fbpx
La tua guida per l'avventura

Al via la spedizione di Lonnie Dupre sul monte Hunter

Prende il via il 4 gennaio prossimo l’impresa dell’esploratore artico del Minnesota Lonnie Dupre, alla volta del Monte Hunter, detto anche Begguya. Una delle vette dell’Alaska più ostiche, con i…

Prende il via il 4 gennaio prossimo l’impresa dell’esploratore artico del Minnesota Lonnie Dupre, alla volta del Monte Hunter, detto anche Begguya. Una delle vette dell’Alaska più ostiche, con i suoi 4.442 metri di altitudine, impervia e assai selettiva che raramente viene scalata in inverno. La spedizione durerà 19 giorni e Dupre proverà la salita in solitaria. Dopo l’arrivo, ad Anchorage, Dupre preparerà i suoi rifornimenti e volerà al campo base del Kahiltna il prossimo 7 gennaio. Da lì, con addosso gli sci fatti in casa inizierà a tirare la slitta, che avrà tutto il necessario per la sopravvivenza della spedizione. 

C’è chi ha definito l’avventura di Dupre “visionaria”, perché mai nessuno ha osato tanto. Soprattutto perché Dupre non è tra gli alpinisti più capaci, per sua stessa ammissione. Di se stesso Lonnie Dupre afferma: “Il mio background è l’esplorazione polare. L’ho fatto per 25 anni e solo di recente, negli ultimi dieci anni, ho approfondito l’alpinismo. Ma applicare le mie abilità artiche e le abilità di spedizione polare agli obiettivi alpini in inverno è qualcosa di coinvolgente ed eccitante”. 

Di certo l’impresa è assai ardua. Il Begguya, o Monte Hunter è la terza vetta più alta della catena montuosa dell’Alaska, nel Parco Nazionale di Denali. La montagna ha un altopiano glaciale sulla cima che collega le due cime della montagna. Il nome del monte Hunter in lingua locale è Begguya, che letteralmente significa “Il bambino di Denali”. È una montagna che pur essendo più bassa del Denali, richiede un impegno maggiore. La prima volta è stata scalata con successo nel 1954 da Fred Beckey, Heinrich Harrer e Henry Meybohm. Negli anni i più famosi alpinisti hanno cercato, con scarsi risultati, di raggiungere la vetta. 

Lonnie Dupre nella sua scalata del monte Denali, nel 2015

Il Monte Hunter non è la prima impresa invernale in solitaria per Dupre. Nel 2015 aveva già scalato il Denali, la montagna più alta d’America, diventando la diciassettesima persona che è stata in grado di raggiungere la sua vetta nella stagione fredda. E lo scorso anno aveva già tentato la scalata del Begguya, senza riuscire a raggiungere la vetta per via delle condizioni troppo avverse per proseguire. Lo scorso anno salì dalla via Beckey, mentre quest’anno tenterà dal lato sud invece, per la Ramen Route.

Nessun commento su Al via la spedizione di Lonnie Dupre sul monte Hunter

Il paradiso dei prepper è in Scozia, ed è in vendita

Un vero e proprio paradiso per i prepper è in vendita in Scozia. Si tratta del Balado Bridge Listening Station: in tutto nove acri di terreno, poco lontano dalla città…

Un vero e proprio paradiso per i prepper è in vendita in Scozia. Si tratta del Balado Bridge Listening Station: in tutto nove acri di terreno, poco lontano dalla città di Kinross, su cui sorge una vera e propria installazione militare rurale, completa di sistema di filtraggio dell’aria per proteggere da attacchi nucleari, chimici o biologici. In origine era una struttura per intercettare i segnali che annunciavano il lancio di missili balistici durante la Guerra Fredda

Quella che i media definirono “le orecchie dell’Apocalisse” rimase attiva fino al 2006, ma dopo la fine della guerra Fredda la minaccia di un conflitto nucleare non era più all’ordine del giorno. E così venne chiusa. Nel 2007 venne svenduta per 500 mila sterline all’imprenditore Bob Ferguson e fino al 2016 vi si è svolto il più grande festival di musica scozzese.  Ora il Balado Bridge è tornato sul mercato. 

