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Il (dis)gelo siberiano ha fermato Gregoretti

L’ultrarunner italiano ha dovuto dire addio alla Trans Kamchatka Expedition per via delle avverse condizioni meteo Più volte dalle pagine di questo blog vi abbiamo parlato della Trans-Kamchatka-Expedition 2019, che…

L’ultrarunner italiano ha dovuto dire addio alla Trans Kamchatka Expedition per via delle avverse condizioni meteo

Più volte dalle pagine di questo blog vi abbiamo parlato della Trans-Kamchatka-Expedition 2019, che vede protagonista l’italiano Stefano Gregoretti. Vi abbiamo raccontato di come le avverse condizioni meteo rendevano l’impresa ancora più dura del previsto. Ieri l’epilogo. La spedizione ha subito il definitivo stop.

Mancavano 100 chilometri in linea d’aria dalla costa est della Kamtchatka, quando Gregoretti e Ray Zahab, il suo compagno di viaggio, hanno deciso di fermare le slitte e di non proseguire nell’esplorazione dell’estrema penisola russa. Il fiume Zhupanova, a Nord-Est della capitale della regione Petropavlovsk, era una barriera per loro invalicabile non essendo gelato. Inoltre le informazioni che si potevano raccogliere da Google Earth erano troppo imprecise e approssimative e non consentivano uno sguardo totale sul territorio.

Ecco che la natura ha avuto la meglio, e il freddo siberiano che non ha però gelato i fiumi, hanno costretto i due esploratori a fermarsi a un soffio dalla fine. Un’avventura che rischiava di finire in tragedia, per l’alto rischio slavine, conseguenza del clima anomalo, e nemico da affrontare in tutte le fasi della spedizione. Il cibo razionato, poi, ha costretto i due a consumare un solo pasto al giorno, dal momento che l’avanzata subva continui stop. Troppo poco per sopportare lo sforzo necessario a proseguire nell’impresa.

Per i due esploratori, però, si tratta tutt’altro che di una sconfitta. Gregoretti e Zahab, infatti, hanno percorso 250 chilometri in totale autosufficienza a cui si sono aggiunti circa altri 50 chilometri di estenuante “avanti e indietro” per battere la pista lungo il bosco e tornare indietro a recuperare le slitte. Un traguardo ampiamente superiore alle aspettative.

“Nell’esplorazione non c’è mai una gara, non si tratta di sfidare qualcuno o qualcosa o addirittura la natura stessa. In 19 giorni abbiamo raccolto tantissime esperienze che serviranno da scuola per le prossime spedizioni o per chi, come noi, tenterà la stessa via”, sono state la parole di Stefano Gregoretti.

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Survival Contest Italy 2019: Iscriviti!

Un contest ed una mission ben precisa, la promozione e la diffusione di tutte le attività outdoor e nello specifico del survivalismo, che permettono un rapporto diretto con la natura,…

Un contest ed una mission ben precisa, la promozione e la diffusione di tutte le attività outdoor e nello specifico del survivalismo, che permettono un rapporto diretto con la natura, avendone come base l’assoluto rispetto della stessa, ed occasione di crescita fisica e spirituale nel suo contesto, convinti che la parte esperienziale  diventi fondamentale a complemento di quella informativa. Nasce così l’idea di riunire tutti i praticanti di questa disciplina, considerata una vera e propria attività sportiva, che vogliono condividere e trasmettere  le proprie conoscenze, e pronti a mettere in discussione le proprie certezze.

IL PROGRAMMA

Venerdì 21 giugno
14:00-16:00 registrazione partecipanti e consegna kit sopravvivenza;
16:00-17:00 briefing pre contest;
17:00 inizio contest.

Sabato 22 giugno
Contest.
10:00-18:00 gps drawing challenge.
18:00-20:00 happy hour partecipanti gps drawing challenge e premiazioni.

Domenica 23 giugno
12:00 fine contest;
13:00 pranzo partecipanti Survival Contest Italy e premiazioni.

I PREMI

premio per i primi 3 classificati categoria individuale e categoria a squadre.
Il controvalore del premio per il primo/i classificato
in categoria individuale e a squadre
avrà un valore di 1500 euro (premi offerti dai nostri sponsor);
per il secondo/i il controvalore sarà di 900 euro;
per il terzo/i il controvalore sarà di 400 euro.

medaglia del contest per ogni partecipante;
pranzo di premiazione.

