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Categoria: Blog

Di corsa in Groenlandia per salvare l’ambiente

Oliviero Alotto percorrerà 200 km di corsa e in canoa per raccontare come i cambiamenti climatici incidono sull’ambiente, gli animali e le comunità locali Il progetto si chiama #RunningForClimate in…

Oliviero Alotto percorrerà 200 km di corsa e in canoa per raccontare come i cambiamenti climatici incidono sull’ambiente, gli animali e le comunità locali

Il progetto si chiama #RunningForClimate in Groenlandia. A dargli vita è il runner torinese Oliviero Alotto, che dal 3 al 6 giugno prossimi correrà per oltre 200 chilometri in solitaria. Un’impresa estrema per denunciare le conseguenze dei cambiamenti climatici e sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di fare ognuno la propria parte, a cominciare da poche semplici azioni da compiere nella propria vita quotidiana. E quando non correrà Alotto percorrerà il suo percorso in canoa.

Secondo l’IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change, entro la fine del secolo, in mancanza di limitazioni delle emissioni di gas serra, la temperatura media sul Pianeta è destinata ad aumentare di 4°C e oltre, ma già con un aumento di 2°C si prevedono gravissime conseguenze ambientali e sociali. Oliviero Alotto ha ben presente questo allarme, che si aggiunge ad altri drammatici dati: in Groenlandia nel 2003 scomparivano ogni anno 111 chilometri cubi di ghiaccio, e dieci anni più tardi, la cifra è quasi quattro volte più elevata.

Ecco che per sensibilizzare sui rischi a cui il pianeta va incontro Alotto vuole tentare questa avventura ai limiti del survival. Toccherà gli spazi lasciati liberi dal ritiro dei ghiacciai sulla più grande isola al mondo. il luogo in cui tale impresa si terrà è la regione sud-ovest della Groenlandia, dove sono più evidenti gli effetti del cambiamento climatico. Oltre 200 chilometri tra le località di Kangerlussuaq (sede dell’aeroporto), Kelly Ville, Ice Cap, Sisimiut (la seconda città per popolazione).

Alotto

il progetto #RunningForClimate

L’alimentazione durante la preparazione

Fondamentale per questo tipo di imprese, la dieta dell’atleta è seguita dalla biologa e nutrizionista Felicina Biorci. Nella fase di allenamento si procede con un digiuno intermittente, che prevede 2-3 pasti al giorno al più tardi entro le 16, così da raggiungere 12-16 ore di digiuno prima della colazione del giorno successivo. Digiuno che, stando agli ultimi studi, favorirebbe l’autofagia, responsabile del ricambio cellulare che preserva un corretto funzionamento dell’organismo, la riduzione dei marcatori di infiammazione e il miglioramento del microbioma intestinale. Quindi per tenere alti i livelli di ematocrito, grazie ai quali l’ossigeno arriva abbondante nei tessuti, non mancano le barbabietole mentre legumi e canapa forniscono il giusto apporto proteico. Teff, frumenti antichi, riso, grano saraceno e miglio forniscono i carboidrati, mentre il cacao è fondamentale per contrastare i danni da carichi di lavoro eccessivi. Ovviamente ci sono 700 ml di acqua mattina e pomeriggio

L’alimentazione durante la corsa

Per riuscire a coprire i fabbisogni di circa 40-60 km di corsa giornaliera alle temperature artiche non devono mancare i carboidrati. Vista la scelta di un’alimentazione sostenibile, sono escluse proteine animali, compensate da frutta disidratata, castagne, riso, datteri, canapa.

La preparazione atletica

Alotto si prepara costantemente a imprese del genere, correndo e allenandosi ogni giorno, seguendo una precisa tabella studiata insieme a un preparatore atletico. Nel caso specifico ha corso due gare di oltre 100 km nell’arco di 3 settimane e due da 50 km. Corre almeno 100 km ogni settimana, a cui aggiunge un allenamento in bici.

Chi è Oliviero Alotto? 

