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Gorilla tracking nella nebbia

Ci si muove lenti lungo un sentiero dalla moderata pendenza ma scivoloso, dipanandosi nella nebbiolina che avvolge tutta la foresta a 2000 metri di quota, con flebili raggi di sole…

Ci si muove lenti lungo un sentiero dalla moderata pendenza ma scivoloso, dipanandosi nella nebbiolina che avvolge tutta la foresta a 2000 metri di quota, con flebili raggi di sole che filtrano tra il denso fogliame a ricordarci che l’alba è ormai giunta. Per addentrarsi nel parco di Bwindi in Uganda è necessario partire dall’ultimo centro civilizzato di Kisoro in piena notte, percorrendo un paio di ore tra tortuose strade sterrate di montagna, stipati in scomodi fuoristrada arrivando ancora avvolti dal buio al gate dove si tengono i briefing per i visitatori. Il parco è soprannominato “foresta impenetrabile” e impenetrabile lo sarebbe davvero senza l’ausilio dei Rangers che ci guidano aprendosi un percorso  nella vegetazione di imponenti alberi di mogano e fitti bambù, armati di AK come difesa contro gli animali potenzialmente aggressivi perché colti di sorpresa dal nostro arrivo,  ma necessario deterrente anche per le formazioni paramilitari ribelli che talvolta sconfinano dal vicino Congo con intenzioni ben poco amichevoli, come testimoniato dall’eccidio di un gruppo di guide e turisti nel 1999.Il cammino lungo il sentiero appare inizialmente non così impegnativo per chi possiede un minimo allenamento, ma nel momento in cui ci si illude che l’esplorazione avventurosa dei monti Virunga sia solo un retaggio del passato il ranger comincia ad aprire con il panga un nuovo tracciato nel fitto della vegetazione, calandosi lungo una ripida discesa. E’ necessario aggrapparsi ai rami sporgente di qualsiasi albero per evitare rovinose cadute, evitando di toccare però la corteccia della snella Hagenia abyssinica, che tenderebbe a sgretolarsi benché sia molto spessa: facile riconoscerla grazie alle sue foglie di 40cm e ai suoi fiori dalle sfumature di arancio da cui i locali ricavano da sempre un potente antielmintico.

Il timore più grande è di scivolare fuori dal percorso già battuto dalle guide, mettendo il piede dove non si dovrebbe: la maggior parte dei serpenti ha già percepito le vibrazioni sul terreno che annunciano il nostro arrivo e si è defilata per tempo, ma ci vuole altro per far smuovere dal suo torpore la temibile vipera del Gabon (Bitis gabonica). La sua stazza tozza e le dimensioni ragguardevoli la costringono a movimenti lenti, ma di contro è forte del vantaggio tattico dato dalle sue zanne da 5 cm armate di veleno misto citotossico/emotossico , il tutto racchiuso in un manto perfettamente mimetizzabile nella vegetazione, composto da disegni di sorprendete regolarità geometrica che le fanno giustamente meritare l’appellativo di morte vestita a festa.

Con il procedere della giornata comincia a farsi opprimente il caldo, veicolato non tanto da un sole che rimane seminascosto dietro un ombrello verde chiaramente impenetrabile, quanto piuttosto dalle foglie fradice, dai tronchi degli alberi, dal viscido humus che imprigiona ogni passo e che genera una cappa di umidità che satura ogni respiro. Inevitabilmente lungo il percorso si finisce grondanti di sudore, ricoperti di fango e foglie, azzoppati dal fiatone, assetati e martoriati dai graffi delle spine che si insinuano anche nel profondo dei guanti, come pure dalle voraci formiche che riescono a superare la barriera di ghette e calzettoni. I Rangers seguono le indicazioni via radio dai loro colleghi tracciatori, fino ad arrivare in una radura dove, dopo aver ordinato di fare assoluto silenzio e di deporre zaini e abbigliamento dai colori troppo sgargianti, indicano l’obbiettivo del nostro faticoso peregrinare nella foresta impenetrabile: a pochi metri si svela tranquillo nell’ombra un gruppo familiare di maestosi Gorilla di montagna (Gorilla b. beringei). Lo stupore anche dell’animo più imperturbabile viene immancabilmente soppiantato dalla commozione, trovandosi al cospetto di questi mammiferi che con noi probabilmente condividono non solo il 98% del patrimonio genetico, ma anche una larga parte di emozioni che traspaiono silenziose dai loro occhi dall’umana lucidità.

Sembra di trovarsi catapultati in un mondo irreale che improvvisamente diventa silenzioso, privato dei rumori della foresta, con i sensi che vengono catalizzati solo dai rumori di rami spezzati da queste sagome imponenti, dal pelame scuro ma lucente nel suo riflesso azzurrognolo, dai loro movimenti lenti che , anche quando si alzano improvvisamente per battersi il petto sulle gambe corte e leggermente storte, riescono a incutere un attimo di terrore che però sa tanto di bluff. Gli individui adulti, progressivamente abituati alla presenza umana, sono infatti tendenzialmente miti, e continuano indisturbati a sgranocchiare foglie sotto lo sguardo vigile del maschio dominante silverback dalla schiena argentea, quasi indifferenti totalmente alla nostra presenza nonostante ci si trovi a stretto contatto.  I piccoli non nascondono invece il loro interesse verso i visitatori alieni, provando ad avvicinarsi senza timore con quella innocente curiosità propria solo dei bambini, per poi venire tenuti a debita distanza dai Rangers. Siamo di fronte al gruppo familiare composto da 6 elementi denominato Bweza, uno dei cinque visitabili nel parco, oltre ai tre a disposizione solo di studiosi naturalisti e al paio ancora completamente libero e mai approcciato.

I visitatori ammessi alla visita dei gorilla sono limitati a poche migliaia durante l’anno con lunghe liste d’attesa per limitare l’ingresso, e possono rimanere a contatto con gli animali per meno di una sola ora, con accesso interdetto a chiunque sia affetto anche da un banale raffreddore, che per i grandi mammiferi potrebbe però risultare fatale. Sono misure che cercano di preservare un ecosistema già da troppo tempo martoriato dai conflitti tra le varie etnie o dai risaputi fenomeni di bracconaggio a scopo alimentare, rituale o commerciale che ha abbattuto la popolazione delle varie specie di gorilla a poche centinaia in tutta l’Africa, come pure dalla deforestazione orientata alla creazione di aree più agevolmente coltivabili con bananeti. Per vivere questa esperienza toccante incontrando i giganti buoni e tolleranti la levataccia mattutina, la fatica, i rischi e la camminata in condizioni ambientali difficili sono un  necessario prezzo da pagare…oltre al costoso biglietto d’accesso al gorilla trek che supera ormai i 600usd/pax e che si spera venga effettivamente utilizzato dall’ente parchi ugandese per la conservazione di questi primati, meravigliosi ma indifesi prigionieri nel loro fragile areale sconvolto da sempre dalle guerre e dall’avidità degli umani.

 

Di Riccardo Gallino

Guida  Africa Field Guide Association n. 281

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