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Categoria: Blog

La prima traversata dell’Antartide in solitaria

Correre in solitaria attraversando l’Antartide. Lo ha fatto Colin O’Brady, un  ex atleta triatleta professionista americano di 33 anni. In totale ha percorso quasi 1.600 chilometri in 54 giorni, trainando una…

Correre in solitaria attraversando l’Antartide. Lo ha fatto Colin O’Brady, un  ex atleta triatleta professionista americano di 33 anni. In totale ha percorso quasi 1.600 chilometri in 54 giorni, trainando una slitta da ben 135 chili, con ai piedi un paio di sci di fondo. Unico supporto un GPS, che ha monitorato i suoi movimenti e li ha pubblicati sul suo sito internet, rendendo social la sua traversata.

L’Antartide, il continente la cui esplorazione rappresenta una sfida continua da parte dell’uomo. Una terra misteriosa, sconfinata, perennemente avvolta dai ghiacci, che rappresenta il sogno di esploratori e alpinisti. Un luogo, l’Antartide, che a causa della rigidità delle sue temperature, costringe la mente umana di chi vi trascorre lunghi periodi a sviluppare una sorta di letargo, per risparmiare energia in attesa di tempi migliori. 

Un’impresa talmente ai limiti dell’impossibile, quella di O’Brady, che il New York Times l’ha definita “una delle più straordinarie nella storia polare” e l’ha paragonata alla “corsa per conquistare il Polo Sud” che oppose il norvegese Roald Amundsen al britannico Robert Falcon Scott nel 1911. Insieme a O’Brady è partito anche un ex militare britannico di 49 anni, Louis Rudd, che però ha intrapreso una strada diversa. Insieme hanno cominciato questa avventura, il 3 novembre 2018, dalla piattaforma di ghiaccio Filchner-Ronne. Volevano sfidarsi per vedere chi arrivava primo: ha vinto O’Brady. Rudd è arrivato un giorno dopo.

Ma la traversata compiuta dall’americano ha ancora più dell’incredibile se si guarda al suo passato. L’uomo, infatti, nel 2008 subì un incidente in Thailandia che gli ustionò gran parte del corpo. Aveva cercato di saltare una corda infuocata durante una festa in spiaggia, e il 25% del suo corpo era rimasto ustionato. I medici gli dissero che non avrebbe più potuto camminare normalmente. Ma lui non si è dato per vinto, del resto promise alla madre che avrebbe partecipato a una gara di thriatlon, e ha inanellato una serie di sfide ai limiti della sopravvivenza, vincendole tutte. Prima di concludere la sua traversata dell’Antartide in Solitaria, O’Brady nel 2016 ha scalato le vette più alte dei sette continenti, tra cui l’Everest, in 132 giorni, diventando così il più veloce scalatore delle vette del mondo. Il 27 maggio del 2017 ha battuto il record mondiale dell’Explorers Grand Slam, portandolo a 139 giorni e in contemporanea ha portato a 132 giorni il Seven Summits Speed Record. Il suo motto, che fa da sfondo al suo sito è “The impossible First”.  

Il nome di O’Brady passerà alla storia e verrà iscritto negli annali delle traversate polari. Come primo gesto, subito immortalato e postato sui social, appena giunto a destinazione O’Brady ha fatto una verticale poggiando la testa sul Polo Sud. Prima di lui, l’Antartide è stato attraversato dall’italiano Reinhold Messner, che insieme al tedesco Arved Fuchs, nel 1989 ha attraversato l’Antartide senza motori e senza cani.

Di seguito il video che mostra le fasi preparatorie alla traversata. 

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Il Tourniquet. Storia d’un salvavite

Il Tourniquet è un piccolo dispositivo che accompagna gli eserciti fin dall’antichità. Le prime note bibliografiche riguardanti l’utilizzo di un progenitore del tourniquet risalgono al lontano 1674, quando fu utilizzato…

Il Tourniquet è un piccolo dispositivo che accompagna gli eserciti fin dall’antichità. Le prime note bibliografiche riguardanti l’utilizzo di un progenitore del tourniquet risalgono al lontano 1674, quando fu utilizzato da Etienne Morel nella battaglia delle Fiandre, ma si pensa che i primi rudimentali tourniquet vennero usati addirittura durante le campagne militari dell’Impero Romano.