ORA DEVI SOLAMENTE DIMOSTRARE
CHE PUOI SOPRAVVIVERE E VINCERE

Venerdi 21, Sabato 22 e Domenica 23 Giugno 2019.

Il Contest si terrà nella Val di Fiemme. La location definitiva è al momento segreta.

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Annapurna Mandala Trail: in gara anche un’italiana

12 tappe, 360 chilometri di corsa, un dislivello di oltre 18.000 metri. Un’impresa che non spaventa l’alpino Ingrid Qualizza Il Sergente Maggiore Ingrid Qualizza è una friulana in servizio in…

12 tappe, 360 chilometri di corsa, un dislivello di oltre 18.000 metri. Un’impresa che non spaventa l’alpino Ingrid Qualizza

Il Sergente Maggiore Ingrid Qualizza è una friulana in servizio in Val Pusteria al Battaglione “Bassano” del 6° reggimento Alpini. La chiamano “il sergente di ferro”. Non a caso, diciamo noi. Nei giorni scorsi, infatti, ha comunicato il prossimo ottobre correrà i 360 chilometri dell’Annapurna Mandala Trail, che prevedono dislivelli fino a 18.660 metri, in salita e discesa.

Un’avventura estrema che segue quella già affrontata lo scorso anno, quando il sergente Qualizza ha attraversato il Lago Baikal, in Siberia. Lì ha partecipato alla Black Baikal Race, la gara più dura della Siberia, che prevede un percorso a tappe di 300 chilometri sulla superficie ghiacciata del lago più profondo del mondo. Ha trainato una slitta con tutto l’indispensabile per sopravvivere a temperature che hanno raggiunto i -37°.

La sfida che si appresta a intraprendere tra qualche mese, in Nepal, è ancora più dura. L’alpino Ingrid Qualizza, infatti, avrà a disposizione una mappa con indicati il punto di partenza e quello di arrivo. Per il resto sarà libera di scegliere il percorso da seguire per arrivare da un capo all’altro. Dovrà però tenere presente che alcune aree sono prive di villaggi abitati in cui poter trovare eventuale assistenza.

Ecco che l’Annapurna Mandala Trail si trasforma così non solo in una massacrante corsa sui tetti del mondo. Diventa una sfida con se stessi, un’avventura in stile survival, e anche un modo per conoscere una parte del mondo quasi inesplorata. Per questo è fondamentale possedere tenacia e determinazione, doti che non mancano al Sergente Qualizza. Inoltre è fondamentale fare tesoro dello specifico addestramento fisico e mentale peculiare delle Truppe Alpine.

“La preparazione fisica e l’allenamento costante sono sicuramente fattori indispensabili per affrontare una sfida del genere, ma è altrettanto importante saper pianificare minuziosamente attività e percorso, dosando e gestendo le forze e rimanendo lucidi a livello mentale” ha spiegato il Sergente Qualizza nel presentare la sua prossima impresa.

 

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Non servono due gambe per remare sull’oceano

La straordinaria impresa di un uomo che ha circumnavigato l’Atlantico con una sola gamba. Un ex marine britannico, Spencer Lee, ha battuto il record di traversata a remi in solitaria…

La straordinaria impresa di un uomo che ha circumnavigato l’Atlantico con una sola gamba.

Un ex marine britannico, Spencer Lee, ha battuto il record di traversata a remi in solitaria dell’Oceano Atlantico. Fin qui niente di strano, forse. Ma la vera impresa di quest’uomo è che la traversata è stata compiuta a tempo di record con una sola gamba.

Lee, che ha compiuto molte missioni in Afghanistan, oggi ha 49 anni e nel 2014 ha subito l’amputazione della gamba destra in seguito a un incidente d’auto. Non si è dato per vinto e ha deciso che anche con un arto in meno sarebbe stato possibile fare qualcosa di straordinario. Appassionato di canottaggio, già nel 2015 ha attraversato a remi l’oceano insieme a un equipaggio di quattro militari amputati.

Ma questa volta si è superato, e ha ripercorso un tragitto più o meno uguale a quello del norvegese Stein Hoff che nel 2002 registrò il tempo record di 96 giorni 12 ore e 45 minuti. Hoff partì da Lisbona e arrivò a Georgetown, capitale della Guyana. Lee è partito il 9 gennaio scorso da Portimao, sulle coste portoghesi, ed è sbarcato a Cayenne all’1.30 del 9 marzo, quando in Italia erano le 5.30. Ma soprattutto Lee ha battuto il record, non solo arrivando a destinazione in sessanta giorni esatti: lo ha fatto con una gamba sola. Il norvegese Hoff era dotato di entrambe le gambe.

