione al largo di Monopoli, una Barriera con caratteristiche similli a quelle equatoriali. La barriera è lunga ben 135 chilometri, e si trova fra i 40 e i 55 metri di profondità.

È composta da una fitta foresta di coralli, molto somigliante a quella dei fondali delle Maldive o di Sharm el Sheikh. Quello che differenzia la Barriera corallina pugliese dalle barriere tropicali è il fatto che a 50 metri di profondità non viene illuminata dal sole e per questo i colori sono meno sgargianti. Tecnicamente usare il termine barriera sarebbe dunque improprio poiché si parla di barriera quando arriva in superficie. Tuttavia la scoperta ha del sensazionale.

barriera corallina puglia

un dettaglio della barriera corallina scoperta in Puglia

Un tesoro naturale nascosto

Insomma, un tesoro naturale rimasto nascosto fino a oggi. Le ricerche erano iniziate tre anni fa: “L’aspetto paradossale è che ce l’avevamo davanti agli occhi e non l’abbiamo mai vista”, hanno commentato i ricercatori che hanno fatto la bella scoperta. A coadiuvare le ricerche anche alcuni studiosi dell’Università di Tor Vergata e dell’Università del Salento che hanno impiegato particolari robot subacquei.

La scoperta è stata resa possibile in seguito alle segnalazioni di alcuni pescatori, che da tempo gettando le loro reti nel mare tra Cerano, Casalabate, Torre Chianca e San Cataldo raccolgono pezzi di coralli. La Puglia diventa così ancora di più una meta per gli amanti del contatto con la natura e delle esperienze di vita outdoor.

A questo punto è importante preservare e tutelare la bellezza e la ricchezza di questo tesoro finora nascosto. Perché la costa pugliese è ricca di biodiversità e di strutture naturali che vanno tutelate e valorizzate. Anche con un approccio turistico consapevole e rispettoso della natura.

 

Nessun commento su Anche in Italia c’è la Barriera Corallina

L’Orobie Ultra Trail cerca volontari

È l’unico trail al mondo con partenza in cima alle montagne e arrivo nel cuore di una città medievale Dalle pagine di questo blog vi abbiano già parlato dell’Orobie Ultra…

È l’unico trail al mondo con partenza in cima alle montagne e arrivo nel cuore di una città medievale

Dalle pagine di questo blog vi abbiano già parlato dell’Orobie Ultra Trail. In questi giorni ha aperto i battenti il sito dove poter diventare volontari alla manifestazione. Sì, perché l’Orobie Ultra Trail ha bisogno di persone che dedichino un po’ del loro tempo a stare sul percorso per vivere in prima persona il più grande evento sportivo delle montagne bergamasche.

Alla manifestazione si sono già iscritti 1.300 runner, da 25 Paesi del mondo. Accanto a loro i volontari sono una componente fondamentale dell’evento. Sono loro, infatti, a garantire la qualità e la sicurezza che da sempre caratterizzano ogni edizione. L’anno scorso furono circa 900 le persone che diedero supporto ai circa 2.500 atleti provenienti da tutto il mondo per l’Orobie Ultra Trail.

L’Orobie Ultra Trail è l’unico trail al mondo che parte dalle montagne e arriva nel cuore di una città medievale: Bergamo. La grande novità di quest’anno poi è l’arrivo in uno dei luoghi simbolo della città, ricco di storia e di bellezza: la Cittadella Viscontea, uno dei luoghi simbolo del territorio orobico, ricco di storia e di bellezza. Il trail si correrà dal 26 al 28 luglio prossimi.

Ecco quindi che i runner, dopo esser giunti da Colle Aperto, transiteranno sotto la porta d’ingresso della Cittadella e si ritroveranno in uno spazio di grande fascino storico, che sarà ulteriormente valorizzato grazie alla posizione della linea d’arrivo, collocata lungo la diagonale che divide in due la piazza.

Essendo i volontari la vera anima della corsa, perché sinceri amanti della montagna e del territorio bergamasco, sono molte le figure richieste: dal race office alla logistica, passando per l’addetto al ristoro e a quello del disallestimento del tracciato. Inoltre è prevista la figura del volontario di percorso, che ha il compito di presidiare una serie di tratti di gara sensibili. Tratti esposti e potenzialmente pericolosi di sentiero quali bivi, biforcazioni, punti strategici, rilevanti per l’andamento della gara. Deve inoltre interfacciarsi con la squadra di soccorso e vigilare sul rispetto del regolamento di gara.

