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Categoria: Blog

Backpacking al femminile. Tutto quel che c’è da sapere

Utili consigli per viaggiatrici zaino in spalla. Viaggiando da soli si possono scoprire e assaporare davvero le essenze vere di un luogo, della sua cultura e la magia dell’incontro con…

Utili consigli per viaggiatrici zaino in spalla.

Viaggiando da soli si possono scoprire e assaporare davvero le essenze vere di un luogo, della sua cultura e la magia dell’incontro con le persone del posto. E se a viaggiare sola è una donna il rischio è che costei ci prenda gusto e a quel punto nessun compagno di viaggio sarà mai all’altezza di poter rendere speciale e unico il viaggio intrapreso. Il backpacking, l’arte di viaggiare zaino in spalla, non è solo una moda: è uno stile di vita.

Se è vero che l’essenziale nel bagagli permette di fare spazio alle esperienze, alle emozioni e ai ricordi di viaggio, è altrettanto vero che ci sono alcune regole di base, che se rispettate mettono al riparo da spiacevoli inconvenienti. Già nel numero di Survival & Reporter di marzo ve ne avevamo parlato. Ma con l’arrivo dell’estate è bene rinfrescare la memoria.

Leggerezza

Viaggiare leggeri è la prima regola. Non servono troppi abiti, accessori e vezzi vari. Una vera backpacker bada all’essenziale e porta con sé solo quello che realmente serve. Fondamentale stilare una lista su quello che dovrà finire nello zaino. Biancheria intima, pantaloni modulabili, magliette, scarpe (ne basta un paio), ciabatte di gomma o sandali, costume, foulard, torcia, coltellino svizzero, asciugamani in microfibra, farmaci di primo soccorso, adattatore, batteria di riserva del cellulare, portadocumenti (con relativi documenti), l’essenziale per l’igiene personale, sacco a pelo ultralight. E naturalmente un telefono, magari satellitare, un lucchetto (fidarsi è bene, ma quando si dorme in ostello c’è sempre un ladro più sveglio di noi) e una bussola. Mai dimenticare, infine, una giacca a vento o k-way e un maglione anche se la destinazione è di quelle calde. La leggerezza del bagaglio, inevitabilmente, aiuterà una volta tornate ad affrontare la quotidianità in modo più distaccato e a tenere a bada l’ansia eccessiva.

Budget

Posto che il biglietto aereo viene acquistato anche con un certo anticipo per potersi accaparrare le occasioni migliori con i voli low cost, e che si deve stipulare un’assicurazione che copra ogni rischio, fissare un budget prima della partenza per le spese in loco è fondamentale. Bisogna decidere quanto spendere al massimo per ogni pernottamento e ogni pranzo, e cercare di non sforare. Utile, poi, mettere da parte qualcosa per gli imprevisti. Prediligere ostelli come soluzioni per dormire e mezzi pubblici per muoversi permette di abbassare notevolmente i prezzi e concedersi così un soggiorno più lungo.

Lingua

Certo non tutti sono in grado di imparare una lingua straniera, o un dialetto, in poche settimane. Ma scaricarsi un frasario con le espressioni più usate dell’idioma del posto che si visita è sempre utile. Non si può immaginare quante porte apra, anche tra i popoli più riottosi, un buongiorno pronunciato nella loro lingua, anche se in modo maccheronico. Meglio ancora se accompagnato da un solare sorriso.

Adattamento e flessibilità

Certo, per definizione un backpackers, anche se donna, dovrebbe sapere che da un viaggio zaino in spalla non ci si può aspettare il comfort di un resort a molte stelle. Ma repetita iuvant. E quindi è bene ricordare che spesso ci può essere la necessità di condividere la stanza con altre viaggiatrici in solitaria, e che i bagni sono sempre in comune. Lo stesso vale per i mezzi pubblici. Il risvolto della medaglia è che essere flessibili permette di cambiare i propri programmi e asciarsi affascinare dalle situazioni che si creano strada facendo.

Mete

Qui non ci sono regole, ma solo l’imbarazzo della scelta. Se si è alle prime armi meglio optare per il nord Europa, dove questo tipo di viaggi è diffuso già da tempo e ci sono strutture adatte ad accogliere i backpackers. Per chi ha un budget basso la Turchia è una delle mete più economiche per i viaggiatori zaino in spalla. Lo stesso dicasi per la Thailandia, una delle mete più gettonate dai backpackers di tutto il mondo. L’unico consiglio è quello di abbandonarsi alle proprie sensazioni, e scegliere la prossima bandierina da mettere sul mappamondo.

