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Professionalità e impegno: l’operato dei Rangers della Conservazione

Nel 2007 poche persone al mondo erano a conoscenza del traffico di animali, o parte di essi, e delle ramificazioni sociali, economiche e culturali di questo fenomeno; un’educazione scientifica ed…

Nel 2007 poche persone al mondo erano a conoscenza del traffico di animali, o parte di essi, e delle ramificazioni sociali, economiche e culturali di questo fenomeno; un’educazione scientifica ed una Forma Mentis militare mi hanno permesso di comprendere da subito la complessità dell’argomento e l’importanza per il futuro dell’umanità di preservare la Biodiversità del nostro pianeta: una grande passione per la natura ha innescato la voglia di contribuire concretamente.

La prima lezione appresa da Ranger volontario in Africa fu che le capacità acquisite nell’esercito prima, e come Security Contractor in Medio Oriente più tardi, non erano minimamente adeguate a fronteggiare un contesto tanto differente e così specifico. Così, con la guida di istruttori sudafricani di grande esperienza, ripartii umilmente da zero, riadattando le procedure conosciute ed imparandone di nuove nell’ottica di operazioni antibracconaggio condotte in ambienti a rischio e spesso prive di supporto esterno: il Tracking umano, il comportamento animale, la biologia della conservazione, la medicina remota (incluse le patologie endemiche) sono tutti aspetti importanti per operare in modo sicuro, efficiente e professionale.

Ci vollero anni prima di aver acquisito padronanza di tutti gli strumenti e quindi di poter trasmettere le mie conoscenze ed esperienze ad altri: ritengo infatti che un Conservation Ranger comprenda l’ambiente come un guardiaparco, sia dotato del pragmatismo di un operatore della sicurezza privata, abbia la mentalità di un soldato ed infine la flessibilità di un poliziotto. Le mie esperienze personali da istruttore confermano il rapporto WWF del 2018: “Circa il 40% dei Rangers al mondo ritengono che l’addestramento ricevuto sia obsoleto ed inadeguato per prepararli alla realtà del loro lavoro”. Insegnare procedure inefficienti e sorpassate mette a rischio la vita dei Rangers: occorre un training professionale per combattere i trafficanti e le organizzazioni criminali e terroristiche che li supportano. Abbiamo infatti notato che, spesso per motivi economici, i Rangers sono addestrati da “istruttori” non professionali, ovvero che svolgono attività totalmente diverse nella vita, con conoscenze spesso sorpassate nonché privi di reale esperienza sul campo: per questo motivo Conservation Rangers Operations Worldwide supporta gratuitamente parchi nazionali e privati con l’invio di volontari specializzati, ricercatori, materiali ed istruttori professionisti.

Il training svolto da C.R.O.W. ha due principali finalità:

La selezione del personale e l’insegnamento della professione ai nuovi Rangers e la specializzazione o aggiornamento di procedure mediche, tattiche (armate o disarmate) e di supporto (quali ad esempio il Tracking) per le APU (AntiPoaching Units) che hanno già esperienza. In entrambi i casi è necessario focalizzarsi su SOPs (Procedure Operative Standard) testate e specificatamente studiate alle esigenze del singolo parco, nonché sulle condizioni delle comunità locali: adattamento, creatività ed esperienza sono indispensabili per fornire soluzioni concrete ai parchi che si affidano a noi.

Una giornata tipica di addestramento inizia alle sei di mattina, con risveglio muscolare seguito dalle lezioni del giorno fino alle diciotto: sfruttare le ore di luce, salvo durante gli addestramenti per operazioni notturne, ed evitare attività pesanti nelle ore più calde per scongiurare colpi di calore, disidratazione e perdita di attenzione, sono accorgimenti importanti per la buona riuscita del corso. Il nostro è un lavoro duro, ripetitivo, privo del dovuto appoggio politico e contro organizzazioni criminali spesso molto potenti…ma i paradisi terrestri che abbiamo visto, le persone incredibili che abbiamo conosciuto e la vita piena di significato e di avventura che abbiamo vissuto sono sufficienti a ripagarci di ogni sacrificio. Nulla tocca l’anima più del combattere una guerra giusta, e la nostra è una delle pochissime.

A cura di Andy Martin (Conservation Rangers Operations Worldwide Executive Director e Istruttore e Kyt Walken, Ranger Certificato C.R.O.W.)

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Gorilla tracking nella nebbia

Ci si muove lenti lungo un sentiero dalla moderata pendenza ma scivoloso, dipanandosi nella nebbiolina che avvolge tutta la foresta a 2000 metri di quota, con flebili raggi di sole…

Ci si muove lenti lungo un sentiero dalla moderata pendenza ma scivoloso, dipanandosi nella nebbiolina che avvolge tutta la foresta a 2000 metri di quota, con flebili raggi di sole che filtrano tra il denso fogliame a ricordarci che l’alba è ormai giunta. Per addentrarsi nel parco di Bwindi in Uganda è necessario partire dall’ultimo centro civilizzato di Kisoro in piena notte, percorrendo un paio di ore tra tortuose strade sterrate di montagna, stipati in scomodi fuoristrada arrivando ancora avvolti dal buio al gate dove si tengono i briefing per i visitatori. Il parco è soprannominato “foresta impenetrabile” e impenetrabile lo sarebbe davvero senza l’ausilio dei Rangers che ci guidano aprendosi un percorso  nella vegetazione di imponenti alberi di mogano e fitti bambù, armati di AK come difesa contro gli animali potenzialmente aggressivi perché colti di sorpresa dal nostro arrivo,  ma necessario deterrente anche per le formazioni paramilitari ribelli che talvolta sconfinano dal vicino Congo con intenzioni ben poco amichevoli, come testimoniato dall’eccidio di un gruppo di guide e turisti nel 1999.Il cammino lungo il sentiero appare inizialmente non così impegnativo per chi possiede un minimo allenamento, ma nel momento in cui ci si illude che l’esplorazione avventurosa dei monti Virunga sia solo un retaggio del passato il ranger comincia ad aprire con il panga un nuovo tracciato nel fitto della vegetazione, calandosi lungo una ripida discesa. E’ necessario aggrapparsi ai rami sporgente di qualsiasi albero per evitare rovinose cadute, evitando di toccare però la corteccia della snella Hagenia abyssinica, che tenderebbe a sgretolarsi benché sia molto spessa: facile riconoscerla grazie alle sue foglie di 40cm e ai suoi fiori dalle sfumature di arancio da cui i locali ricavano da sempre un potente antielmintico.