Composto da una striscia di tessuto nella quale scorrono dei piccoli lacci messi in trazione dalla torsione mediante una leva centrale, il Tourniquet è in grado di esercitare una forza tale da interrompere il flusso arterioso nell’arto ferito, permettendo il totale blocco di un emorragia.

Ne esistono in commercio diverse tipologie ed innumerevoli generazioni (CAT, SWAT, NATO, SOFT-T, ecc), ma il principio di funzionamento e le modalità di utilizzo sono pressoché analoghe.

Una delle versioni maggiormente in uso, ed una delle prime ad essere sviluppate, è sicuramente il CAT (Combat Application Tourniquet), composto da una fascia larga circa 4cm, ripiegabile su se stessa per formare un loop e fissata tramite una fibbia in plastica ed una fascia velcrata ad alta tenuta, in grado di permettere uno stretto fissaggio sull’arto ferito prima dell’azionamento della leva di torsione. Raggiunta la tensione necessaria, la leva viene bloccata fra due corna di plastica chiuse a loro volta da una nastrino sul quale va annotata l’ora dell’applicazione.

Una volta stabilizzato il ferito, il tourniquet va rimosso, e sostituito con un bendaggio compressivo standard; l’esperienza sul campo afferma che il periodo massimo di applicazione del Tourniquet per non incorrere in complicazioni è di 2 ore.

Se la circolazione nell’arto non viene ripristinata entro questa tempistica, si potrebbe incorrere in danni neurologici, ischemie nell’arto e sindrome compartimentale (che renderebbe necessarie fasciotomie e, nei casi più gravi, l’amputazione dell’arto stesso).

Nella Prima Guerra Mondiale, a causa di un improprio utilizzo del Tourniquet, si riscontrò un aumento di danni neurologici e amputazioni nei reduci, è stato dato quindi un “giro di vite” alle sue applicazioni, quando non strettamente necessarie.

L’utilizzo in ambito militare è proseguito più o meno in sordina fino ai giorni nostri, dove l’evoluzione degli apparati di protezione individuale come elmetti e piastre balistiche, unito al cambiamento delle tecniche di guerriglia viste in Medio Oriente ed Afghanistan (dove IED’s,VIED’s ed attentati con l’utilizzo di esplosivi sono purtroppo stati la prassi), hanno portato ad un incremento esponenziale delle ferite da esplosione e da corpo penetrante agli arti, sia ai militari attivamente impiegati nelle campagne che a civili, obbligando un adattamento del protocollo di triage e spostando le priorità sul controllo delle emorragie massive.

L’estrema efficacia, unita ad una accorta semplicità nell’applicazione (i moderni Tourniquets sono concepiti anche per l’autoapplicazione), rendono questo piccolo dispositivo preferibile sul campo rispetto al più stabile e “sicuro” bendaggio compressivo, che rimane la procedura standard nel controllo di una emorragia ma risulta più macchinoso e difficoltoso da eseguire.

Inoltre, la risoluzione immediata permette al soccorritore di potersi dedicare agli altri parametri di controllo del paziente (controllo di vie aeree, respirazione, circolazione, ecc.) in minor tempo, non dovendo mantenere pressioni costanti o gestire metri di bendaggio a causa di un movimento imprevisto.

Per questi motivi il Tourniquet è passato da dispositivo potenzialmente dannoso, a “ultima risorsa disperata” (citando il vecchio detto “tourniquet last”) ad un prezioso alleato, vero e proprio salvavita entrato stabilmente nei kit dei soccorritori, militari e non.

L’adattamento di questo dispositivo al mondo civile richiede obbligatoriamente un training specifico, unito ad una consapevolezza assoluta delle procedure, implementate da una corretta valutazione del trauma, per arrivare alla vera e propria applicazione del dispositivo. 