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La This Is Vertical Race torna in Alta Valle Seriana

Per il secondo anno consecutivo a Valgoglio si terrà la gara più proibitiva delle Orobie. Sui monti dell’Alta Valle Seriana, in provincia di Bergamo, stanno cominciando i preparativi per l’evento…

Per il secondo anno consecutivo a Valgoglio si terrà la gara più proibitiva delle Orobie.

Sui monti dell’Alta Valle Seriana, in provincia di Bergamo, stanno cominciando i preparativi per l’evento che si svolgerà il prossimo 13 ottobre. È una corsa riservata a chi non soffre di vertigini, dato che la This Is Vertical Race è la gara verticale con le pendenze più proibitive delle Orobie.

Mille metri di dislivello condensati in soli 1.800 metri di sviluppo metteranno a dura prova i più forti grimpeur del panorama nazionale. A Valgoglio si contenderanno il titolo della Federazione italiana di skyrunning, che ha designato la competizione bergamasca quale prova unica di campionato italiano della specialità vertical kilometer per le categorie dalla Youth alla +65.

“Il percorso, da veri gourmet dell’only-up, resta confermatissimo – spiega Manuel Negroni, a capo del comitato organizzatore -. Dalla centrale Enel di Aviasco, poco sopra l’abitato di Valgoglio, si inerpica la traccia – ben segnalata – che sale per mille metri di dislivello fino a quota 1980 m slm del crinale, altamente panoramico, che divide la famosa Val Sanguigno dalla altrettanto conosciuta (in ambito escursionistico) zona dei laghi”.

Ad aggiudicarsi il podio lo scorso anno furono i trentini Patrick Facchini ed Elena Nicolini, ambedue portacolori del team La Sportiva, rispettivamente fermando le lancette sul tempo di 34’22” e 46’42”. I primati cronometrici della This Is Vertical Race appartengono invece a Marco Moletto – 33’18” – e Beatrice Deflorian – 41’56” – .

Gli scalatori puri, gli skyrunner che accorciano le distanze a fine stagione, gli scialpinisti pronti per la neve… tutte categorie di atleti che debbono evidenziare in agenda la data della cronoscalata. Domenica 13 ottobre, This Is Vertical Race, Valgoglio, Bergamo. Save the date. A proposito, le iscrizioni apriranno il 1 luglio sul portale picosport.net

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Confessioni di un serial climber

La nostra recensione del libro di Mark Twight. Mark Twight è stato uno degli alpinisti americani più anticonformisti. Sono famose le sue ascensioni. Ha compiuto la prima salita in solitaria…

La nostra recensione del libro di Mark Twight.

Mark Twight è stato uno degli alpinisti americani più anticonformisti. Sono famose le sue ascensioni. Ha compiuto la prima salita in solitaria della Via dei cechi sul Pik Communism, il più veloce Slipstream nelle Canadian Rockies. E poi, sempre in solitaria, il Mount Hunter in Alaska, alcune delle più difficili del gruppo del Monte Bianco. Ultima, ma non per importanza, l’epica no-stop di sessanta ore sulla Diretta ceca al McKinley.

È stato istruttore di arrampicata e tecniche di sopravvivenza per le forze speciali dell’esercito, e ha lavorato come consulente e distributore per alcune importanti aziende del settore di capi tecnici per il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. e ancora, Mark Twight è stato il fondatore di Gym Jones, dove ha allenato atleti (inclusi combattenti MMA, giocatori NFL e ciclisti professionisti), personale militare e attori.

“CONFESSIONI DI UN SERIAL CLIMBER” è una raccolta di scritti prodotti tra il 1985 e il 2000, proposti volutamente non in ordine cronologico, che accompagna il lettore in un percorso spigoloso, difficile, nel corso del quale risultano indispensabili pause riflessive.

Twight mette così a nudo la rabbia del lettore, spinta emotiva fondamentale per comprenderne la sua. Una rabbia contro la stupidità e la mediocrità. Dal Monte Bianco all’Himalaya, dal Canada al Palmir, alpinismo estremo e musica punk, tecnica e fragilità, amori e morte.