 

 

 

Nessun commento su L’Orobie Ultra Trail cerca volontari

Acqua, fonte di vita. Ma come trovarla quando non c’è?

Metodi e sistemi per rinvenire e potabilizzare l’acqua Uno degli accorgimenti principali quando si effettuano escursioni è quello di avere con sé acqua potabile. Solo l’acqua, infatti, può salvare la…

Metodi e sistemi per rinvenire e potabilizzare l’acqua

Uno degli accorgimenti principali quando si effettuano escursioni è quello di avere con sé acqua potabile. Solo l’acqua, infatti, può salvare la vita in situazioni di pericolo. A patto che sia potabile e non inquinata. Idratarsi è importantissimo, e in situazioni estreme lo è ancora di più. Quando si fatica, il nostro corpo ha un bisogno maggiore di acqua. Una richiesta che aumenta in presenza di clima caldo o umido.

Ma cosa fare quando non si hanno a disposizione una bottiglietta o una borraccia che possano contenere almeno un litro di acqua (tale è il fabbisogno minimo in situazioni di sopravvivenza)? Bisogna imparare a depurare e potabilizzare l’acqua che si trova sul nostro cammino. Prima ancora, però, bisogna essere in grado di trovarla.

acqua potabile

Mattiamo da parte per un attimo i rabdomanti, che esercitano l’arte di trovare vene sotterranee di acqua e metalli servendosi di una bacchetta di legno biforcuta. Anche perchè non tutti sono dotati di questo potere paranormale. Vediamo quindi come cercare e trovare l’acqua in situazioni di emergenza.

Se in montagna o in zone innevate è abbastanza facile fare approvvigionamento di acqua, lo stesso non si può dire per quei luoghi dove la pioggia è un miraggio, come il deserto. Ecco che è utile in questo caso studiare la conformazione del terreno e le abitudini della fauna locale. Vicino alla vegetazione ci potrebbe essere l’acqua. I muschi e la presenza di canne verdi sono un segno di umidità: bisogna scavare o cercare nei dintorni. Lo stesso dicasi per le zone dove la fauna selvatica si raduna e per i letti dei fiumi anche se in secca.

acqua potabile

Per contro, le valli o aree pianeggianti che sorgono ai piedi delle montagne tendono ad accumulare nel sottosuolo l’acqua che precipita a valle. Fessure nella roccia possono inoltre contenere conche naturali in cui si raccoglie l’acqua piovana. Lo stesso dicasi per il fango: laddove se ne ravvede la presenza si può scavare un buco profondo 30-40 cm, attendere che si riempia e infine filtrare il liquido ottenuto prima di berlo. Un altro accorgimento è quello di avvolgere sugli stinchi un panno che possa assorbire la rugiada: in questo modo, nel giro di un paio di chilometri, si può accumulare circa un bicchiere d’acqua potabile.

Una volta trovata l’acqua è importante renderla potabile. Sono molti i batteri presenti nell’acqua, spesso dannosi per la nostra salute. In commercio esistono preparati da portare con sé per situazioni di emergenza. Per esempio quando ci si trova a dover bere acqua piovana o che deriva dallo scioglimento di ghiccio e neve. Si tratta di compresse o pastiglie potabilizzanti a base di iodio o cloro, da sciogliere nell’acqua piovana (raccolta in recipienti puliti) o in quella di palude. In alternativa è bene portare l’acqua trovata a bollore a fuoco vivo, in modo rapido, e farla bollire per 60 secondi.

 

 

Nessun commento su Acqua, fonte di vita. Ma come trovarla quando non c’è?

Vuoi correre l’Ultra Trail del Monte Bianco? Partecipa alla Livigno Skymarathon

La Super Sky dell’Alta Valtellina utile alle qualificazioni dell’UTMB 2020 Livigno, una delle mecche per gli sport outdoor, sabato 15 giugno inaugurerà l’estate dei runner d’alta quota con un doppio…

La Super Sky dell’Alta Valtellina utile alle qualificazioni dell’UTMB 2020

Livigno, una delle mecche per gli sport outdoor, sabato 15 giugno inaugurerà l’estate dei runner d’alta quota con un doppio appuntamento da non perdere. Nuovamente tappa di Migu Run Skyrunner World Series, la skymarathon da 34km (2700m d+) richiamerà sulle montagne di confine tra Italia e Svizzera il gotha mondiale della specialità per una sfida a dir poco elettrizzante.