Responsabile di Slow Food a Torino, per anni ha guidato l’associazione Terra del Fuoco. Da sempre è impegnato nella sensibilizzazione verso la salvaguardia dell’ambiente e del Pianeta. È appassionato di montagna, corsa, trail running, ma anche di vino e cibo. Per lui la corsa è un elemento di unione tra i popoli e di riscoperta della natura nella sua più profonda essenza.

 

 

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Nuovi parametri di riferimento per la sopravvivenza a una valanga

Un nuovo studio definisce i i criteri per valutare le possibilità di sopravvivenza La primavera che quest’anno sembra non voler arrivare un po’ ovunque ha portato con sé l’aumento del…

Un nuovo studio definisce i i criteri per valutare le possibilità di sopravvivenza

La primavera che quest’anno sembra non voler arrivare un po’ ovunque ha portato con sé l’aumento del rischio di valanghe. Non solo in Italia. Anche nel Montana, la scorsa settimana, un gruppo di ciclisti è rimasto bloccato per otto ore in seguito a una valanga che si è abbattuta sulla strada di fronte a loro nel Parco nazionale dei ghiacciai.

Per fortuna per gli sportivi non ci sono state conseguenze, dato che la valanga non li ha travolti. Ma cosa sarebbe successo se fossero rimasti vittime? Quello dei ciclisti del Montana è un caso isolato. Ma il rischio valanga è una delle preoccupazioni costanti per gli sciatori fuori pista, per gli sci-alpinisti e per i responsabili delle stazioni di sci. Molti appassionati di fuori pista e di scialpinismo lo temono mentre altri lo ignorano del tutto, per incoscienza, per incompetenza o per eccesso di sicurezza in se stessi. Sta di fatto che ogni anno le valanghe mietono vittime.

Lo studio di Eurac Research e i nuovi parametri

Gli esperti di medicina d’emergenza di Eurac Research, insieme a colleghi europei e statunitensi, hanno sviluppato nuovi parametri di riferimento legati a temperatura corporea e concentrazione di potassio nel siero del sangue in modo da fornire una guida affidabile per le decisioni di ricovero ospedaliero di vittime di valanghe.

sopravvivere valanga

I soccorsi dopo una valanga

I pazienti che raggiungono l’ospedale in stato di ipotermia e in arresto cardiovascolare mettono i medici davanti a una valutazione difficile: il paziente è morto per asfissia o c’è una possibilità che sopravviva se la sua temperatura corporea aumenta? Una corretta valutazione iniziale è di grande importanza perché fa sì che chi ha una chance di farcela venga sottoposto al trattamento e, al tempo stesso, impedisce che risorse mediche preziose vengano investite in casi senza speranza.

Solo il 10% sopravvive

Lo studio ha analizzato i dati di 103 vittime di valanga che sono state ricoverate in stato di arresto cardiovascolare in sette grandi ospedali in Europa tra il 1995 e il 2016. Delle 103 vittime, 61 sono state riscaldate, ma solo il 10 per cento è sopravvissuto. Negli altri casi non è stata l’ipotermia a causare l’arresto circolatorio, ma il soffocamento dovuto alla valanga o un trauma.

I risultati dello studio, pubblicato sulla rivista specialistica “Resuscitation” edita dal Consiglio europeo per la rianimazione, affermano che i fattori decisivi per la sopravvivenza siano temperatura corporea e concentrazione di potassio nel siero del sangue, quest’ultima è correlata alla decomposizione cellulare. Per entrambi i parametri, i medici hanno determinato il valore che distingue i casi potenzialmente recuperabili da quelli senza speranza. Per la temperatura corporea 30 gradi sono la soglia: nessuna vittima di valanga con arresto cardiovascolare la cui temperatura sia sopra i 30 gradi è stata mai riscaldata con successo; il potassio sierico, invece, non deve superare i 7 mmol/litro.