La Balado Bridge Listening Station vista dall’alto, con l’enorme struttura a forma di palla da golf

Nei nove ettari di terreno è incluso anche l’ex aeroporto militare, che venne aperto nel 1942 e dismesso nel 1957. È all’inizio degli anni ’40, infatti, che si videro i primi militari in zona. vennero qui per porre le fondamenta di una base aerea ausiliaria dell’aviazione britannica, dove i piloti stranieri venivano addestrati a pilotare i caccia Spitfire ed Hurricane. Dopo la guerra la struttura si trasformò in un cimitero di aerei e venne ufficialmente chiusa, ma le due piste che convergono ad angolo sono ancora visibili dalle immagini satellitari. Trent’anni dopo la Nato decise di installare una stazione di intercettazione dei segnali radio, quello che è arrivato a noi e che oggi è in vendita. 

Nella zona l’ex base Nato è conosciuta per avere al suo interno una struttura a forma di enorme palla da golf, ed è ben visibile per gli automobilisti che percorrono l’autostrada che collega Edimburgo a Perth. 

Anche se gli agenti immobiliari che curano la trattativa affermano che il luogo possa essere trasformato in una grande casa di riposo, o in un campo da pitch and putt, i bene informati suggeriscono un uso assai diverso. “È un posto ideale per coloro che desiderano avere un rifugio in caso di apocalisse nucleare. L’area ha un imponente sistema di protezione e tutto il necessario per sopravvivere, dai profondi bunker ai generatori di benzina”, ha dichiarato un osservatore militare. Insomma, tutto quello che un prepper sogna per prepararsi alla fine del mondo. Dopotutto qui per anni veniva intercettato il traffico delle comunicazioni satellitari nemiche. 

La cifra per aggiudicarsi la proprietà dell’ex base Nato, costruita nel 1985 e inaugurata ufficialmente dalla principessa Anna, è 1,22 milioni di dollari. Decisamente non per tutte le tasche, ma essendo sul mercato da un po’ di tempo il prezzo potrebbe essere oggetto di contrattazione. Ma dopotutto, inclusa nel prezzo c’è anche la grande parabola per intercettare le conversazioni, compresa quelle militari.

1 commento su Il paradiso dei prepper è in Scozia, ed è in vendita

L’8 gennaio Survival&Reporter torna in edicola con il primo numero del 2019

È un inizio d’anno ricco quello del 2019. In edicola dall’8 gennaio, infatti, c’è il primo numero dell’anno di Survival&Reporter. Lorenzo “lupo” Crestale ci racconterà delle analogie tra il Soft…

È un inizio d’anno ricco quello del 2019. In edicola dall’8 gennaio, infatti, c’è il primo numero dell’anno di Survival&Reporter.

Lorenzo “lupo” Crestale ci racconterà delle analogie tra il Soft Air e il Survivalismo, due discipline che ad alti livelli possono essere definite anime gemelle. 

Yuri Patrignani spiegherà in maniera più che esaustiva, anche se in modo semplice e lineare, i concetti di base sulle tecniche di orientamento. Elementi assai utili in situazioni estreme per ritrovare la via di casa o comunque per prendere una certa direzione in modo consapevole. 

Davide Bomben ci porterà sulla pista degli elefanti, e Chiara Giannini ci presenterà un estratto del suo libro “Come la sabbia di Herat”, in cui racconta la sua esperienza di donna reporter embedded in Afghanistan. Un altro libro dei capolavori editi da Altaforte Edizioni. 

Tra le recensioni immancabile quella sul Bushcraft, la guida da campo all’arte della sopravvivenza selvaggia. 

In tema di sopravvivenza imperdibile il contributo di Decimo Alcatraz che spiega la sopravvivenza urbana e quello di Simone Panetta, ranger certificato da poco rientrato da una missione svoltasi in Sudafrica in supporto alle unità antibracconaggio locali. Così come interessantissimo è l’articolo di Riccardo Carrai sul boot camp, una gara a scenario dove i concorrenti sono chiamati a collaborare all’interno della propria squadra per superare alcuni ostacoli nel minor tempo possibile senza però tralasciare l’aspetto tecnico. 

Ma Survival&Reporter è anche interviste. In questo numero Albero Palladino racconta la sua chiacchierata con Valentina Durio, due volte campionessa del mondo, e da novembre campionessa italiana di Sleddog. 