Sono già molti i campioni che hanno confermato la loro presenza a Livigno. Di sicuro ai nastri di partenza ci saranno Petter Engdahl, Oriol Cardona Coll, Pablo Villa, Zaid Ait Malek, Pascal Egli, Pere Aurell Bove, Hillary Gerardi. E tanti altri ancora sono attesi. Perché la Livigno Skymarathon anche quest’anno è una gara utile alle qualificazioni dell’UTMB 2020, l’Ultra Trail del Monte Bianco.

Due le gare. Una per i runner che aspirano all’UTMB: 34 km con 2.700 metri di dislivello positivo. Un percorso che si svolge per lunghi tratti in ambiente selvaggio al confine col territorio svizzero, con passaggi in cresta esposti anche se parzialmente attrezzati e comunque sotto sorveglianza da parte di Guide Alpine e uomini del Soccorso Alpino. La quota massima verrà toccata presso il Monte Saliente a 3047 metri s.l.m.

Per tutti gli altri un percorso più breve, in grado però di regalare le stesse emozioni. La K17, infatti, per tipologia e spettacolarità, non può certo essere definita gara di contorno. Un tracciato di rara bellezza, di 17 chilometri, che in parte ricalca quello della prova principe, ma con un dislivello positivo di soli 1.100 metri. Il percorso segue il tracciato della Skymarathon fino al km 8,7, Ristoro Baitel de la Sascia. Qui si divide dalla Skymarathon imboccando il sentiero che scende lungo la Val Saliente fino in Val Federia, da dove in breve tempo, su tratti sterrati e sentiero, si arriva al traguardo posto nell’area pedonale centrale di Livigno.

La Livigno Skymarathon è una gara che si svolge su sentieri di montagna con tratti impegnativi in salita e in discesa, con alcuni tratti attrezzati con corde fisse, attraversamento di tratti innevati, cenge esposte, ripidi pascoli e pietraie. Per percorrerla è richiesta una buona preparazione fisica e la massima prudenza, perché può definirsi una vera e propria avventura survival.

 

Nessun commento su Vuoi correre l’Ultra Trail del Monte Bianco? Partecipa alla Livigno Skymarathon

L’importanza delle api, anche a Notre Dame

Sono salvi i tre alveari al primo piano del tetto Sono duecentomila le api che popolano la cattedrale di Notre Dame a Parigi. Si temeva che il recente incendio che…

Sono salvi i tre alveari al primo piano del tetto

Sono duecentomila le api che popolano la cattedrale di Notre Dame a Parigi. Si temeva che il recente incendio che ne ha distrutto il tetto le avesse uccise. Invece loro sono sopravvissute e torneranno a produrre il famoso “Miele di Notre-Dame”, successivamente venduto dallo staff ecclesiastico.

Le api sono una particolarità di Notre Dame, e contribuiscono a rendere ancora più suggestiva la bellezza della cattedrale parigina. Ma c’è un preciso motivo per cui le api hanno cominciato a vivere sul tetto della chiesa. Che le api siano a rischio sopravvivenza un po’ ovunque nel mondo, a causa dei pesticidi e delle sostanze chimiche per l’agricoltura intensiva, è cosa nota. E che le api siano fondamentali alla sopravvivenza dell’uomo e della natura è altrettanto risaputo.

Perfino Einstein sottolineava come il mondo sarebbe completamente diverso senza la presenza delle api, e si dice che una delle frasi da lui pronunciata fosse: “Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”.