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Everest: 66 anni dopo l’avventura è un’impresa survival

Il 29 maggio 1953 la prima scalata della vetta più alta al mondo Sono passati 66 anni da quando gli 8.848 metri dell’Everest sono stati scalati da un uomo. Il…

Il 29 maggio 1953 la prima scalata della vetta più alta al mondo

Sono passati 66 anni da quando gli 8.848 metri dell’Everest sono stati scalati da un uomo. Il 29 maggio 1953 l’alpinista neozelandese Edmund Hillary e lo sherpa Tenzing Norgay conquistarono la cima della montagna più alta del mondo: l’Everest. Un anniversario celebrato ieri in Nepal, nel bel mezzo di una fine di stagione segnata da un numero impressionante di morti. Tanto che mai come ora salire in cima all’Everest è un’impresa survival.

Ha fatto il giro del mondo la foto dei tantissimi alpinisti in coda per scalare la vetta, che ogni giorno che passa diventa sempre più sovraffollata. Lo scorso 23 maggio, ad esempio, più di 100 scalatori si sono trovati incolonnati in attesa di raggiungere la cima e qualcuno è rimasto in attesa anche per 12 ore. Più di 200 persone hanno raggiunto gli 8.848 metri della vetta.

sovraffollamento everest

Il sovraffollamento dell’Everest

Un sovraffollamento che si accompagna a un altissimo numero di morti: il più alto da 4 anni a questa parte. Solo nelle ultime settimane sono stati ben 11. Cattive condizioni meteo, inesperienza, carenza di ossigeno e mal di montagna le cause principali dei tanti decessi. Anche perché gli scalatori hanno poche ore per raggiungere la vetta prima di ritrovarsi a rischio di edema polmonare, con i polmoni che si riempiono di liquido per l’insufficienza respiratoria.

Ma per il Nepal i morti sul tetto del mondo non rappresentano un deterrente al rilascio dei permessi. Esponenti del governo nepalese tuttavia hanno dichiarato, durante l’evento che celebrava Edmund Hillary, che per il momento non ci sono piani per mettere un tetto ai permessi. Dopotutto il Nepal è uno dei paesi più poveri del mondo e incamera ogni anno circa 300 milioni di dollari grazie a questi permessi e quest’anno ne sono stati rilasciati ben 381, una cifra record.

Il governo nepalese, inoltre, difende la politica dei permessi. “Non è a causa del traffico che ci sono state vittime”, ha detto all’Associated Press Mohan Krishna Sapkota, segretario del Ministero del turismo e dell’aviazione civile del Paese. “Nella prossima stagione lavoreremo per avere doppia corda nell’area sotto la vetta, così ci sarà una migliore gestione del flusso di alpinisti”, ha aggiunto.

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Come correre sulle Orobie d’un Fiato con Marco Zanchi

Sabato 6 luglio la nuova impresa dell’ultrarunner bergamasco per rivivere la storia, tra passato e presente, del Sentiero delle Orobie Saranno le straordinarie montagne in cui Marco Zanchi vive e si…

Sabato 6 luglio la nuova impresa dell’ultrarunner bergamasco per rivivere la storia, tra passato e presente, del Sentiero delle Orobie

Saranno le straordinarie montagne in cui Marco Zanchi vive e si allena ad essere protagoniste indiscusse della sua prossima avventura. Sabato 6 luglio l’ultrarunner e ambassador Topo Athletic Marco Zanchi correrà Orobie d’un Fiato, l’emozionante progetto nato per rendere omaggio a coloro che, negli anni Cinquanta del ‘900, hanno ideato e tracciato il Sentiero delle Orobie, grazie a cui oggi è possibile attraversarle da occidente ad oriente e godere a pieno della loro bellezza.

Per affrontare questa sfida impegnativa potrà contare sul grande comfort e grip delle Ultraventure, il modello di scarpe di Topo Athletic dedicato alle lunghe distanze dotato di un’ottima capacità di ammortizzazione anche sui percorsi più aggressivi.

Nella giornata che precederà Save the Mountains, la festa del CAI Bergamo all’insegna dell’educazione e della sostenibilità ambientale, Zanchi partirà da Cassiglio (Bg), alle ore 12, e arriverà fino al Passo della Presolana, entro le ore 12 di domenica 7 luglio, accompagnato da amici che, a staffetta, lo seguiranno di giorno e di notte assistendolo nei tratti più difficili.