E ancora, nel numero in edicola troverete due interessantissimi articoli sul Bug Out e sul Desert Mantracking e alcune riflessioni sulla medicina tattica. 

In fatto di reportage, il racconto di Riccardo Gallino relativo alla sua esperienza tra i Waraos nel delta dell’Orinoco

Vi lasciamo alla copertina, certi di trovarvi in edicola!

Copertina Survival numero gennaio 2019
Nessun commento su L’8 gennaio Survival&Reporter torna in edicola con il primo numero del 2019

Il mistero di Iram. L’Atlantide del deserto

Nel deserto dell’Oman è sepolta una città millenaria. Iram l’Atlantide del deserto.

Il Rub’ al-Khali

Nell’infuocato oceano di roccia e sabbia che copre la penisola arabica c’è una leggenda millenaria che racconta di Iram, la città scomparsa. Una “favola” tramandata di bocca in bocca da generazioni di mercanti, beduini, avventurieri e profeti che in quel deserto infinito hanno viaggiato come marinai. Si tratta di una storia così antica da essere citata nei testi sacri ebraici e nel Corano, dove, realtà storica e religione, si fondono in una misteriosa ucronia.

Nel folklore arabo si racconta di una ricchissima città carovaniera sorta nel 3000 a.C. nel deserto del Rub’ al-Khali, nellattuale Oman, e diventata florida e prosperosa grazie all’afflusso di rotte carovaniere che vi facevano tappa sulla via dell’incenso e grazie alla scoperta di una ricca oasi sotterranea. Questa città veniva chiamata Iram dei Pilastri (arabo: Iram at al-‘imad), anche detta Ubar, o “la Città d’Ottone”.

Per secoli la città rimase avvolta nel mistero tanto che per molti la sua esistenza non era che il frutto di storie fantastico come quelle raccolte nel ciclo letterario de “Le mille e una notte” in cui proprio la città di Iram viene citata nel ”Racconto della fanciulla con le due cagne” come un luogo dove gli abitanti sono stati trasformati in pietra e dove chi vi arriva può portare via le ricchezze che trova: “Ath-Thaâlibi racconta: «Avvenne che due uomini entrarono in quella caverna e trovarono da una parte dei gradini, vi discesero e scoprirono una cripta lunga cento cubiti, larga quaranta cubiti, alta cento cubiti; nel centro della cripta c’era un trono d’oro e un uomo di vasta corporatura occupava tutto il trono, per lungo e per largo. Portava tuniche intessute d’oro e d’argento, e aveva sulla testa una tabella d’oro con un’iscrizione. I due la presero, e portarono via da quel luogo tutto quel che poterono caricarsi di verghe d’oro e d’argento e di altre cose». (Le mille e una notte)”

La grotta/cisterna sotto Iram

Ma cosa successe ad Iram? Nel Corano (89, 6-8) è scritto che la città fu punita assieme alla tribù di ‘Ad, pronipoti di Nhu (Noè), quando il re Saddad sfidò gli avvertimenti del profeta Hud e Allah scatenò una tempesta di sabbia che cancellò la città seppellendola da qualche parte sotto le sabbie del Rub’ al-Khali. «Girando allora il suo volto verso il cielo, disse: “O Dio del cielo, io ti chiedo la pioggia per il mio popolo: sii il nostro protettore”. Nello stesso istante apparvero tre nuvole; la prima era rossa, la seconda nera e la terza bianca. Da queste nuvole uscì una voce che diceva: “Quale vuoi che si diriga verso il tuo popolo?” Qāʾil si disse tra sé e sé: “Se questa nuvola rossa si dirigesse verso il mio popolo, non ne scaturirebbe pioggia, del pari la nuvola bianca, restasse anche tutto un giorno, non ne uscirebbe pioggia. È la nuvola nera che assicura la pioggia”. Allora Qāʾil disse ad alta voce: “Chiedo che questa nuvola nera vada verso il mio popolo”»( Ṭabarī, Dalla creazione a David, in op. cit., pp. 116. Storia del profeta Hūd.)