Un thriller carico di cinismo ed ossessioni, disprezzo e contraddizioni, dallo spot in Antartide per un’azienda produttrice di sigarette fino alla possibilità di un futuro nella cinematografia: “…altri sono scomparsi, fagocitati dal business, e hanno sostituito la montagna con un mucchio di grana. Potrei farlo anch’io, ma credo che mi ucciderebbe”.

Quello di Mark Twight è però anche un omaggio agli amici e partner di arrampicata che non ci sono più, come Alison Hargreaves (madre del recentemente compianto Tom Ballard), Philippe Mohr e Fred Vidal. Un atto sentito e dovuto perché, come scrive, “…ad alcuni ho detto che gli volevo bene. E per quanto riguarda altri, beh, spero che lo avessero capito, perché io non gli ho mai detto una parola”.

twight climbing

Confessioni di un serial climber

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Professionalità e impegno: l’operato dei Rangers della Conservazione

Nel 2007 poche persone al mondo erano a conoscenza del traffico di animali, o parte di essi, e delle ramificazioni sociali, economiche e culturali di questo fenomeno; un’educazione scientifica ed…

Nel 2007 poche persone al mondo erano a conoscenza del traffico di animali, o parte di essi, e delle ramificazioni sociali, economiche e culturali di questo fenomeno; un’educazione scientifica ed una Forma Mentis militare mi hanno permesso di comprendere da subito la complessità dell’argomento e l’importanza per il futuro dell’umanità di preservare la Biodiversità del nostro pianeta: una grande passione per la natura ha innescato la voglia di contribuire concretamente.

La prima lezione appresa da Ranger volontario in Africa fu che le capacità acquisite nell’esercito prima, e come Security Contractor in Medio Oriente più tardi, non erano minimamente adeguate a fronteggiare un contesto tanto differente e così specifico. Così, con la guida di istruttori sudafricani di grande esperienza, ripartii umilmente da zero, riadattando le procedure conosciute ed imparandone di nuove nell’ottica di operazioni antibracconaggio condotte in ambienti a rischio e spesso prive di supporto esterno: il Tracking umano, il comportamento animale, la biologia della conservazione, la medicina remota (incluse le patologie endemiche) sono tutti aspetti importanti per operare in modo sicuro, efficiente e professionale.

Ci vollero anni prima di aver acquisito padronanza di tutti gli strumenti e quindi di poter trasmettere le mie conoscenze ed esperienze ad altri: ritengo infatti che un Conservation Ranger comprenda l’ambiente come un guardiaparco, sia dotato del pragmatismo di un operatore della sicurezza privata, abbia la mentalità di un soldato ed infine la flessibilità di un poliziotto. Le mie esperienze personali da istruttore confermano il rapporto WWF del 2018: “Circa il 40% dei Rangers al mondo ritengono che l’addestramento ricevuto sia obsoleto ed inadeguato per prepararli alla realtà del loro lavoro”. Insegnare procedure inefficienti e sorpassate mette a rischio la vita dei Rangers: occorre un training professionale per combattere i trafficanti e le organizzazioni criminali e terroristiche che li supportano. Abbiamo infatti notato che, spesso per motivi economici, i Rangers sono addestrati da “istruttori” non professionali, ovvero che svolgono attività totalmente diverse nella vita, con conoscenze spesso sorpassate nonché privi di reale esperienza sul campo: per questo motivo Conservation Rangers Operations Worldwide supporta gratuitamente parchi nazionali e privati con l’invio di volontari specializzati, ricercatori, materiali ed istruttori professionisti.

Il training svolto da C.R.O.W. ha due principali finalità:

La selezione del personale e l’insegnamento della professione ai nuovi Rangers e la specializzazione o aggiornamento di procedure mediche, tattiche (armate o disarmate) e di supporto (quali ad esempio il Tracking) per le APU (AntiPoaching Units) che hanno già esperienza. In entrambi i casi è necessario focalizzarsi su SOPs (Procedure Operative Standard) testate e specificatamente studiate alle esigenze del singolo parco, nonché sulle condizioni delle comunità locali: adattamento, creatività ed esperienza sono indispensabili per fornire soluzioni concrete ai parchi che si affidano a noi.

