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Tag: Artico

Una bomba chiamata permafrost

Lo scioglimento del terreno perennemente ghiacciato rappresenta un pericolo enorme per la sopravvivenza. Più volte noi di Survival & Reporter abbiamo parlato del permafrost e di cosa comporta il suo…

Lo scioglimento del terreno perennemente ghiacciato rappresenta un pericolo enorme per la sopravvivenza.

Più volte noi di Survival & Reporter abbiamo parlato del permafrost e di cosa comporta il suo sempre più rapido scioglimento. Qualche giorno fa ha fatto il giro della rete la foto di alcuni cani da slitta che corrono sull’acqua. Un’immagine che è diventata il simbolo dei cambiamenti climatici e dello scioglimento accelerato dello strato di neve in atto nel Nord-Est della Groenlandia.

Ebbene, recenti studi hanno dimostrato che questo scioglimento procede a un ritmo molto più serrato rispetto a quanto finora previsto. E gli scienziati di una spedizione canadese nell’Artico hanno scoperto che il ghiaccio perenne si scioglierà con 70 anni di anticipo. Il team dell’University of Alaska Fairbanks ha dichiarato di essere esterrefatto dal ritmo con il quale una serie di estati calde ha destabilizzato lo strato superiore dei blocchi di ghiaccio sotterranei che si sono solidificati nel corso dei millenni.

Lo scioglimento del permafrost, oltre a portare con sé ondate di calore come quella che sta attraversando in questi giorni l’Italia, rappresenta un pericolo anche sotto molti altri aspetti. Il disgelo, infatti, potrebbe liberare nell’aria virus sconosciuti. Dopotutto è cosa nota che con lo scioglimento del permafrost sono stati riportati alla luce resti di mammut, o di altri animali che vivevano nel Pleistocene.

Una bomba pronta a esplodere

Ed è proprio a quel periodo della Preistoria che risalgono antichi veleni di fossili che giacciono sotto al permafrost, insieme a milioni di tonnellate di sostanze tossiche e inquinanti. Si stima infatti che sotto al ghiaccio perenne siano contenute in totale circa 1.500 miliardi di tonnellate di carbonio, il triplo di quanto conservato nelle foreste di tutto il mondo. Due volte di più rispetto a quello contenuto nell’atmosfera. Insomma, una vera e propria bomba pronta a essere rilasciata nell’ambiente.

Oltre al carbonio il ghiaccio che si scioglie porta alla luce anche ingenti quantità di microplastiche. Si stima il doppio rispetto a quelle contenute in tutti gli oceani del mondo. Inoltre verrebbero liberate anche oltre a 1,6 milioni di tonnellate di mercurio che entreranno nuovamente nella catena alimentare.

 

 

 

 

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Le iene dell’Artico

Recenti studi su due fossili dimostrano che nel Pleistocene le iene vivevano nell’Artico Siamo abituati a pensare che l’habitat delle iene siano le calde e aride zone di Asia e…

Recenti studi su due fossili dimostrano che nel Pleistocene le iene vivevano nell’Artico

Siamo abituati a pensare che l’habitat delle iene siano le calde e aride zone di Asia e Africa. E in effetti oggi è così. Ma c’è stato un tempo in cui, nell’ultima Era glaciale, questi mammiferi vivevano indisturbati anche tra le steppe e la tundra dell’Artico. Degli studi condotti su due denti rinvenuti nello Yukon, in Canada, negli anni ’70 hanno confermato che nell’antichità le iene vivevano nelle zone più fredde del mondo.

Si tratta di un mistero lungo 50 anni, sul quale oggi si è fatta luce. I ricercatori dell’Università di Buffalo, hanno pubblicato le loro ultime analisi sulla rivista Open Quaternary, e hanno affermato che quei fossili di denti risalgono a un periodo compreso tra 1,4 milioni e 850.000 anni fa e appartengono a un genere ormai estinto, quello della iena-ghepardo (Chasmaporthetes).

Le caratteristiche delle iene Chasmaporthetes

Questa iena-ghepardo era dotata di zampe ben più lunghe rispetto alle iene attuali, ed era probabilmente un corridore più veloce e un predatore meglio capace di inseguire le prede, prosegue lo studioso. Pare inoltre che avesse una pelliccia folta simile a quella dei mammut o dei rinoceronti lanosi, il cui colore cambiava in base alle stagioni, proprio come succede oggi alle lepri e alle volpi artiche. Oltre a cibarsi dei cadaveri di altri animali e a frantumare le ossa servendosi dei suoi potenti denti e delle sue forti mascelle, è possibile che questa iena cacciasse gli animali artici, fra cui caribù, cavalli e forse persino anche mammut.