Ma se tutto questo trovava riscontro nelle fonti storiche e religiose per secoli non aveva mai avuto una controprova scientifica. Nel II secolo d.C. Claudio Tolomeo disegnò una mappa con una regione abitata da un popolo chiamato Iobaritae, ossia Ubariti, dal nome leggendario della città Ubar, ma si dovette attendere fino agli anni ottanta per avere le prove certe della sua legendaria esistenza, quando un gruppo di archeologi grazie alle immagini satellitari della Nasa, alle penetrazioni del sistema Spot e Landsat e, più avanti a immagini scattate dallo Space Shuttle, per identificare antiche vie carovaniere per il commercio dell’incenso e scoprire dove convergessero.

L’avventuriero Ranulph Fiennes, l’archeologo Juris Zarins, il regista Nicholas Clapp e l’avvocato George Hedges esplorarono l’area in molte occasioni. I ricercatori si fermarono presso un pozzo chiamato Ash Shisa, e nei pressi dell’oasi scoprirono un sito precedentemente identificato come il forte di Shis (XVI sec.). Gli scavi hanno scoperto un insediamento anteriore e artefatti provenienti da altre regioni. Questo forte più antico era costruito sopra una caverna di calcare che poteva contenere una fonte d’acqua, rendendolo un’importante oasi lungo la via commerciale per Iram. Una volta che il livello dell’acqua si era abbassato, la struttura si era indebolita fino al collasso della caverna tra il 300 e il 500 d.C. che distrusse l’oasi. Altre quattro campagne di scavo sono state condotte dal dott. Juris Zarins, tracciando la presenza storica della tribù di ‘Ad, i presunti costruttori di Iram.

Cosi la città di Iram o Ubar tornò alla luce cn il suo carico di misteri e storia che già aveva affascinato Lawrence che l’aveva ribattezzata l’Atlantide del Deserto.

Nessun commento su Il mistero di Iram. L’Atlantide del deserto

SoftAir: non solo gioco, anche beneficienza

Quando il SoftAir vuol dire beneficienza. A Monsano, in provincia di Ancona, poco prima di Natale è andata in scena “La vendetta dei Babbi Natale”, giunta alla sua terza edizione….

Quando il SoftAir vuol dire beneficienza. A Monsano, in provincia di Ancona, poco prima di Natale è andata in scena “La vendetta dei Babbi Natale”, giunta alla sua terza edizione. Una gara di SoftAir che ha coinvolto i club del centro Italia per aiutare un ospedale pediatrico, i suoi progetti e le famiglie dei piccoli degenti. 

L’evento che è stato organizzato in collaborazione con il Camphoenix di Jesi – Ancona, il Villaggio per il SoftAir in stile mediorientale, ha visto la partecipazione di 15 associazioni, 120 tra giocatori e organizzatori. Sono stati raccolti oltre duemila euro da devolvere a favore dei progetti della Fondazione Ospedale Salesi Onlus, ospitata all’interno dell’omonimo ospedale. La Fondazione Salesi è attiva dal 2004 e da sempre rappresenta un aiuto e sostegno all’Ospedale per la realizzazione di tutte quelle azioni finalizzate a garantire i migliori livelli qualitativi per l’assistenza e il soggiorno. Il che significa porre attenzione al bisogno del bambino di essere accolto e curato, in un ambiente familiare, ricco di  amore e comprensione, nel rispetto delle sue esigenze. 

L’evento si è svolto nel villaggio in stile mediorientale del Camphoenix di Jesi – Ancona. Un luogo adatto a tutti, dai principianti ai più esperti, che offre diverse ambientazioni per giocare a SoftAir in maniera sicura e divertente, con possibilità di giocare in notturna.

Di seguito vi proponiamo alcune foto dell’evento, tratta dalla pagina Facebook del Camphoenix di Monsano.

Grazie all’evento organizzato pochi giorni prima di Natale il SoftAir è diventato uno strumento benefico, per regalare la speranza di un sorriso ai piccoli pazienti dell’Ospedale pediatrico Salesi, l’unico delle Marche ad esclusivo indirizzo materno-infantile. Un luogo di cura che ha l’obiettivo di dove far vivere al bambino la degenza in modo non traumatico, nonostante le difficoltà del ricovero.