Il timore più grande è di scivolare fuori dal percorso già battuto dalle guide, mettendo il piede dove non si dovrebbe: la maggior parte dei serpenti ha già percepito le vibrazioni sul terreno che annunciano il nostro arrivo e si è defilata per tempo, ma ci vuole altro per far smuovere dal suo torpore la temibile vipera del Gabon (Bitis gabonica). La sua stazza tozza e le dimensioni ragguardevoli la costringono a movimenti lenti, ma di contro è forte del vantaggio tattico dato dalle sue zanne da 5 cm armate di veleno misto citotossico/emotossico , il tutto racchiuso in un manto perfettamente mimetizzabile nella vegetazione, composto da disegni di sorprendete regolarità geometrica che le fanno giustamente meritare l’appellativo di morte vestita a festa.

Con il procedere della giornata comincia a farsi opprimente il caldo, veicolato non tanto da un sole che rimane seminascosto dietro un ombrello verde chiaramente impenetrabile, quanto piuttosto dalle foglie fradice, dai tronchi degli alberi, dal viscido humus che imprigiona ogni passo e che genera una cappa di umidità che satura ogni respiro. Inevitabilmente lungo il percorso si finisce grondanti di sudore, ricoperti di fango e foglie, azzoppati dal fiatone, assetati e martoriati dai graffi delle spine che si insinuano anche nel profondo dei guanti, come pure dalle voraci formiche che riescono a superare la barriera di ghette e calzettoni. I Rangers seguono le indicazioni via radio dai loro colleghi tracciatori, fino ad arrivare in una radura dove, dopo aver ordinato di fare assoluto silenzio e di deporre zaini e abbigliamento dai colori troppo sgargianti, indicano l’obbiettivo del nostro faticoso peregrinare nella foresta impenetrabile: a pochi metri si svela tranquillo nell’ombra un gruppo familiare di maestosi Gorilla di montagna (Gorilla b. beringei). Lo stupore anche dell’animo più imperturbabile viene immancabilmente soppiantato dalla commozione, trovandosi al cospetto di questi mammiferi che con noi probabilmente condividono non solo il 98% del patrimonio genetico, ma anche una larga parte di emozioni che traspaiono silenziose dai loro occhi dall’umana lucidità.

Sembra di trovarsi catapultati in un mondo irreale che improvvisamente diventa silenzioso, privato dei rumori della foresta, con i sensi che vengono catalizzati solo dai rumori di rami spezzati da queste sagome imponenti, dal pelame scuro ma lucente nel suo riflesso azzurrognolo, dai loro movimenti lenti che , anche quando si alzano improvvisamente per battersi il petto sulle gambe corte e leggermente storte, riescono a incutere un attimo di terrore che però sa tanto di bluff. Gli individui adulti, progressivamente abituati alla presenza umana, sono infatti tendenzialmente miti, e continuano indisturbati a sgranocchiare foglie sotto lo sguardo vigile del maschio dominante silverback dalla schiena argentea, quasi indifferenti totalmente alla nostra presenza nonostante ci si trovi a stretto contatto.  I piccoli non nascondono invece il loro interesse verso i visitatori alieni, provando ad avvicinarsi senza timore con quella innocente curiosità propria solo dei bambini, per poi venire tenuti a debita distanza dai Rangers. Siamo di fronte al gruppo familiare composto da 6 elementi denominato Bweza, uno dei cinque visitabili nel parco, oltre ai tre a disposizione solo di studiosi naturalisti e al paio ancora completamente libero e mai approcciato.

I visitatori ammessi alla visita dei gorilla sono limitati a poche migliaia durante l’anno con lunghe liste d’attesa per limitare l’ingresso, e possono rimanere a contatto con gli animali per meno di una sola ora, con accesso interdetto a chiunque sia affetto anche da un banale raffreddore, che per i grandi mammiferi potrebbe però risultare fatale. Sono misure che cercano di preservare un ecosistema già da troppo tempo martoriato dai conflitti tra le varie etnie o dai risaputi fenomeni di bracconaggio a scopo alimentare, rituale o commerciale che ha abbattuto la popolazione delle varie specie di gorilla a poche centinaia in tutta l’Africa, come pure dalla deforestazione orientata alla creazione di aree più agevolmente coltivabili con bananeti. Per vivere questa esperienza toccante incontrando i giganti buoni e tolleranti la levataccia mattutina, la fatica, i rischi e la camminata in condizioni ambientali difficili sono un  necessario prezzo da pagare…oltre al costoso biglietto d’accesso al gorilla trek che supera ormai i 600usd/pax e che si spera venga effettivamente utilizzato dall’ente parchi ugandese per la conservazione di questi primati, meravigliosi ma indifesi prigionieri nel loro fragile areale sconvolto da sempre dalle guerre e dall’avidità degli umani.

 

Di Riccardo Gallino

Guida  Africa Field Guide Association n. 281

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