Una giornata tipica di addestramento inizia alle sei di mattina, con risveglio muscolare seguito dalle lezioni del giorno fino alle diciotto: sfruttare le ore di luce, salvo durante gli addestramenti per operazioni notturne, ed evitare attività pesanti nelle ore più calde per scongiurare colpi di calore, disidratazione e perdita di attenzione, sono accorgimenti importanti per la buona riuscita del corso. Il nostro è un lavoro duro, ripetitivo, privo del dovuto appoggio politico e contro organizzazioni criminali spesso molto potenti…ma i paradisi terrestri che abbiamo visto, le persone incredibili che abbiamo conosciuto e la vita piena di significato e di avventura che abbiamo vissuto sono sufficienti a ripagarci di ogni sacrificio. Nulla tocca l’anima più del combattere una guerra giusta, e la nostra è una delle pochissime.

A cura di Andy Martin (Conservation Rangers Operations Worldwide Executive Director e Istruttore e Kyt Walken, Ranger Certificato C.R.O.W.)

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Gorilla tracking nella nebbia

Ci si muove lenti lungo un sentiero dalla moderata pendenza ma scivoloso, dipanandosi nella nebbiolina che avvolge tutta la foresta a 2000 metri di quota, con flebili raggi di sole…

Ci si muove lenti lungo un sentiero dalla moderata pendenza ma scivoloso, dipanandosi nella nebbiolina che avvolge tutta la foresta a 2000 metri di quota, con flebili raggi di sole che filtrano tra il denso fogliame a ricordarci che l’alba è ormai giunta. Per addentrarsi nel parco di Bwindi in Uganda è necessario partire dall’ultimo centro civilizzato di Kisoro in piena notte, percorrendo un paio di ore tra tortuose strade sterrate di montagna, stipati in scomodi fuoristrada arrivando ancora avvolti dal buio al gate dove si tengono i briefing per i visitatori. Il parco è soprannominato “foresta impenetrabile” e impenetrabile lo sarebbe davvero senza l’ausilio dei Rangers che ci guidano aprendosi un percorso  nella vegetazione di imponenti alberi di mogano e fitti bambù, armati di AK come difesa contro gli animali potenzialmente aggressivi perché colti di sorpresa dal nostro arrivo,  ma necessario deterrente anche per le formazioni paramilitari ribelli che talvolta sconfinano dal vicino Congo con intenzioni ben poco amichevoli, come testimoniato dall’eccidio di un gruppo di guide e turisti nel 1999.Il cammino lungo il sentiero appare inizialmente non così impegnativo per chi possiede un minimo allenamento, ma nel momento in cui ci si illude che l’esplorazione avventurosa dei monti Virunga sia solo un retaggio del passato il ranger comincia ad aprire con il panga un nuovo tracciato nel fitto della vegetazione, calandosi lungo una ripida discesa. E’ necessario aggrapparsi ai rami sporgente di qualsiasi albero per evitare rovinose cadute, evitando di toccare però la corteccia della snella Hagenia abyssinica, che tenderebbe a sgretolarsi benché sia molto spessa: facile riconoscerla grazie alle sue foglie di 40cm e ai suoi fiori dalle sfumature di arancio da cui i locali ricavano da sempre un potente antielmintico.

Il timore più grande è di scivolare fuori dal percorso già battuto dalle guide, mettendo il piede dove non si dovrebbe: la maggior parte dei serpenti ha già percepito le vibrazioni sul terreno che annunciano il nostro arrivo e si è defilata per tempo, ma ci vuole altro per far smuovere dal suo torpore la temibile vipera del Gabon (Bitis gabonica). La sua stazza tozza e le dimensioni ragguardevoli la costringono a movimenti lenti, ma di contro è forte del vantaggio tattico dato dalle sue zanne da 5 cm armate di veleno misto citotossico/emotossico , il tutto racchiuso in un manto perfettamente mimetizzabile nella vegetazione, composto da disegni di sorprendete regolarità geometrica che le fanno giustamente meritare l’appellativo di morte vestita a festa.