Nessun commento su SoftAir: non solo gioco, anche beneficienza

La prima traversata dell’Antartide in solitaria

Correre in solitaria attraversando l’Antartide. Lo ha fatto Colin O’Brady, un  ex atleta triatleta professionista americano di 33 anni. In totale ha percorso quasi 1.600 chilometri in 54 giorni, trainando una…

Correre in solitaria attraversando l’Antartide. Lo ha fatto Colin O’Brady, un  ex atleta triatleta professionista americano di 33 anni. In totale ha percorso quasi 1.600 chilometri in 54 giorni, trainando una slitta da ben 135 chili, con ai piedi un paio di sci di fondo. Unico supporto un GPS, che ha monitorato i suoi movimenti e li ha pubblicati sul suo sito internet, rendendo social la sua traversata.

L’Antartide, il continente la cui esplorazione rappresenta una sfida continua da parte dell’uomo. Una terra misteriosa, sconfinata, perennemente avvolta dai ghiacci, che rappresenta il sogno di esploratori e alpinisti. Un luogo, l’Antartide, che a causa della rigidità delle sue temperature, costringe la mente umana di chi vi trascorre lunghi periodi a sviluppare una sorta di letargo, per risparmiare energia in attesa di tempi migliori. 

Un’impresa talmente ai limiti dell’impossibile, quella di O’Brady, che il New York Times l’ha definita “una delle più straordinarie nella storia polare” e l’ha paragonata alla “corsa per conquistare il Polo Sud” che oppose il norvegese Roald Amundsen al britannico Robert Falcon Scott nel 1911. Insieme a O’Brady è partito anche un ex militare britannico di 49 anni, Louis Rudd, che però ha intrapreso una strada diversa. Insieme hanno cominciato questa avventura, il 3 novembre 2018, dalla piattaforma di ghiaccio Filchner-Ronne. Volevano sfidarsi per vedere chi arrivava primo: ha vinto O’Brady. Rudd è arrivato un giorno dopo.

Ma la traversata compiuta dall’americano ha ancora più dell’incredibile se si guarda al suo passato. L’uomo, infatti, nel 2008 subì un incidente in Thailandia che gli ustionò gran parte del corpo. Aveva cercato di saltare una corda infuocata durante una festa in spiaggia, e il 25% del suo corpo era rimasto ustionato. I medici gli dissero che non avrebbe più potuto camminare normalmente. Ma lui non si è dato per vinto, del resto promise alla madre che avrebbe partecipato a una gara di thriatlon, e ha inanellato una serie di sfide ai limiti della sopravvivenza, vincendole tutte. Prima di concludere la sua traversata dell’Antartide in Solitaria, O’Brady nel 2016 ha scalato le vette più alte dei sette continenti, tra cui l’Everest, in 132 giorni, diventando così il più veloce scalatore delle vette del mondo. Il 27 maggio del 2017 ha battuto il record mondiale dell’Explorers Grand Slam, portandolo a 139 giorni e in contemporanea ha portato a 132 giorni il Seven Summits Speed Record. Il suo motto, che fa da sfondo al suo sito è “The impossible First”.  

Il nome di O’Brady passerà alla storia e verrà iscritto negli annali delle traversate polari. Come primo gesto, subito immortalato e postato sui social, appena giunto a destinazione O’Brady ha fatto una verticale poggiando la testa sul Polo Sud. Prima di lui, l’Antartide è stato attraversato dall’italiano Reinhold Messner, che insieme al tedesco Arved Fuchs, nel 1989 ha attraversato l’Antartide senza motori e senza cani.

Di seguito il video che mostra le fasi preparatorie alla traversata. 

1 commento su La prima traversata dell’Antartide in solitaria

Il Tourniquet. Storia d’un salvavite

Il Tourniquet è un piccolo dispositivo che accompagna gli eserciti fin dall’antichità. Le prime note bibliografiche riguardanti l’utilizzo di un progenitore del tourniquet risalgono al lontano 1674, quando fu utilizzato…

Il Tourniquet è un piccolo dispositivo che accompagna gli eserciti fin dall’antichità. Le prime note bibliografiche riguardanti l’utilizzo di un progenitore del tourniquet risalgono al lontano 1674, quando fu utilizzato da Etienne Morel nella battaglia delle Fiandre, ma si pensa che i primi rudimentali tourniquet vennero usati addirittura durante le campagne militari dell’Impero Romano.