Nei 140 km di attraversamento dei monti bergamaschi, con un dislivello positivo di 11.000 m e negativo di 10.300 m, l’ultrarunner toccherà i rifugi Cazzaniga, Lecco, Grassi, Benigni, Ca S. Marco, Baitone, Longo, Calvi, Biv Frattini, Brunone, Coca, Curò, Albani, Cassinelli. L’avvincente esperienza sarà raccontata in un cortometraggio che, tra passato e presente, riproporrà anche documenti dei primi anni del ‘900. Sarà possibile seguire l’evento live su Setetrack al link http://bit.ly/OrobieZanchi

Zanchi Orobie

Marco Zanchi con ai piedi le Topo Athletic

Sentieri come punto di riferimento

“Ventidue anni fa – ha dichiarato Marco Zanchi – ho scoperto di essere circondato da fantastiche montagne. Le Orobie sono la mia casa e il desiderio di poterle affrontare di corsa, tutte d’un fiato, è sempre stato vivo in me. L’interesse è nato anche per la storia dei sentieri e dei rifugi presenti, che costituiscono fondamentali punti di riferimento nei miei allenamenti. Con questa impresa voglio rivolgermi ai giovani, a chi ama la montagna e a chi semplicemente la ammira da lontano, per testimoniare le vicende e le passioni di quanti hanno dato vita al Sentiero delle Orobie”.

I successi di Marco Zanchi

Nel 2010 Zanchi partecipa alla Lavaredo Ultra Trail di 90 km, piazzandosi secondo assoluto e primo italiano. due anni dopo tocca la punta massima di km percorsi in una competizione con la famosa Tor Des Geants, 330 km e 25000 m di dislivello positivo sui gradi massicci della Valle d’Aosta, portati a termine nel 2013 con un sesto posto in 80h. Nel 2015 vince la prima edizione delle Orobie Ultra Trail, bissando nel 2018 con il record assoluto in 23h14’, e l’anno seguente prova l’avventura Ultra-Trail World Tour partecipando a 4 gare in 3 continenti e ottenendo il settimo posto in classifica generale, unico italiano nella top ten del Campionato. In quella stagione conclude la mitica Diagonale des Fous, all’isola La Riunione, considerata la 100 miglia più dura al mondo, in 27h con un sesto posto.

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Un Titano nel deserto marocchino. Alex Roca e la sua storia di trionfo

Disabile al 76% Alex Roca ha tagliato il traguardo della Desert Titan Quella di Alex Roca è una storia incredibile. Disabile al 76%, non solo ha partecipato, ma è riuscito…

Disabile al 76% Alex Roca ha tagliato il traguardo della Desert Titan

Quella di Alex Roca è una storia incredibile. Disabile al 76%, non solo ha partecipato, ma è riuscito a trionfare in una delle corse ciclistiche più dure al mondo: la Titan Desert. 600 chilometri di gara a tappe in mountain bike attraverso il Marocco. In mezzo tanto caldo, un terreno inospitale e mille trappole che si nascondono dopo ogni curva e sotto ogni pietra della strada. Una corsa talmente survival, che l’obiettivo di chi partecipa è la sopravvivenza.

Alex Roca è un ciclista spagnolo, classe 1991, affetto da una paralisi cerebrale che lo ha colpito all’età di sei mesi a causa di un herpes. Il suo lato sinistro è completamente paralizzato, e l’unica forma che ha per comunicare è il linguaggio dei segni.  Ma Alex non si è mai arreso: “I dottori dissero che non avrei vissuto. Nella mia vita ho superato molte barriere. Attualmente studio, lavoro, guido l’auto, ho una vita di coppia e una vita normale”. Ecco che anche lo sport è diventato una parte importante nella sua vita, e gli ha permesso di superare i tanti ostacoli che la vita lgi ha messo di fronte. “Credo che nessuno possa porre dei limiti, ma che sia tu a porli. Ognuno è proprietario del proprio destino”.