Si pensi ai fatti relativi all’attentato terroristico alla Maratona di Boston nel 2013, dove nei concitati minuti successivi alla deflagrazione, sono stati applicati in totale 27 tourniquet (improvvisati e non) su amputazioni traumatiche, lesioni vascolari e gravi lesioni ai tessuti molli. Di questi meno della metà sono stati applicati da personale paramedico civile, i restanti sono stati posizionati da soccorritori militari fuori servizio e semplici passanti. Nessuno dei feriti, in questo caso, ha perso la vita.

E’ assodato che il tourniquet può davvero fare la differenza fra la vita e la morte, specialmente in tempi come questi, dove la crescente minaccia di attentati terroristici e l’instabilità estrema di certe situazioni possono cogliere di sorpresa anche il più preparato.

L’unica “pecca”, (e cosa assurda), che in un Paese come l’Italia è considerato reato la lesione personale a terzi (derivata anche dall’applicazione di tourniquet), senza qualifiche o senza far parte di enti sanitari, anche in caso di estrema necessità.

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Quando lo zaino galleggiante salva la vita

Lo zaino galleggiante può salvare la vita. Lo dimostra quanto accaduto a uno snowboarder di Tirano, che è stato travolto da una valanga sulle piste di Livigno. L’uomo, un 27enne,…

Lo zaino galleggiante può salvare la vita. Lo dimostra quanto accaduto a uno snowboarder di Tirano, che è stato travolto da una valanga sulle piste di Livigno. L’uomo, un 27enne, stava facendo un fuoripista a 2.200 metri di quota, sul Monte della Neve. All’improvviso, poco dopo mezzogiorno, la valanga per circostanze ancora da chiarire. Se non fosse stato per lo zaino galleggiante che indossava per lui le conseguenze avrebbero potuto essere fatali.

Invece è stato subito soccorso e trasportato in ospedale per il ricovero e le cure del caso. Le sue condizioni non destano preoccupazioni, a parte i traumi alle gambe. Il 27enne, proprio grazie al suo zaino galleggiante non è sprofondato nella neve e gli è stato così possibile chiamare i carabinieri sciatori in servizio di sicurezza nella ski-area per chiedere loro aiuto.

In poco tempo l’elicottero del 118 lo ha raggiunto, in una zona impervia, e l’equipe di soccorso lo ha estratto quasi del tutto illeso dalla slavina che lo aveva seppellito solo sino al bacino.

Lo zaino galleggiante è un progetto tutto italiano. Ha visto la luce per la prima volta nel 2016, grazie all’ispirazione di una società di progettazione creativa italiana con sede a Houston (Usa), la Imagination Farm. Grazie al suo essere il primo zaino anti-shock, ermetico e galleggiante, mai realizzato prima, permette di conservare gli oggetti all’interno in totale sicurezza e in qualsiasi circostanza. Per farlo sfrutta l’aria contenuta al suo interno. Il suo nome è Capsula Backpack ed è realizzato con materiali a tenuta stagna, dotato di air-bag protettivo, una zip impermeabile e una valvola di gonfiaggio. Inoltre è in grado di resistere in immersione per 30 minuti alla profondità di un metro. Quando venne presentato il progetto, due anni fa, in brevissimo tempo la campagna di crowdfounding per finanziarne la realizzazione fu un vero e proprio successo e in meno di 24 ore sono stati raccolti i soldi necessari per dare vita al progetto. 

Uno zaino di questo tipo era in spalle allo snowboard sorpreso dalla valanga a Livigno. 

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Correre a meno sessanta gradi. L’impresa mostruosa di Paolo Venturini

Il progetto è uno di quelli che già dal nome si prospettano difficili: Monster Frozen. Una sfida al limite dell’impossibile, mai tentata prima da nessuno. Una prova di endurance, correndo…

Il progetto è uno di quelli che già dal nome si prospettano difficili: Monster Frozen. Una sfida al limite dell’impossibile, mai tentata prima da nessuno. Una prova di endurance, correndo a piedi, nel luogo più freddo della terra, nel periodo più freddo dell’anno. A cimentarsi nell’impresa un poliziotto padovano ultramaratoneta, Paolo Venturini, assistente Capo della Polizia di Stato e atleta del Gruppo Sportivo Fiamme Oro. Correrà in Siberia, provando a unire i proverà a unire i villaggi di Tomtor e Ojmjakon, luoghi che tra loro distano la lunghezza di una maratona, e detengono il record del freddo. Le temperature in questo periodo non salgono mai sopra i sessanta gradi sotto zero. 