Dall’Eurasia al Nord America attraverso lo stretto di Bering

“Fossili di questo genere di iena sono stati trovati in Africa, Europa e Asia, perfino nel sud degli Stati Uniti: ma come è arrivata in nord America?”, si chiede il paleontologo Jack Tseng. La risposta arriva ancora una volta dagli esami sui fossili. Queste antiche iene si spostarono dall’Eurasia, territorio in cui si sono evolute, al Nord America attraverso un ponte di terra sullo stretto di Bering, un lembo di terra che ha collegato l’Asia e l’America del nord durante le ere glaciali, quando il livello dei mari era più basso. Quelle iene erano in grado di percorrere questo tragitto in una zona così settentrionale, nonostante il clima rigido. Da lì, le iene si sarebbero poi spostate verso sud, fino ad arrivare in Messico.

 

 

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Musica ghiacciata per salvare l’Artico

Il progetto si chiama Ocean Memories ed è un concerto eseguito strumenti di ghiaccio Che l’Artico sia in pericolo è cosa risaputa. Così come è risaputo che lo scioglimento dei ghiacci…

Il progetto si chiama Ocean Memories ed è un concerto eseguito strumenti di ghiaccio

Che l’Artico sia in pericolo è cosa risaputa. Così come è risaputo che lo scioglimento dei ghiacci rappresenta un serio problema per i vari ecosistemi. Risulta necessario, quindi, agire per proteggere la sopravvivenza dei ghiacci. Dopo l’idea di ricongelare l’Artico, anche Greenpeace ha voluto dire la sua.

Ha così pensato di sensibilizzare ancora di più al problema con una campagna a dir poco stravagante. Musicisti che suonano, a 12 gradi sotto zero, con strumenti fatti di ghiaccio, un brano intitolato Ocean Memories. Un brano composto per l’occasione, che vuole ricordare la necessità di proteggere almeno il 30% degli oceani entro il 2030. Una fusione di ritmi carillon, clacson, percussioni di ghiaccio e violoncello.

“Quest’anno l’Artico sta facendo registrare uno scioglimento da record e nello scorso aprile la temperatura media è stata di 8 gradi sopra la norma“, si legge in una nota diffusa dall’organizzazione ambientalista. Con questo video parte la campagna ‘Proteggi l’oceano’: “Vogliamo sensibilizzare sull’immediata necessità di santuari oceanici non solo per il Polo Nord ma per l’intero Pianeta”, dichiara Halvard Raavand di Greenpeace Nordic, campagna mirata ad ottenere nuovi negoziati presso le Nazioni Unite per un trattato globale sugli oceani.

Il video, che qui di seguito vi riproponiamo, è stato girato il 2 maggio scorso, nel profondo nord dell’Artico. I musicisti suonano strumenti realizzati scolpendo ghiaccio raccolto nelle acque del Polo Nord.

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Riscaldamento globale? Ricongeliamo l’Artico

Un progetto dell’università di Cambridge per resistere al surriscaldamento globale. Di fronte ai tanti allarmi legati al problema dei cambiamenti climatici c’è chi ha pronto un rimedio. È l’università di…

Un progetto dell’università di Cambridge per resistere al surriscaldamento globale.

Di fronte ai tanti allarmi legati al problema dei cambiamenti climatici c’è chi ha pronto un rimedio. È l’università di Cambridge, che ha messo a punto un piano per “ricongelare” il Polo Nord. Recenti studi affermano che l’attuale strato di ghiaccio dell’Artico potrebbe essere completamente disciolto entro il 2030. Il tempo è poco e urgono rimedi come quello proposto dagli scienziati inglesi.

Attraverso progetti di geo-ingegneria si vuole deviare l’energia solare nello Spazio, al fine di ridurre l’effetto serra e tutte quelle problematiche che determinano l’innalzamento delle temperature e il conseguente scioglimento dei ghiacci. Inoltre l’università di Cambridge propone l’idea di spruzzare abbondante quantità di acqua salata nell’atmosfera delle regioni polari. Ciò, almeno in teoria, favorirebbe la formazione di particelle di sale utili a depurare (sbiancare, letteralmente) le nuvole, che in questo modo consentirebbero un maggior riverbero del calore. Accanto a questo si sta studiando come rimuovere l’anidride carbonica in eccesso dall’aria.