Roca

Alex Roca al traguardo della Titan Desert

Non a caso sulle magliette he Alex indossa durante le gare campeggia la scritta “El limite te lo pones tu”, cioè “il limite te lo imponi tu”. Uno slogan che fa da sfondo anche al suo sito. Nel corso della sua vita condivisa con la disabilità questo formidabile atleta che ogni giorno supera i propri limiti, si è cimentato in vari triathlon e nella mezza maratona di Barcellona.

Lo scorso anno è stato il primo ciclista con paralisi a partecipare alla Titan Desert. Purtroppo non arrivò al traguardo a causa dei problemi di disidratazione dovuti alle alte temperature che i ciclisti affrontano durante le tappe della gara. Ma dato che la parola resa non rientra nel dizionario di Roca, quest’anno ci ha riprovato.

La gara, che ha anche una tappa speciale chiamata “Garmin”, l´unica senza segnaletica e dedicata alla navigazione, quest’anno è stata vinta da Jusep Betalù, che mette in bacheca il suo 4° trofeo personale alla Titan Desert. Ma il vero, grande, trionfo, è stato quello di Alex Roca, che è arrivato in fondo ed è così entrato nella storia.

 

 

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Tre Ottomila in 48 ore: l’uomo dei record

Nirmal Purja ha raggiunto la vetta del Makalu, 38 ore dopo aver scalato il Lhotse e 48 dopol’Everest. Nirmal Purja è un alpinista nepalese, oltre che un ex militare dell’esercito…

Nirmal Purja ha raggiunto la vetta del Makalu, 38 ore dopo aver scalato il Lhotse e 48 dopol’Everest.

Nirmal Purja è un alpinista nepalese, oltre che un ex militare dell’esercito britannico. Ha un sogno: quello di scalare le 14 montagne più alte della Terra in 7 mesi. Nelle ultime 48 ore ha scalato ben tre Ottomila, che si aggiungono alle altre tre vette scalate nelle ultime settimane. Segno che il suo sogno sta per essere realizzato.

Attualmente il record di scalata degli Ottomila è detenuto dall’alpinista sudcoreano Kim Chang-Ho, che ha concluso l’impresa nel 2013 senza ossigeno, impiegando 7 anni, 10 mesi e 6 giorni. Nirmal vuole superarlo e le premesse ci sono tutte, anche se nelle salite viene utilizzato ossigeno supplementare e vengono impiegati sherpa di supporto.

Entro novembre nei piani del nepalese e del suo progetto chiamato ottimisticamente “Project Possible”, ci sono le altre cime. Tra il 1 giugno e il 1 agosto sono in agenda le salite di K2, Nanga Parbat, Broad Peak, G1 e G2. A quel punto rimarranno il Manaslu, il Shishapangma e il Cho Oyu, previste tra settembre e novembre.

Nirmal Purja non è nuovo a imprese impossibili. Detiene infatti il record di velocità di salita di Everest e Lhotse (10 ore e 15 minuti) ed il concatenamento Everest-Lhotse-Makalu (5 giorni). Non solo. È il primo Gurkha a scalare l’Everest e il primo a compiere due salite in vetta all’Everest, una sul Lhotse e una su Makalu in soli 17 giorni.

Con Project Possible Nirmal vuole diventare un vero e proprio eroe in Patria. L’avventura sugli Ottomila, infatti, non vuole solo essere un’impresa che sfida i propri limiti. L’iniziativa vuole raccogliere e distribuire fondi alle organizzazioni di beneficenza militari britanniche e nepalesi, che aiutano veterani feriti e bambini bisognosi in Nepal. Inoltre Nirmal vuole rappresentare un esempio per alpinisti e amatori, per modificare la percezione dei limiti umani e dimostrare al mondo le grandi capacità degli alpinisti nepalesi.