Composto da una striscia di tessuto nella quale scorrono dei piccoli lacci messi in trazione dalla torsione mediante una leva centrale, il Tourniquet è in grado di esercitare una forza tale da interrompere il flusso arterioso nell’arto ferito, permettendo il totale blocco di un emorragia.

Ne esistono in commercio diverse tipologie ed innumerevoli generazioni (CAT, SWAT, NATO, SOFT-T, ecc), ma il principio di funzionamento e le modalità di utilizzo sono pressoché analoghe.

Una delle versioni maggiormente in uso, ed una delle prime ad essere sviluppate, è sicuramente il CAT (Combat Application Tourniquet), composto da una fascia larga circa 4cm, ripiegabile su se stessa per formare un loop e fissata tramite una fibbia in plastica ed una fascia velcrata ad alta tenuta, in grado di permettere uno stretto fissaggio sull’arto ferito prima dell’azionamento della leva di torsione. Raggiunta la tensione necessaria, la leva viene bloccata fra due corna di plastica chiuse a loro volta da una nastrino sul quale va annotata l’ora dell’applicazione.

Una volta stabilizzato il ferito, il tourniquet va rimosso, e sostituito con un bendaggio compressivo standard; l’esperienza sul campo afferma che il periodo massimo di applicazione del Tourniquet per non incorrere in complicazioni è di 2 ore.

Se la circolazione nell’arto non viene ripristinata entro questa tempistica, si potrebbe incorrere in danni neurologici, ischemie nell’arto e sindrome compartimentale (che renderebbe necessarie fasciotomie e, nei casi più gravi, l’amputazione dell’arto stesso).

Nella Prima Guerra Mondiale, a causa di un improprio utilizzo del Tourniquet, si riscontrò un aumento di danni neurologici e amputazioni nei reduci, è stato dato quindi un “giro di vite” alle sue applicazioni, quando non strettamente necessarie.

L’utilizzo in ambito militare è proseguito più o meno in sordina fino ai giorni nostri, dove l’evoluzione degli apparati di protezione individuale come elmetti e piastre balistiche, unito al cambiamento delle tecniche di guerriglia viste in Medio Oriente ed Afghanistan (dove IED’s,VIED’s ed attentati con l’utilizzo di esplosivi sono purtroppo stati la prassi), hanno portato ad un incremento esponenziale delle ferite da esplosione e da corpo penetrante agli arti, sia ai militari attivamente impiegati nelle campagne che a civili, obbligando un adattamento del protocollo di triage e spostando le priorità sul controllo delle emorragie massive.

L’estrema efficacia, unita ad una accorta semplicità nell’applicazione (i moderni Tourniquets sono concepiti anche per l’autoapplicazione), rendono questo piccolo dispositivo preferibile sul campo rispetto al più stabile e “sicuro” bendaggio compressivo, che rimane la procedura standard nel controllo di una emorragia ma risulta più macchinoso e difficoltoso da eseguire.

Inoltre, la risoluzione immediata permette al soccorritore di potersi dedicare agli altri parametri di controllo del paziente (controllo di vie aeree, respirazione, circolazione, ecc.) in minor tempo, non dovendo mantenere pressioni costanti o gestire metri di bendaggio a causa di un movimento imprevisto.

Per questi motivi il Tourniquet è passato da dispositivo potenzialmente dannoso, a “ultima risorsa disperata” (citando il vecchio detto “tourniquet last”) ad un prezioso alleato, vero e proprio salvavita entrato stabilmente nei kit dei soccorritori, militari e non.

L’adattamento di questo dispositivo al mondo civile richiede obbligatoriamente un training specifico, unito ad una consapevolezza assoluta delle procedure, implementate da una corretta valutazione del trauma, per arrivare alla vera e propria applicazione del dispositivo. 

Si pensi ai fatti relativi all’attentato terroristico alla Maratona di Boston nel 2013, dove nei concitati minuti successivi alla deflagrazione, sono stati applicati in totale 27 tourniquet (improvvisati e non) su amputazioni traumatiche, lesioni vascolari e gravi lesioni ai tessuti molli. Di questi meno della metà sono stati applicati da personale paramedico civile, i restanti sono stati posizionati da soccorritori militari fuori servizio e semplici passanti. Nessuno dei feriti, in questo caso, ha perso la vita.