Il progetto di un piano per il ricongelamento dell’Artico non è una novità. Se ne parla già da tempo. Già nel 2017 l’astrofisico Steven Desch su “Earth’s Future” proponeva qualcosa di analogo. E cioè ricongelare l’Artico usando 10 milioni di pompe galleggianti alimentate dal vento per spruzzare acqua salata sul ghiaccio, in modo da farne aumentare lo spessore. In questo modo lo strato di ghiaccio tornerebbe ad avere lo spessore di dieci anni prima.

Un progetto faraonico, anche considerando gli elevatissimi costi. Per la sua realizzazione, infatti, si è stimato servano 500 miliardi di dollari. Inoltre si deve tenere presente anche la quantità di acciaio necessario per costruire le pompe: ben 10 milioni di tonnellate, che andranno posizionate in loco con annessa manutenzione.

Insomma, oltre al costo, sembra un’idea più cha ambiziosa: irrealizzabile. Anche se da Cambridge ora stanno andando nella stessa direzione.

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Un “giro” in bici nel freddo artico – Survival & Reporter

1.100 km, 7 giorni di pedalate nell’Artico attraverso la Lapponia norvegese, finlandese e svedese. La nuova impresa di Omar di Felice Omar di Felice è un ciclista che ha cominciato…

1.100 km, 7 giorni di pedalate nell’Artico attraverso la Lapponia norvegese, finlandese e svedese. La nuova impresa di Omar di Felice

Omar di Felice è un ciclista che ha cominciato la sua carriera dopo essere rimasto folgorato dalle imprese di Pantani al Giro d’Italia del 1994. Da quando ha cominciato a pedalare non si è più fermato ed è diventato campione di ultracycling. La nuova avventura in cui sta per cimentarsi si chiama #LaplandExtremeUnsupported. Prende il via oggi e si concluderà il 1 febbraio. 

Sulla sua pagina facebook e sul suo blog è lo stesso Omar di Felice ad annunciare il suo ritorno al Circolo Polare Artico, spiegando che questa volta attraverserà i confini di Norvegia, Svezia e Finlandia. Un’impresa completamente in solitaria, senza alcuna forma di supporto. Un viaggio estremo e un’esperienza unica “attraverso le terre dove è nato l’amore tra me e l’Artico”.

Omar di Felice – foto Luigi Sestili @6stili #6stili

Perché quello tra Omar e l’Artico è un amore vero, che ancora prima di sbocciare sul ghiaccio battuto dalle ruote della sua bicicletta, vagheggiava nei sogni di Omar bambino. Tempo fa in un’intervista dichiarò: “L’Artico mi ha affascinato sin da ragazzino. L’ho scoperto con un primo viaggio in Islanda nel 2008, ovviamente in inverno! Ricordo l’atterraggio il giorno di Natale, in un clima da Polo Nord: bufera di neve e visibilità zero. Da quel giorno è stato amore a prima vista e mi sono promesso che un giorno avrei preso la mia bici e avrei provato a solcare quelle terre semplicemente pedalando”.

Detto fatto. Numerose sono le pedalate artiche di Omar di Felice. Ma quella che sta per compiere è la più estrema. Lunghezza totale mille e cento chilometri. Totalmente solo e senza alcun supporto. Un’impresa nata quasi per caso. “Durante le vacanze di Natale, mentre mi rilassavo pensando al 2019 ormai alle porte, ho iniziato a pensare a come poter spendere l’inverno”, spiega di Felice. “A fine febbraio affronterò una durissima avventura in Alaska, così ho pensato a come impostare l’allenamento per le condizioni meteo e stradali che troverò lassù e, complice anche il clima tutto sommato ancora abbastanza mite nelle nostre regioni, il passo verso Capo Nord è stato breve”. 

Omar di Felice – foto Luigi Sestili @6stili #6stili

Il programma è di quelli tosti: pedalerà non meno di 10-12 ore ogni giorno, e dormirà dove capita, lungo la strada. Conta di trovare ospitalità in guest house o stazioni di servizio dei piccoli villaggi che attraverserà. Del resto a lui l’Artico non fa paura, e nemmeno il suo clima. “La sfida di riuscire a pedalare in condizioni non del tutto usuali è qualcosa che mi affascina e che mi spinge a ricercare questo tipo di climi”, afferma. E aggiunge: “Il resto lo fanno la natura ed i paesaggi incontaminati: il silenzio del nulla artico è qualcosa di veramente unico e indescrivibile. Viverlo è un’esperienza che ho il privilegio di poter raccontare”. Certo le difficoltà non sono cosa da poco. La temperatura può scendere fino a meno 25, e tenere l’equilibrio è già di per sé un’impresa. Ma l’atteggiamento positivo che caratterizza Omar rende tutto più fattibile.

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