Con il procedere della giornata comincia a farsi opprimente il caldo, veicolato non tanto da un sole che rimane seminascosto dietro un ombrello verde chiaramente impenetrabile, quanto piuttosto dalle foglie fradice, dai tronchi degli alberi, dal viscido humus che imprigiona ogni passo e che genera una cappa di umidità che satura ogni respiro. Inevitabilmente lungo il percorso si finisce grondanti di sudore, ricoperti di fango e foglie, azzoppati dal fiatone, assetati e martoriati dai graffi delle spine che si insinuano anche nel profondo dei guanti, come pure dalle voraci formiche che riescono a superare la barriera di ghette e calzettoni. I Rangers seguono le indicazioni via radio dai loro colleghi tracciatori, fino ad arrivare in una radura dove, dopo aver ordinato di fare assoluto silenzio e di deporre zaini e abbigliamento dai colori troppo sgargianti, indicano l’obbiettivo del nostro faticoso peregrinare nella foresta impenetrabile: a pochi metri si svela tranquillo nell’ombra un gruppo familiare di maestosi Gorilla di montagna (Gorilla b. beringei). Lo stupore anche dell’animo più imperturbabile viene immancabilmente soppiantato dalla commozione, trovandosi al cospetto di questi mammiferi che con noi probabilmente condividono non solo il 98% del patrimonio genetico, ma anche una larga parte di emozioni che traspaiono silenziose dai loro occhi dall’umana lucidità.

Sembra di trovarsi catapultati in un mondo irreale che improvvisamente diventa silenzioso, privato dei rumori della foresta, con i sensi che vengono catalizzati solo dai rumori di rami spezzati da queste sagome imponenti, dal pelame scuro ma lucente nel suo riflesso azzurrognolo, dai loro movimenti lenti che , anche quando si alzano improvvisamente per battersi il petto sulle gambe corte e leggermente storte, riescono a incutere un attimo di terrore che però sa tanto di bluff. Gli individui adulti, progressivamente abituati alla presenza umana, sono infatti tendenzialmente miti, e continuano indisturbati a sgranocchiare foglie sotto lo sguardo vigile del maschio dominante silverback dalla schiena argentea, quasi indifferenti totalmente alla nostra presenza nonostante ci si trovi a stretto contatto.  I piccoli non nascondono invece il loro interesse verso i visitatori alieni, provando ad avvicinarsi senza timore con quella innocente curiosità propria solo dei bambini, per poi venire tenuti a debita distanza dai Rangers. Siamo di fronte al gruppo familiare composto da 6 elementi denominato Bweza, uno dei cinque visitabili nel parco, oltre ai tre a disposizione solo di studiosi naturalisti e al paio ancora completamente libero e mai approcciato.

I visitatori ammessi alla visita dei gorilla sono limitati a poche migliaia durante l’anno con lunghe liste d’attesa per limitare l’ingresso, e possono rimanere a contatto con gli animali per meno di una sola ora, con accesso interdetto a chiunque sia affetto anche da un banale raffreddore, che per i grandi mammiferi potrebbe però risultare fatale. Sono misure che cercano di preservare un ecosistema già da troppo tempo martoriato dai conflitti tra le varie etnie o dai risaputi fenomeni di bracconaggio a scopo alimentare, rituale o commerciale che ha abbattuto la popolazione delle varie specie di gorilla a poche centinaia in tutta l’Africa, come pure dalla deforestazione orientata alla creazione di aree più agevolmente coltivabili con bananeti. Per vivere questa esperienza toccante incontrando i giganti buoni e tolleranti la levataccia mattutina, la fatica, i rischi e la camminata in condizioni ambientali difficili sono un  necessario prezzo da pagare…oltre al costoso biglietto d’accesso al gorilla trek che supera ormai i 600usd/pax e che si spera venga effettivamente utilizzato dall’ente parchi ugandese per la conservazione di questi primati, meravigliosi ma indifesi prigionieri nel loro fragile areale sconvolto da sempre dalle guerre e dall’avidità degli umani.

 

Di Riccardo Gallino

Guida  Africa Field Guide Association n. 281

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Una bomba chiamata permafrost

Lo scioglimento del terreno perennemente ghiacciato rappresenta un pericolo enorme per la sopravvivenza. Più volte noi di Survival & Reporter abbiamo parlato del permafrost e di cosa comporta il suo…

Lo scioglimento del terreno perennemente ghiacciato rappresenta un pericolo enorme per la sopravvivenza.

Più volte noi di Survival & Reporter abbiamo parlato del permafrost e di cosa comporta il suo sempre più rapido scioglimento. Qualche giorno fa ha fatto il giro della rete la foto di alcuni cani da slitta che corrono sull’acqua. Un’immagine che è diventata il simbolo dei cambiamenti climatici e dello scioglimento accelerato dello strato di neve in atto nel Nord-Est della Groenlandia.