 

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Inghiottito e risputato dalla balena come nelle antiche storie – l’incredibile avventura di un sub regista

«Trovarsi nel ventre della balena è un’idea confortante e piacevole… Escluso l’esser morti, è lo stadio finale e inarrivabile di irresponsabilità» (George Orwell, 1940). Città del Capo, 11 marzo – Chi…

«Trovarsi nel ventre della balena è un’idea confortante e piacevole… Escluso l’esser morti, è lo stadio finale e inarrivabile di irresponsabilità» (George Orwell, 1940).

Città del Capo, 11 marzo – Chi non si è mai emozionato con le storie sulle balene? A leggere il celebre romanzo di Melville “Moby Dick”, il “Jonah” dell’Antico Testamento, o ad immaginarsi con Pinocchio nel ventre della balena… Storie in grado di far emozionare intere generazioni che talvolta infondono timore precludendo il rapporto tra uomo e mare.

Il protagonista di questa nuova, vera, quanto incredibile storia invece, è il cinquantunenne sudafricano Rainer Schimpf. Regista di “Dive Expert Tours”, era partito con la sua squadra di sub per documentare il viaggio di uno stormo di piccole sardine. Ma il suo viaggio ha portato con sè uno straordinario colpo di scena a Port Elizabeth, a est di Città del Capo.

Il gruppo di sub si era diviso in due squadre per documentare squali, balene, pinguini, foche e delfini intenti a catturare grandi quantità di piccoli pesci. Si trovavano a 25 miglia nautiche dalla costa quando, forse a causa dell’aver nuotato troppo vicino al gigantesco mammifero, Schimpf è stato improvvisamente risucchiato nell’enorme bocca della balena tra lo sgomento dei suoi sommozzatori.

Le balene Bryde, sono solitamente grigiastre e arrivano a misurare fino a 40-55 piedi di lunghezza e si trovano in genere nell’oceano Atlantico, Indiano e Pacifico. Possono immergersi fino a una profondità di 300 metri. Tradotto: non lascerebbero alcun scampo al sub inghiottito.

Proprio come accaduto a Pinocchio o al biblico Jonah però, fortunatamente Schimpf è sopravvissuto. Il grande cetaceo non carnivoro lo ha risputato in mare, con la fortuna di poter essere in vita per raccontare questa leggendaria esperienza. Intervistato da “Barcroft TV”, il regista subacqueo a spiegato che stava filmando uno squalo quando l’acqua attorno si è improvvisamente oscurata e ha sentito la grande balena afferrare il suo corpo.

balene

Non c’è tempo per la paura

«Non c’è tempo per la paura in una situazione del genere, devi usare il tuo istinto». E ha aggiunto: «Ho trattenuto il respiro perché pensavo che si sarebbe immerso e mi avrebbe liberato molto più profondamente nell’oceano, era buio pesto dentro». Mentre Schimpf era nella bocca della balena, il fotografo Heinz Toperczer, incredulo quanto spaventato, ha tenuto la macchina fotografica puntata sul regista, immortalando fortunatamente il mancato banchetto del mammifero che, dopo pochi secondi, ha rigettato il sub che è riuscito a raggiungere illeso la barca.

Una vicenda che non può far altro che affascinare gli amanti degli oceani, da oggi più che mai impazienti di vedere questo nuovo documentario. Ma questa vicenda dovrebbe anche interrogare l’uomo sull’inutile e dannosa caccia alle balene, tra l’altro ripresa a dicembre da Giappone, Islanda, Norvegia e Russia, e che ogni anno mette in grave rischio di estinzione questi stupendi esemplari, rischiando di compromettere l’intero ecosistema naturale degli oceani.

Andrea Bonazza

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L’uomo che possiede un villaggio fortezza sotterraneo

Nel bunker di Eric Breitenmoser possono trovare riparo circa 600 persone, e vivere per sei mesi In Svizzera, nel cantone di San Gallo, un uomo ha deciso di acquistare un…

Nel bunker di Eric Breitenmoser possono trovare riparo circa 600 persone, e vivere per sei mesi

In Svizzera, nel cantone di San Gallo, un uomo ha deciso di acquistare un enorme bunker sotterraneo, per coronare il suo sogno da prepper. Per la prima volta ha mostrato la sua proprietà, in grado di proteggerlo da un attacco nucleare, al portale svizzero 20 minuten, che ne ha raccontato la storia. Il bunker è una delle fortezze sotterranee più grandi di tutta la Svizzera, la Festung Furggels. Un luogo top secret fino a 20 anni fa.