Le api sono insetti responsabili del 70%dell’impollinazione delle piante sul pianeta, premettendo grazie al loro intervento la crescita delle principali coltivazioni necessarie alla produzione di cibo. E il loro miele è un elemento indispensabile per la cura e il benessere del corpo.

api notre dame

le api a Notre Dame

Le api sui tetti 

Ecco che per salvaguardare l’esistenza delle api si sono sviluppati alcuni progetti, come quello a Parigi in cui gli alveari vengono posizionati sui tetti di alcuni edifici di importanza storica. Nella capitale francese si trovano api non solo a Notre Dame, ma anche sull’Arco di Trionfo, sui tetti dell’Opéra e del Louvre. In particolare sul tetto della cattedrale erano presenti tre grossi alveari, posizionati a circa 30 metri dal punto un cui si è generato l’incendio. Ognuno di loro contiene quasi 60.000 api per un totale di 200.000 piccoli ospiti che producono un miele raffinatissimo. Lo smog per loro non è un problema perché le api non hanno polmoni, ma la CO2 le fa addormentare e questo fa si che si rinchiudano nelle loro celle, proteggendo il miele e la regina. Lo stesso dicasi per il fumo dell’incendio, che ha disturbato molto poco le api.

notre dame api

gli alveari di Notre Dame

Lo ha spiegato l’apicoltore Nicolas Geant, che si occupa degli alveari. Geant ha inoltre spiegato che il vero pericolo era la temperatura molto elevata che avrebbe potuto sciogliere la cera e, dunque, fuso all’interno gli alveari degli insetti. Dopo l’incendio grazie ai droni si è potuto vedere che gli alveari non erano bruciati e dopo che le fiamme erano state domate si sono visti alcuni sciami ritornare nella zona. Le api di Notre Dame sono così salve.

Nessun commento su L’importanza delle api, anche a Notre Dame

Montagne Rocciose: recuperati i corpi di Lama, Auer e Roskelley

Il tragico ritrovamento dopo giorni di attesa Le autorità canadesi hanno comunicato che sono stati recuperati i corpi senza vita degli alpinisti austriaci David Lama e Hansjorg Auer e dell’americano…

Il tragico ritrovamento dopo giorni di attesa

Le autorità canadesi hanno comunicato che sono stati recuperati i corpi senza vita degli alpinisti austriaci David Lama e Hansjorg Auer e dell’americano Jess Roskelley. I tre martedì scorso i tre erano stati travolti da una valanga sull’Howse Peak. Di loro non si era saputo più nulla. Sul posto solo le tracce di molte valanghe.

Il ritrovamento dei corpi è avvenuto nel giorno di Pasqua, ed è stato reso possibile solo dopo l’invio di un elicottero sul luogo dell’incidente. I tre alpinisti, che facevano parte di una missione sponsorizzata dal marchio statunitense ‘The North Face’, avevano tentato la scalata dell’Howse Peak (3.295 m) lungo una via considerata molto difficile. L’allarme era stato lanciato dal padre di Roskelly, il famoso alpinista e Piolet d’Or 2014, perché il figlio non aveva più chiamato, come invece concordato.

Messner, l’alpinismo è una sfida folle

A proposito della tragedia, che ha seguto di nemmeno due mesi la tragica scomparsa dell’italiano Daniele Nardi sul Nanga Parbat, anche Reinhold Messner si è espresso. “È una grande tragedia, è terribile”, ha dichiarato il Re degli Ottomila all’agenzia di stampa austriaca Apa. Messner conosceva bene Auer e Lama, e a suo dire i due alpinisti “hanno portato l’arte dell’arrampicata a nuove dimensioni” e avevano entrambi “un forte carisma”. Soprattutto Auer, prosegue l’altoatesino, “era ai massimi livelli in tutte le discipline“.

“Sono morti tre alpinisti chiave delle salite tradizionali. Con la recente scomparsa di Daniele Nardi sul Nanga Parbat – afferma Messner, molto provato dalla sciagura – se ne vanno i maggiori interpreti contemporanei di una disciplina che è prima di tutto filosofia. Chi affronta una parete ne accetta le regole, la sua natura: ne affronta i rischi, non cerca come fanno troppi il turismo che permette di arrivare sull’Everest percorrendo sentieri tracciati da altri. L’alpinista ha la sua picozza come segno distintivo, le corde, gli scarponi chiodati, e sfida il ghiaccio e la legge di gravità. Quando una valanga trascina via la cordata è impossibile salvarsi, il destino è segnato per tutti. Non ci sono regole per sfuggire alle tragedie, la storia ce ne ha raccontate tante e tutte inevitabili”. “Questo tipo di alpinismo è affascinante – ha aggiunto Messner parlando ieri della tragedia – ma anche difficilmente giustificabile”.

Nessun commento su Montagne Rocciose: recuperati i corpi di Lama, Auer e Roskelley

Type on the field below and hit Enter/Return to search