Ebbene, recenti studi hanno dimostrato che questo scioglimento procede a un ritmo molto più serrato rispetto a quanto finora previsto. E gli scienziati di una spedizione canadese nell’Artico hanno scoperto che il ghiaccio perenne si scioglierà con 70 anni di anticipo. Il team dell’University of Alaska Fairbanks ha dichiarato di essere esterrefatto dal ritmo con il quale una serie di estati calde ha destabilizzato lo strato superiore dei blocchi di ghiaccio sotterranei che si sono solidificati nel corso dei millenni.

Lo scioglimento del permafrost, oltre a portare con sé ondate di calore come quella che sta attraversando in questi giorni l’Italia, rappresenta un pericolo anche sotto molti altri aspetti. Il disgelo, infatti, potrebbe liberare nell’aria virus sconosciuti. Dopotutto è cosa nota che con lo scioglimento del permafrost sono stati riportati alla luce resti di mammut, o di altri animali che vivevano nel Pleistocene.

Una bomba pronta a esplodere

Ed è proprio a quel periodo della Preistoria che risalgono antichi veleni di fossili che giacciono sotto al permafrost, insieme a milioni di tonnellate di sostanze tossiche e inquinanti. Si stima infatti che sotto al ghiaccio perenne siano contenute in totale circa 1.500 miliardi di tonnellate di carbonio, il triplo di quanto conservato nelle foreste di tutto il mondo. Due volte di più rispetto a quello contenuto nell’atmosfera. Insomma, una vera e propria bomba pronta a essere rilasciata nell’ambiente.

Oltre al carbonio il ghiaccio che si scioglie porta alla luce anche ingenti quantità di microplastiche. Si stima il doppio rispetto a quelle contenute in tutti gli oceani del mondo. Inoltre verrebbero liberate anche oltre a 1,6 milioni di tonnellate di mercurio che entreranno nuovamente nella catena alimentare.

 

 

 

 

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Un Uragano di nome Julia

A 103 anni Julia Hawkins ha stabilito il record mondiale di corsa nella categoria delle ultracentenarie. Ha corso 50 metri in 21,06 secondi. Un tempo che ha dell’incredibile se si…

A 103 anni Julia Hawkins ha stabilito il record mondiale di corsa nella categoria delle ultracentenarie.

Ha corso 50 metri in 21,06 secondi. Un tempo che ha dell’incredibile se si pensa che a stabilirlo è stata un’arzilla vecchietta di 103 anni. Cosa che, facendo i dovuti paragoni, può far impallidire i recordman alla Usain Bolt. Stiamo parlando di Julia Hawkins, classe 1916, soprannominata Hurricane, l’Uragano.

Alcuni giorni fa nel corso dei National Senior Games americani di Albuquerque, in New Mexico, ha sbaragliato le sue avversarie. Ma non basta: E non è finita qui: il giorno dopo, martedì 18 giugno, «Hurricane» ha corso i 100 metri in 46,07 secondi. “Sono contenta di aver fatto bene, ma in passato ho fatto meglio.Non so se è perché sono più vecchia o se è colpa dell’atmosfera”, ha commentato l’arzilla atleta al termine della sua gara.

Ma la cosa ancora più curiosa, che dimostra che non è mai troppo tardi per cimentarsi con i propri limiti e tentare nuove avventure è che la Hawkins ha scoperto la corsa alla veneranda età di 100 anni: prima gareggiava in bicicletta. “Per rimanere in forma man mano che gli anni passano bisogna stare bene e tenersi attivi”. È  questo il segreto di lunga vita di nonna Julia, che aggiunge l’importanza di “mantenere il peso corporeo entro un certo livello e fare esercizio. Ma soprattutto avere tante passioni e trovare gioia in quello che si fa, tenendo sempre la mente occupata. Non smettete di sognare”.

Julia “Hurricane” Hawkins ha quattro figli, tre nipoti e un pronipote. È vedova: era stata sposata con Murray per 70 anni, dopo un matrimonio celebrato al telefono durante la seconda guerra mondiale.

La Hawkins non è nuova a imprese di questo genere. Due anni fa, a 101 anni, aveva corso i 100 metri in 39,62 secondi. E lo scorso anno ha stabilito il nuovo record del mondo dei 60 metri piani per atlete centenarie. Li ha corsi in 24 secondi e 79 centesimi.