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Donne senza limiti al Women’s Adventure Film Tour

Cortometraggi di donne comuni che hanno compiuto imprese fuori dal comune Un tour che celebra le imprese straordinarie che le donne compiono nel nome dell`avventura. Film eccezionali, che vedono come…

Cortometraggi di donne comuni che hanno compiuto imprese fuori dal comune

Un tour che celebra le imprese straordinarie che le donne compiono nel nome dell`avventura. Film eccezionali, che vedono come protagonisti avventura, sport estremi, legami familiari, ambiente e soprattutto storie di donne incredibili. È il Women’s Adventure Film Tour, un festival del cinema tutto al femminile.

La maratona di corti e documentari di 1 ora e 44 minuti arriva in Italia, per raccontare storie di donne comuni che si lanciano in azioni straordinarie. Avventure incredibili raccontate da corti emozionanti e di grande successo, per la prima volta proiettati in un’unica serata dedicata alle donne, al loro coraggio, al loro personale modo di affrontare le paure e alla loro determinazione. Partito nel maggio del 2017 da Sydney, in Australia, il tour ha fatto registrare ovunque il tutto esaurito.

Molte le storie raccontate nei vari corti. Come quella di Pasang Lhamu Sherpa Akita, la principale guida alpina donna del Nepal, impegnata in una prima salita con una partner improbabile. O quella di Mona Seraji, snowboarder professionista iraniana invita le colleghe australiane Amber Arazny e Michaela Davis-Meehan a scoprire le meravigliose montagne dell’Iran. E poi quella di Isabelle Green, 5 anni, in viaggio con la sua famiglia in Norvegia accampandosi sotto le stelle sulla neve fresca, facendo parapendio sulle catene montuose e guidando una slitta trainata dai cani.

Quest’anno il Women’s Adventure Film Tour arriva anche in Italia, il 29 maggio, in 50 città italiane. Ma due sono le serate di anteprima. Lunedì 27 maggio a Milano, presso Uci Cinemas Bicocca: introdurrà l’evento la giornalista Chiara Todesco, autrice di “Le Signore delle Cime – Storie di guide alpine al femminile”. Con lei Silvia Buzzi campionessa mondiale di parapendio e Anna Toretta, pluri-campionessa italiana di arrampicata su ghiaccio e guida alpina. E poi il 28 maggio a Torino, all’Uci Cinemas Lingotto. Qui interverranno Alessia Refolo, campionessa non vedente di sci nautico e arrampicata, la climber Claudia Gisolfi e Cristina Rodda, atleta olimpionica di apnea.

In attesa di vedere le proiezioni nelle sale italiane, vi proponiamo il trailer

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Musica ghiacciata per salvare l’Artico

Il progetto si chiama Ocean Memories ed è un concerto eseguito strumenti di ghiaccio Che l’Artico sia in pericolo è cosa risaputa. Così come è risaputo che lo scioglimento dei ghiacci…

Il progetto si chiama Ocean Memories ed è un concerto eseguito strumenti di ghiaccio

Che l’Artico sia in pericolo è cosa risaputa. Così come è risaputo che lo scioglimento dei ghiacci rappresenta un serio problema per i vari ecosistemi. Risulta necessario, quindi, agire per proteggere la sopravvivenza dei ghiacci. Dopo l’idea di ricongelare l’Artico, anche Greenpeace ha voluto dire la sua.

Ha così pensato di sensibilizzare ancora di più al problema con una campagna a dir poco stravagante. Musicisti che suonano, a 12 gradi sotto zero, con strumenti fatti di ghiaccio, un brano intitolato Ocean Memories. Un brano composto per l’occasione, che vuole ricordare la necessità di proteggere almeno il 30% degli oceani entro il 2030. Una fusione di ritmi carillon, clacson, percussioni di ghiaccio e violoncello.