E’ assodato che il tourniquet può davvero fare la differenza fra la vita e la morte, specialmente in tempi come questi, dove la crescente minaccia di attentati terroristici e l’instabilità estrema di certe situazioni possono cogliere di sorpresa anche il più preparato.

L’unica “pecca”, (e cosa assurda), che in un Paese come l’Italia è considerato reato la lesione personale a terzi (derivata anche dall’applicazione di tourniquet), senza qualifiche o senza far parte di enti sanitari, anche in caso di estrema necessità.

Nessun commento su Il Tourniquet. Storia d’un salvavite

Quando lo zaino galleggiante salva la vita

Lo zaino galleggiante può salvare la vita. Lo dimostra quanto accaduto a uno snowboarder di Tirano, che è stato travolto da una valanga sulle piste di Livigno. L’uomo, un 27enne,…

Lo zaino galleggiante può salvare la vita. Lo dimostra quanto accaduto a uno snowboarder di Tirano, che è stato travolto da una valanga sulle piste di Livigno. L’uomo, un 27enne, stava facendo un fuoripista a 2.200 metri di quota, sul Monte della Neve. All’improvviso, poco dopo mezzogiorno, la valanga per circostanze ancora da chiarire. Se non fosse stato per lo zaino galleggiante che indossava per lui le conseguenze avrebbero potuto essere fatali.

Invece è stato subito soccorso e trasportato in ospedale per il ricovero e le cure del caso. Le sue condizioni non destano preoccupazioni, a parte i traumi alle gambe. Il 27enne, proprio grazie al suo zaino galleggiante non è sprofondato nella neve e gli è stato così possibile chiamare i carabinieri sciatori in servizio di sicurezza nella ski-area per chiedere loro aiuto.

In poco tempo l’elicottero del 118 lo ha raggiunto, in una zona impervia, e l’equipe di soccorso lo ha estratto quasi del tutto illeso dalla slavina che lo aveva seppellito solo sino al bacino.

Lo zaino galleggiante è un progetto tutto italiano. Ha visto la luce per la prima volta nel 2016, grazie all’ispirazione di una società di progettazione creativa italiana con sede a Houston (Usa), la Imagination Farm. Grazie al suo essere il primo zaino anti-shock, ermetico e galleggiante, mai realizzato prima, permette di conservare gli oggetti all’interno in totale sicurezza e in qualsiasi circostanza. Per farlo sfrutta l’aria contenuta al suo interno. Il suo nome è Capsula Backpack ed è realizzato con materiali a tenuta stagna, dotato di air-bag protettivo, una zip impermeabile e una valvola di gonfiaggio. Inoltre è in grado di resistere in immersione per 30 minuti alla profondità di un metro. Quando venne presentato il progetto, due anni fa, in brevissimo tempo la campagna di crowdfounding per finanziarne la realizzazione fu un vero e proprio successo e in meno di 24 ore sono stati raccolti i soldi necessari per dare vita al progetto. 

Uno zaino di questo tipo era in spalle allo snowboard sorpreso dalla valanga a Livigno. 

Nessun commento su Quando lo zaino galleggiante salva la vita

Correre a meno sessanta gradi. L’impresa mostruosa di Paolo Venturini

Il progetto è uno di quelli che già dal nome si prospettano difficili: Monster Frozen. Una sfida al limite dell’impossibile, mai tentata prima da nessuno. Una prova di endurance, correndo…

Il progetto è uno di quelli che già dal nome si prospettano difficili: Monster Frozen. Una sfida al limite dell’impossibile, mai tentata prima da nessuno. Una prova di endurance, correndo a piedi, nel luogo più freddo della terra, nel periodo più freddo dell’anno. A cimentarsi nell’impresa un poliziotto padovano ultramaratoneta, Paolo Venturini, assistente Capo della Polizia di Stato e atleta del Gruppo Sportivo Fiamme Oro. Correrà in Siberia, provando a unire i proverà a unire i villaggi di Tomtor e Ojmjakon, luoghi che tra loro distano la lunghezza di una maratona, e detengono il record del freddo. Le temperature in questo periodo non salgono mai sopra i sessanta gradi sotto zero. 