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Mille triatleti alla Oakley TriO di Sirmione

Luca Facchinetti e Giorgia Priarone si aggiudicano la seconda tappa del circuito Volkswagen TriO Series. Ancora una volta è stato il fascino del Castello Scaligero e del lungolago gardesano al…

Luca Facchinetti e Giorgia Priarone si aggiudicano la seconda tappa del circuito Volkswagen TriO Series.

Ancora una volta è stato il fascino del Castello Scaligero e del lungolago gardesano al tramonto a fare da perfetto sfondo alla finish line dei 1.000 triatleti impegnati nell’Olimpico Silver di Oakley TriO Sirmione, seconda tappa del circuito Volkswagen TriO Series, organizzato da TriO Events e Volkswagen.

Nonostante le condizioni meteo incerte fino alla partenza, che hanno portato al cambio di tracciato per la frazione di nuoto, la competizione ha potuto contare su un clima ideale e ha visto grande protagonista il 707 Triathlon Team. Per la squadra, gradino più alto del podio maschile e femminile con le ottime prestazioni del romagnolo Luca Facchinetti (1h45’06’’) e della piemontese Giorgia Priarone (1h59’52’’), al suo primo olimpico. “Dopo un buon avvio di stagione sin da maggio – ha dichiarato il vincitore Luca Facchinetti – ho vissuto alcune settimane difficili a causa di un black out fisico. È un percorso in salita ma sono pronto per affrontare in Olanda la Coppa Europa. L’obiettivo è rientrare nel circuito mondiale”.

Gli fa eco la vincitrice Giorgia Priarone: “Sono riuscita a condurre la competizione in solitaria perché in bici mi sentivo davvero bene, volevo provare a fare 40 km a cronometro per poi tirare il più possibile nella frazione di corsa. L’obiettivo era testare la mia condizione visto che è il mio primo olimpico”.

Il percorso dell’Olimpico Silver

Causa condizioni meteo, cambio di percorso nella frazione di nuoto (1.5km), con lo spostamento della star line su Piazzale Porto. I triatleti hanno affrontato il nuovo tracciato, definito da quattro boe, interamente nella darsena per poi, usciti dall’acqua, raggiungere la T1 sul Lungolago Diaz. Recuperate le bici, al via la frazione di ciclismo (40km) che, dopo un primo tratto di 4 km, li ha portati a lasciare il centro di Sirmione per raggiungere in 8 km l’entroterra gardesano. Da Pozzolengo è partito un anello di 15 km che, lambendo Monzambano, si è nuovamente ricollegato a Pozzolengo, sul tratto iniziale. Al rientro a Colombare di Sirmione la zona cambio T2, in via Montello, da cui è partita la frazione di corsa (10km) con un avvicinamento di 5 km verso l’arrivo presso il centro di Sirmione. Sul finale i partecipanti sono stati impegnati in un percorso multilap, da effettuare 2 volte, fino alla finish line su Piazzale Porto.

Anche Oakley TriO Sirmione plastic free

Grazie alla sinergia tra TriO Events e Culligan grande attenzione al territorio. Anche a Sirmione bandita la plastica con la fornitura da parte dell’azienda di acqua potabile, prelevata dalla rete acquedottistica, e trattata dai suoi impianti Aquabar con bicchieri di cellulosa riciclabili al 100%. Materiali biodegradabili anche al pasta party a conclusione dell’evento.

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Due nuovi patrimoni Unesco per l’Italia

Alpi Giulie e Po Grande sono stati inseriti tra le Riserve della biosfera Una buona notizia per la montagna italiana, e non solo: le Alpi Giulie sono entrate tra i…

Alpi Giulie e Po Grande sono stati inseriti tra le Riserve della biosfera

Una buona notizia per la montagna italiana, e non solo: le Alpi Giulie sono entrate tra i patrimoni dell’Unesco. Il programma Il Mab, il programma “Uomo e la Biosfera” ha inserito queste montagne tra le Riserve della biosfera perché sorgono al punto di incontro di tre zone biogeografiche nonché aree culturali.

In particolare, il comitato Unesco ha messo in luce la specificità delle Alpi Giulie, che l’Italia condivide con la Slovenia. La loro collocazione territoriale ha prodotto una ricchissima biodiversità, e il mantenimento di tradizioni popolari, su cui la riserva intende fondare i propri percorsi di sviluppo sostenibile, anche in una logica transfrontaliera con la confinante e omonima riserva slovena.