“Quest’anno l’Artico sta facendo registrare uno scioglimento da record e nello scorso aprile la temperatura media è stata di 8 gradi sopra la norma“, si legge in una nota diffusa dall’organizzazione ambientalista. Con questo video parte la campagna ‘Proteggi l’oceano’: “Vogliamo sensibilizzare sull’immediata necessità di santuari oceanici non solo per il Polo Nord ma per l’intero Pianeta”, dichiara Halvard Raavand di Greenpeace Nordic, campagna mirata ad ottenere nuovi negoziati presso le Nazioni Unite per un trattato globale sugli oceani.

Il video, che qui di seguito vi riproponiamo, è stato girato il 2 maggio scorso, nel profondo nord dell’Artico. I musicisti suonano strumenti realizzati scolpendo ghiaccio raccolto nelle acque del Polo Nord.

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Anche i robot sono Survival

Negli stabilimenti Ford di Valencia presta servizio un operaio assai particolare, che si chiama Survival Per i nostri lettori questa potrebbe essere una notizia insolita. Ci piace, però, l’idea di…

Negli stabilimenti Ford di Valencia presta servizio un operaio assai particolare, che si chiama Survival

Per i nostri lettori questa potrebbe essere una notizia insolita. Ci piace, però, l’idea di condividerla con voi, se non altro perché il nome è tutto un programma. Negli stabilimenti Ford di Valencia, in Spagna, esiste un robot che si chiama Survival. Il suo nome deriva dal fatto che la macchina ha una straordinaria capacità di adattarsi all’ambiente circostante.

Si tratta di un robot a guida autonoma che trasporta i componenti di ricambio all’interno dello stabilimento, riuscendo a evitare oggetti, cambiare percorso in caso di eventuali ostacoli e fermarsi quando è necessario. È stato sviluppato interamente dagli ingegneri Ford, ed è il primo del suo genere sviluppato per essere utilizzato presso gli stabilimenti europei dell’azienda. Presta servizio da circa un anno e finora non ha mai sbagliato un colpo.

ford survival

un dettaglio di Ford Survival

Il robot non sostituisce i dipendenti ma può far risparmiare loro fino a 40 ore di lavoro al giorno assumendo questo ruolo, consentendo agli operatori di utilizzare il proprio tempo in attività più complesse. Survival è dotato di 17 cassetti per contenere materiali di diversi pesi e dimensioni. Per evitare errori, l’apertura e la chiusura di questi cassetti è automatizzata, il che significa che gli operatori di ciascuna area hanno solo accesso ai materiali a loro assegnati.

“L’abbiamo programmato per conoscere l’intero impianto, quindi, insieme ai sensori, non ha bisogno di interventi esterni per muoversi”, ha affermato Eduardo García Magraner, Manufacturing Manager, presso lo stabilimento di Valencia, in Spagna, dove è in corso la sperimentazione del robot. Survival non è l’unico robot che fa questo tipo di lavoro, anche se lui è quello dal nome più particolare. Per funzionare utilizza la tecnologia LiDAR (Light Detection and Ranging) per visualizzare l’ambiente circostante, una tecnologia utilizzata anche nei prototipi di veicoli autonomi Ford.

 

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Deejay tri, la grande festa del triathlon raddoppia e diventa plastic free

Due gli appuntamenti: a Milano e a Senigallia  Nel 2018 ha registrato oltre 2.700 partecipanti e conquistato il premio di miglior evento dell’anno al Triathlon Show Italy. Per la sua…

Due gli appuntamenti: a Milano e a Senigallia 

Nel 2018 ha registrato oltre 2.700 partecipanti e conquistato il premio di miglior evento dell’anno al Triathlon Show Italy. Per la sua terza edizione la festa del triathlonDEEJAY TRI, nata dalla collaborazione tra Radio DEEJAYe TriO Events, raddoppia con due date in calendario e tante novità. Accanto all’ormai classico appuntamento milanese all’Idroscalo in agenda per il prossimo 8 e 9 giugno, il 20 e 21 luglioil triathlon più atteso dagli appassionati di nuoto, ciclismo e corsa arriva per la prima volta in provincia di Ancona con Senigallia DEEJAY TRI.