Tutto è cominciato, per il signor Eric Breitenmoser, dopo aver vissuto negli Stati Uniti. “Abbiamo vissuto in America dal 1983 al 2012. Ci sono molti cosiddetti preppers”, ha spiegato Breitenmoser, aggiungendo che un bunker è ben più utile di cinque Lamborghini qualora dovesse scoppiare una guerra nucleare.

Ecco che lo scorso mese di gennaio il sogno di questo prepper elvetico è diventato realtà, con l’acquisto di questo enorme bunker a St. Margrethenberg. Un regalo che l’uomo ha voluto fre alla figlia, che negli Usa è rimasta affascinata dal mondo del prepping. La sua estensione è pari a 7,5 chilometri quadrati, e le pareti sono formate da cinque metri di cemento. In totale può ospitare fino a 600 persone, che possono vivere lì per sei mesi.

Il bunker sotterraneo è stato costruito nel 1939 per l’esercito svizzero durante la seconda guerra mondiale. È rimasto attivo fino alla fine degli anni novanta. Ci sono voluti 38 mesi per terminarlo. È ben visibile dalla strada, e il suo ingresso principale è percorribile in auto, che può essere collocata su una piattaforma girevole, nella direzione di partenza.

Nella neutrale Svizzera sono oltre 8mila i bunker a cui è stata data nuova vita. Alcuni sono diventati hotel, altri musei. E la Fortezza Furggels è uno dei più grandi. In totale comprende oltre 190 spazi racchiusi nella roccia. Ci sono dormitori su più livelli, un vecchio ufficio postale, un’infermeria, perfino una camera mortuaria, le docce e un’enorme mensa. Inoltre, fino alla fine degli anni ’90, Furggels è stata continuamente adattata alle nuove minacce e quindi è sempre stata all’avanguardia da un punto di vista tecnologico.

Il prezzo pagato per tale fortezza è top secret, ma si sa che i costi di manutenzione sono altissimi. Per questo Breitenmoser ha deciso di affittare alcune stanze ad uso magazzino, e ha spiegato che sono molti gli amici prepper che dagli Stati Uniti hanno mandato le prime richieste.

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Chi è Daniele Nardi? Ecco il suo messaggio per Survival&Reporter (Audio)

Quando ho sentito questa voce era ormai troppo tardi. I corpi di Daniele Nardi e Tom Ballard erano stati avvistati da qualche ora. Un’immagine sgranata, lontana, due macchie di colore…

Quando ho sentito questa voce era ormai troppo tardi. I corpi di Daniele Nardi e Tom Ballard erano stati avvistati da qualche ora. Un’immagine sgranata, lontana, due macchie di colore semi sommerse da un oceano di crudelissima neve. La montagna se li era presi e li teneva con se lassù. Eppure io stavo sentendo la voce di quell’uomo che per mesi aveva saputo catturare l’attenzione, l’affetto e le speranze di una intera Nazione, e portarla su in vetta con lui. “Un ragazzo di pianura” è questo che sento nel messaggio vocale. E’ Daniele che parla.

Gli avevamo chiesto un’intervista qualche mese fa per inserirlo nel prossimo numero di Survival&Reporter, magari per festeggiare con lui la conquista della vetta e l’apertura della nuova via sul Nanga Parbat. Chiaramente ci eravamo resi conto che la preparazione di una tale avventura avrebbe limitato fortemente il tempo a disposizione per le interviste ma alla fine, quando quasi non ci speravamo più erano arrivati questi messaggi vocali. Otto registrazioni fatte con il suo cellulare appoggiato chissà dove magari in pausa tra un allenamento e l’altro o prima di una conferenza, otto volte la voce d’un solo uomo che si racconta e decide di farlo con una domanda: ”Chi è Daniele Nardi?”

Come se nella frenesia della preparazione, nella corsa al raggiungimento della forma fisica perfetta, e alla vigilia di una così importante spedizione si sia voluto ricordare di se stesso per un secondo. Fare il punto. Raccontarsi.