Le due città si trovano in quella porzione di Siberia chiamata Yakutia, che ha un’estensione immensa, e con i suoi oltre 4 milioni di chilometri quadrati occupa quasi un quarto di tutta la Russia d’Europa. Ojmjakon è una città di circa 80 abitanti, dove in inverno le condizioni di vita raggiungono il loro limite, con non più di 3 ore di luce di giorno e una visibilità compromessa da uno spesso strato di nebbia. Tomtor, è l’altra città con cui Ojmjakon si contende il primato della città abitata più fredda del pianeta. A febbraio scorso le temperature hanno toccato i -69,2 gradi. 

Ad accompagnare Venturini ci saranno due medici del dipartimento di Medicina dello Sport dell’Università di Padova, un traduttore, un accompagnatore e una troupe televisiva italiana, oltre al coinvolgimento di esperti in medicina del freddo dell’Università di Yakutsk. Perché le difficoltà principali a cui Venturini va incontro correndo a queste temperature sono legate al fatto che respirare aria così fredda provoca il congelamento delle prime vie respiratorie, problemi ai denti e agli alveoli polmonari. Durante la corsa il maratoneta indosserà uno speciale termometro in grado di monitorare le temperature che verranno affrontate e altri parametri medici. Questo dispositivo trasmetterà i dati via radio a un computer, che certificherà come l’impresa di Venturini sia ufficialmente una sfida ai limiti dell’impossibile. 

Se il progetto, che prenderà vita dal 17 al 22 gennaio prossimi, verrà portato a termine con successo, Venturini stabilirà un record che rimarrà impresso indelebilmente nella storia. 

1 commento su Correre a meno sessanta gradi. L’impresa mostruosa di Paolo Venturini

Nasce il Blog di Survival&Reporter

Nasce il Blog di Survival&Reporter, perche navigare è necessario.

Navigare necesse est! Disse Pompeo il giovane ai sui marinai scoraggiati dal forte vento. E cosi anche per noi di Survival&Reporter vale questa antico motto. Navigare è necessario tanto, metaforicamente,  nella vita, quanto virtualmente nella rete. Ecco perche da oggi si sbarca on line e nasce il blog di Survival&Reporter.

Innanzitutto il confronto, la condivisione e la crescita. Per quanto la scelta di uscire in edicola con un bimestrale cartaceo sia una scelta che rivendichiamo con forza ed a cui siamo affezionati, abbiamo deciso di implementare il nostro progetto con questo nuovo strumento virtuale. Una piattaforma da dove lanciare spunti di riflessione e dibattito, linkare esperienze interessanti ed essere ancora più vicini a tutti voi che ci seguite con passione da sempre. Perché la forza di una rivista sta nei lettori che la animano e cha plasmano sull’impronta della loro anima.

L’editoria in Italia soffre e si vede, le riviste chiudono o si fondono in indefinite pozzanghere multi-topics. Noi di Survival&Reporter rimaniamo sul sentiero. Ci trovate ogni due mesi in edicola a sgomitare tenacemente tra i mostri sacri dell’editoria – quelli dalle decine di migliaia di copie, quelli delle multinazionali dell’informazione – e sfogliando la nostra rivista trovate ogni volta un prodotto unico ed irripetibile creato grazie al contributo di appassionati del settore. Dai reportage di viaggio, alle tecniche di medicina tattica. Dalle storie di survivalismo estremo ai traguardi sportivi più arditi.

Ora però vogliamo voi. Ci manca il vostro feedback costante, le vostre domande, le vostre foto, i vostri dubbi, i vostri suggerimenti. Vi vogliamo nel team. Nasce il blog di Survival&Reporter anche per questo. Survival&Reporter sin dal suo esordio avventuroso è stato soprattutto il luogo d’incontro di una comunità, di un gruppo umano in cammino. Lo è tuttora, e da oggi oltre che a piedi, punteremo l’orizzonte navigando.

3 commenti su Nasce il Blog di Survival&Reporter

Potrebbe interessarti anche...

La tua guida per l'avventura

Emanuele Equitani, The Italian Supertramp, in esclusiva su Survival & Reporter

Type on the field below and hit Enter/Return to search