Anche il Po Grande tra le riserve Mab

Insieme alle Alpi Giulie l’Unesco ha inserito tra i patrimoni anche il “Po Grande”, tratto medio padano del fiume Po che si estende tra Emilia Romagna, Lombardia e Veneto. Di particolare importanza per l’Unesco è il progetto di gestione integrata dell’acqua che si basa sui principi della conservazione, sostenibilità e educazione ambientale.

Po Grande unesco

Il Po Grande

Il programma Mab e le riserve della biosfera

Il programma Mab intende promuovere su base scientifica un rapporto equilibrato fra l’essere umano e l’ambiente circostante attraverso la salvaguardia della biodiversità e le buone pratiche per uno sviluppo sostenibile. Ecco che le riserve della biosfera “comprendono ecosistemi terrestri, marini/costieri o una combinazione degli stessi. Le Riserve promuovono attività di cooperazione scientifica, ricerca interdisciplinare e sostenibilità ambientale nel pieno coinvolgimento delle comunità locali, pertanto rappresentano esempi di best practice nell’ottica dello sviluppo sostenibile e della interazione tra sistema sociale e sistema ecologico”.

19 riserve in Italia

In totale, con il Po Grande e le Alpi Giulie, sono 19 i territori italiani iscritti nelle riserve Mab. Ma nelle prossime settimane l’Unesco esaminerà altre due importanti candidature italiane, in lizza per essere inserite nelle liste del patrimonio culturale mondiale dell’umanità. Si tratta delle Alpi del Mediterraneo e delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene.

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Le iene dell’Artico

Recenti studi su due fossili dimostrano che nel Pleistocene le iene vivevano nell’Artico Siamo abituati a pensare che l’habitat delle iene siano le calde e aride zone di Asia e…

Recenti studi su due fossili dimostrano che nel Pleistocene le iene vivevano nell’Artico

Siamo abituati a pensare che l’habitat delle iene siano le calde e aride zone di Asia e Africa. E in effetti oggi è così. Ma c’è stato un tempo in cui, nell’ultima Era glaciale, questi mammiferi vivevano indisturbati anche tra le steppe e la tundra dell’Artico. Degli studi condotti su due denti rinvenuti nello Yukon, in Canada, negli anni ’70 hanno confermato che nell’antichità le iene vivevano nelle zone più fredde del mondo.

Si tratta di un mistero lungo 50 anni, sul quale oggi si è fatta luce. I ricercatori dell’Università di Buffalo, hanno pubblicato le loro ultime analisi sulla rivista Open Quaternary, e hanno affermato che quei fossili di denti risalgono a un periodo compreso tra 1,4 milioni e 850.000 anni fa e appartengono a un genere ormai estinto, quello della iena-ghepardo (Chasmaporthetes).

Le caratteristiche delle iene Chasmaporthetes

Questa iena-ghepardo era dotata di zampe ben più lunghe rispetto alle iene attuali, ed era probabilmente un corridore più veloce e un predatore meglio capace di inseguire le prede, prosegue lo studioso. Pare inoltre che avesse una pelliccia folta simile a quella dei mammut o dei rinoceronti lanosi, il cui colore cambiava in base alle stagioni, proprio come succede oggi alle lepri e alle volpi artiche. Oltre a cibarsi dei cadaveri di altri animali e a frantumare le ossa servendosi dei suoi potenti denti e delle sue forti mascelle, è possibile che questa iena cacciasse gli animali artici, fra cui caribù, cavalli e forse persino anche mammut.

Dall’Eurasia al Nord America attraverso lo stretto di Bering

“Fossili di questo genere di iena sono stati trovati in Africa, Europa e Asia, perfino nel sud degli Stati Uniti: ma come è arrivata in nord America?”, si chiede il paleontologo Jack Tseng. La risposta arriva ancora una volta dagli esami sui fossili. Queste antiche iene si spostarono dall’Eurasia, territorio in cui si sono evolute, al Nord America attraverso un ponte di terra sullo stretto di Bering, un lembo di terra che ha collegato l’Asia e l’America del nord durante le ere glaciali, quando il livello dei mari era più basso. Quelle iene erano in grado di percorrere questo tragitto in una zona così settentrionale, nonostante il clima rigido. Da lì, le iene si sarebbero poi spostate verso sud, fino ad arrivare in Messico.

 

 

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