Nella tragedia della sua scomparsa ci resta di lui il ricordo che ci ha saputo lasciare attraverso i messaggi dei social, i video, le trasmissioni, ma questo ci piace pensarlo non come un messaggio pubblico, gettato nella baraonda dei network televisivi o di internet, ci piace pensare che questo messaggio, dettato in solitaria al microfono di un cellulare, sia qualcosa di privato, di intimo, di unico.

Come se Daniele ci avesse voluto parlare di lui, uno ad uno, sentendosi libero di raccontarci cosa veramente fosse il suo alpinismo.

“Siamo esseri spirituali”, dice la sua voce registrata, e quello spirito non è rimasto sulla via ghiacciata del Mummery, anzi, è tornato indietro, alla sua valle, alle sue vette, ai suoi affetti ed infine a tutti noi.

Daniele Nardi era un ragazzo di pianura, che ha aperto la via all’impossibile.

Di Alberto Palladino e Davide Di Lelio

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L’Adventure Outdoor Fest 2019 si sposta ai piedi della Marmolada, per ricostruire un bosco

La nuova location pensata per dare una mano concreta ai boschi devastati dalla tempesta “Vaia”dello scorso autunno Un intento nobilissimo, dettato da un grande amore per la natura e per…

La nuova location pensata per dare una mano concreta ai boschi devastati dalla tempesta “Vaia”dello scorso autunno

Un intento nobilissimo, dettato da un grande amore per la natura e per la vita all’aria aperta, anima la settima edizione dell’Adventure Outdoor Fest. La manifestazione, infatti, quest’anno ha deciso di cambiare location e di approdare, al 25 al 28 luglio 2019, nel Medio Alto Agordino (BL). Uno dei luoghi più affascinanti delle Dolomiti, pesantemente colpito dal maltempo dei mesi scorsi, che ha bisogno di rinascere.

Ecco che il festival, diventato negli anni il punto di riferimento per gli amanti dello stile di vita outdoor e della montagna e per gli appassionati di natura e avventura tende la sua mano. Durante la tre giorni si parlerà diffusamente delle nostre foreste e di cosa possiamo fare per prenderci cura di un bene comune dall’immenso valore, soprattutto alla luce delle problematiche ambientali che stiamo vivendo in questa epoca. Ma soprattutto parte del ricavato delle iscrizioni alle attività in programma sarà devoluto a favore della ricostruzione di un bosco a Livinallongo.

I danni della tempesta Vaia nei boschi bellunesi

L’edizione 2019 dell’Adventure Outdoor Festival è del tutto speciale. È frutto della collaborazione di Adventure Outdoor Italia con il progetto Dolomites Maadness, brand di destinazione che riunisce i 7 comuni di Rocca Pietore, Alleghe, Cencenighe, Colle Santa Lucia, Livinallongo del Col di Lana, San Tomaso Agordino e Taibon Agordino.

Un programma ricco di esperienze, dal Trail al Bushcraft

Il programma della manifestazione è ricco di esperienze e attività sportive, e l’Adventure Outdoor Fest rappresenta un’occasione unica per riconnettersi alla natura, ricaricarsi grazie ad essa, e trovare equilibrio e armonia dentro e fuori se stessi. L’edizione 2019 nel Medio Alto Agordino sarà un evento durante il quale vivere di cose semplici, in perfetto spirito survival. Trail, climbing, bushcraft adventures, e molto altro per approfondire tematiche legate alla natura e agli sport outdoor.

In agenda sono numerosi gli appuntamenti previsti per scoprire o rivivere alcuni dei luoghi meno conosciuti e più autentici delle Dolomiti. Sia per chi è appassionato di trekking, di mtb o di trail running, sia per chi ama l’arrampicata e l’alpinismo su roccia dolomitica. Tra questi trekking con l’autore, bushcraft sotto le stelle, una speciale gara di trail running, tra storia, natura e panorami mozzafiato, corsi di slackline e highline, concerti in rifugio e racconti attorno al fuoco. E poi pratiche di mindfulness, barefoot hiking e forest teraphy. Imperdibile, poi, gli Adventure Movie Awards, con la proiezione di alcuni tra i documentari e cortometraggi dedicati all’avventura e all’esplorazione. Così come gli incontri con diversi protagonisti di questo affascinante mondo, presenti per raccontare le loro storie, le loro passioni e i loro sogni.