Grazie alla coinvolgente animazione degli speaker di Radio DEEJAY, le tappe saranno, come sempre, all’insegna dello sport, del divertimento per tutta la famiglia ed ora anche della sostenibilità. L’edizione 2019 sarà caratterizzata dall’adozione della filosofia plastic free: niente più bottigliette in plastica ma acqua pubblica filtrata, distribuita nel corso degli eventi con erogatori e bicchieri di carta biodegradabile. Anche nei pasta party saranno utilizzati materiali totalmente biodegradabili, nel pieno rispetto dell’ambiente.

SEA MILANO DEEJAY TRI

Con il rinnovato sostegno del title sponsor SEA Milan Airports, la sinergia tra Comune di Milano, Radio DEEJAYe TriO Eventsdarà vita a una intensa due giorni, con il supporto della Città Metropolitana di Milano e della Città di Segrate. Sabato 8 giugnosarà il turno della distanza Olimpica Silver (1500m – 40km – 10km)e del Super Sprint (400m – 10km – 2.5km), ideato per incentivare neofiti e curiosi che vogliono mettersi in gioco con una prima competizione. La partecipazione è, infatti, aperta ai tesserati della Federazione Italiana Triathlon, ma anche ai non agonisti con tesseramento giornaliero. Sulla distanza olimpica, si svolgerà la gara a staffettacon team da tre partecipanti, uno per ciascuna frazione, anche misti.

Domenica 9 giugno, invece, si scenderà in campo per il triathlon Sprint Silver (750m – 20km – 5km)e Kids, solo per tesserati FITRI delle categorie Minicuccioli (6-7 anni), Cuccioli (8-9 anni), Esordienti (10-11 anni), Ragazzi (12-13 anni). Dai 14 ai 17 anni è prevista la Super Sprint Youth (400m – 10km – 2.5km), riservata ai tesserati FITRI delle categorie Youth A (14-15 anni) e Youth B (16-17anni) e ai giovani con tesseramento giornaliero. Le informazioni su percorsi e iscrizioni sono consultabili su www.deejaytrimilano.it/

SENIGALLIA DEEJAY TRI

Sbarcando a Senigallia, il nuovo weekend dedicato alla triplice disciplina sarà il primo in Italia organizzato direttamente in spiaggia. Protagonisti i 14 meravigliosi chilometri di sabbia dorata di Lungomare Mameli, su cui da anni sventola la prestigiosa Bandiera Blu. Senigallia DEEJAY TRI andrà ad arricchire l’adrenalinico programma di DEEJAY Xmasters, l’unico summer event nazionale rivolto al mondo degli action sports.

In questa location unicasabato 20 lugliosigareggerà sulladistanza Olimpica Silver (1500m – 40km – 10km). Domenica 21 lugliosarà la volta delloSprint Silver (750m – 20km – 5km). Entrambe le gare sono aperte ai tesserati FITRI e ai tesserati giornalieri. Ulteriori dettagli e modalità di iscrizione sono online sul sito www.deejaytrisenigallia.it

“Ci siamo avvicinati al triathlondichiara Linusdi Radio DEEJAYcon la stessa filosofia della corsa: creare un evento sportivo che unisca e non divida. Un evento in cui l’aspetto agonistico e organizzativo sia comunque e sempre di altissima qualità ma nel quale chiunque possa sentirsi a proprio agio, dal campione al neofita. E dove ogni partecipante torni a casa con il ricordo di una giornata divertente”.

Con orgoglio – dichiara Massimiliano Rovatti di TriOEventsDEEJAY TRI è divenuto in tre anni un appuntamento imperdibile per gli appassionati, di ogni fascia d’età e categoria di partecipazione, tanto da essere riconosciuto come miglior evento di triathlon 2018. Sempre più persone lo scelgono per avvicinarsi e scoprire il triathlon, motivo che ci ha spinto a creare speciali pacchetti per vivere questa esperienza iscrivendosi ad entrambe le date. Aprire, poi, la strada verso una gestione degli eventi sportivi rispettosa dell’ambiente è tra i principali obiettivi della stagione di TriO Events con la filosofia plastic free”.                   

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