Le due città si trovano in quella porzione di Siberia chiamata Yakutia, che ha un’estensione immensa, e con i suoi oltre 4 milioni di chilometri quadrati occupa quasi un quarto di tutta la Russia d’Europa. Ojmjakon è una città di circa 80 abitanti, dove in inverno le condizioni di vita raggiungono il loro limite, con non più di 3 ore di luce di giorno e una visibilità compromessa da uno spesso strato di nebbia. Tomtor, è l’altra città con cui Ojmjakon si contende il primato della città abitata più fredda del pianeta. A febbraio scorso le temperature hanno toccato i -69,2 gradi. 

Ad accompagnare Venturini ci saranno due medici del dipartimento di Medicina dello Sport dell’Università di Padova, un traduttore, un accompagnatore e una troupe televisiva italiana, oltre al coinvolgimento di esperti in medicina del freddo dell’Università di Yakutsk. Perché le difficoltà principali a cui Venturini va incontro correndo a queste temperature sono legate al fatto che respirare aria così fredda provoca il congelamento delle prime vie respiratorie, problemi ai denti e agli alveoli polmonari. Durante la corsa il maratoneta indosserà uno speciale termometro in grado di monitorare le temperature che verranno affrontate e altri parametri medici. Questo dispositivo trasmetterà i dati via radio a un computer, che certificherà come l’impresa di Venturini sia ufficialmente una sfida ai limiti dell’impossibile. 

Se il progetto, che prenderà vita dal 17 al 22 gennaio prossimi, verrà portato a termine con successo, Venturini stabilirà un record che rimarrà impresso indelebilmente nella storia. 

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Nasce il Blog di Survival&Reporter

Nasce il Blog di Survival&Reporter, perche navigare è necessario.

Navigare necesse est! Disse Pompeo il giovane ai sui marinai scoraggiati dal forte vento. E cosi anche per noi di Survival&Reporter vale questa antico motto. Navigare è necessario tanto, metaforicamente,  nella vita, quanto virtualmente nella rete. Ecco perche da oggi si sbarca on line e nasce il blog di Survival&Reporter.

Innanzitutto il confronto, la condivisione e la crescita. Per quanto la scelta di uscire in edicola con un bimestrale cartaceo sia una scelta che rivendichiamo con forza ed a cui siamo affezionati, abbiamo deciso di implementare il nostro progetto con questo nuovo strumento virtuale. Una piattaforma da dove lanciare spunti di riflessione e dibattito, linkare esperienze interessanti ed essere ancora più vicini a tutti voi che ci seguite con passione da sempre. Perché la forza di una rivista sta nei lettori che la animano e cha plasmano sull’impronta della loro anima.

L’editoria in Italia soffre e si vede, le riviste chiudono o si fondono in indefinite pozzanghere multi-topics. Noi di Survival&Reporter rimaniamo sul sentiero. Ci trovate ogni due mesi in edicola a sgomitare tenacemente tra i mostri sacri dell’editoria – quelli dalle decine di migliaia di copie, quelli delle multinazionali dell’informazione – e sfogliando la nostra rivista trovate ogni volta un prodotto unico ed irripetibile creato grazie al contributo di appassionati del settore. Dai reportage di viaggio, alle tecniche di medicina tattica. Dalle storie di survivalismo estremo ai traguardi sportivi più arditi.

Ora però vogliamo voi. Ci manca il vostro feedback costante, le vostre domande, le vostre foto, i vostri dubbi, i vostri suggerimenti. Vi vogliamo nel team. Nasce il blog di Survival&Reporter anche per questo. Survival&Reporter sin dal suo esordio avventuroso è stato soprattutto il luogo d’incontro di una comunità, di un gruppo umano in cammino. Lo è tuttora, e da oggi oltre che a piedi, punteremo l’orizzonte navigando.

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