 

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Nardi e Ballard rimarranno sul Nanga Parbat

A comunicare la morte di Daniele Nardi e Tom Ballard è stato l’ambasciatore italiano in Pakistan Le sagome individuate nei giorni scorsi sullo sperone Mummery del Nanga Parbat sono di…

A comunicare la morte di Daniele Nardi e Tom Ballard è stato l’ambasciatore italiano in Pakistan

Le sagome individuate nei giorni scorsi sullo sperone Mummery del Nanga Parbat sono di Daniele Nardi e Tom Ballard. Le ricerche dei due alpinisti sono così terminate, come ha annunciato su twitter l’ambasciatore italiano in Pakistan, Stefano Pontecorvo. “Con grande dolore informo che le ricerche di Daniele Nardi e Tom Ballard sono terminate avendo Alex Txikon e i soccorritori confermato che le sagome individuate a circa 5.900 metri sono quelle di Daniele e Tom” sono state le parole dell’ambasciatore che hanno gelato ogni speranza.

Lo staff di Nardi ha confermato. Queste le prime parole affidate a Facebook: “Siamo affranti dal dolore; vi comunichiamo che le ricerche di Daniele e Tom sono concluse. Una parte di loro rimarrà per sempre al Nanga Parbat. Il dolore è forte; davanti a fatti oggettivi e, dopo aver fatto tutto il possibile per le ricerche, dobbiamo accettare l’accaduto”. I due corpi rimarranno sul Nanga Parbat, mentre gli effetti personali e l’attrezzatura recuperati dal campo base saranno recapitati quanto prima alle famiglie. 

Daniele Nardi e Tom Ballard avevano fatto perdere le loro tracce lo scorso 24 febbraio, mentre erano impegnati nella scalata della nona cima più alta del mondo, con i suoi 8.125 metri di altitudine. Nardi e Ballard avevano tentato la scalata in invernale, cosa mai fatta da nessuno prima di loro, tentando la salita per una strada ancora inesplorata, lo sperone Mummery. Una via, sul Diamir, il versante nord-ovest della montagna, che non ha mai lasciato scampo a nessuno. 

Nardi sperone Mummery

Simone Moro, l’alpinista bergamasco veterano degli ottomila, in un’intervista ha definito lo sperone Mummery un “suicidio”. E così è stato. Nardi e Ballard sono stati uccisi da questo terribile sperone che nessuno in 125 anni è mai riuscito a scalare. Non si sa cosa di preciso abbia ucciso i due alpinisti, ma su quel versante della montagna sono state individuate molte valanghe. 

Le ultime parole di Nardi

“Mi piacerebbe essere ricordato come un ragazzo che ha provato a fare una cosa incredibile, impossibile, che però non si è arreso e se non dovessi tornare il messaggio che arriva a mio figlio sia questo: non fermarti non arrenderti, datti da fare perche’ il mondo ha bisogno di persone migliori che facciano sì che la pace sia una realtà e non soltanto un’idea…vale la pena farlo”.

 

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Emanuele Equitani, The Italian Supertramp, in esclusiva su Survival & Reporter

Emanuele Equitani è un reporter e fotografo innamorato dell’Alaska. Da molti anni passa i suoi inverni lì, e l’Alaska è l’unico posto che ama e in cui sente un rapporto…

Emanuele Equitani è un reporter e fotografo innamorato dell’Alaska. Da molti anni passa i suoi inverni lì, e l’Alaska è l’unico posto che ama e in cui sente un rapporto così forte e profondo con la natura da non riuscire a stare lontano per molto tempo dalle sue foreste. A vent’anni di distanza ha ripercorso il cammino tragico di Chris McCandless, il viaggiatore statunitense noto con lo pseudonimo di Alexander Supertramp, la cui vita è stata raccontata nel libro e film Into the wild.

Con McCandless condivide la stessa visione della natura. L’Alaska lo ha portato a iniziare a scrivere e fotografare quello che tutti i giorni ha intorno a sé, dalla giornata più semplice a quella più complicata in qualche ghiacciaio o nelle foreste.

“Una natura così forte e imponente da essere così in simbiosi con se stessa che sembra così ostile a me – afferma Emanuele – ma nel frattempo mi sento abbracciato da qualcosa di grande, qualcosa che mi dà modo di mettermi alla prova e di far parte di questa grande terra”. Per leggere il reportage di Emanuele Equitani alla scoperta dei ghiacciai Matanuska e Mendenhall clicca qui.

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