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Tag: survival

La This Is Vertical Race torna in Alta Valle Seriana

Per il secondo anno consecutivo a Valgoglio si terrà la gara più proibitiva delle Orobie. Sui monti dell’Alta Valle Seriana, in provincia di Bergamo, stanno cominciando i preparativi per l’evento…

Per il secondo anno consecutivo a Valgoglio si terrà la gara più proibitiva delle Orobie.

Sui monti dell’Alta Valle Seriana, in provincia di Bergamo, stanno cominciando i preparativi per l’evento che si svolgerà il prossimo 13 ottobre. È una corsa riservata a chi non soffre di vertigini, dato che la This Is Vertical Race è la gara verticale con le pendenze più proibitive delle Orobie.

Mille metri di dislivello condensati in soli 1.800 metri di sviluppo metteranno a dura prova i più forti grimpeur del panorama nazionale. A Valgoglio si contenderanno il titolo della Federazione italiana di skyrunning, che ha designato la competizione bergamasca quale prova unica di campionato italiano della specialità vertical kilometer per le categorie dalla Youth alla +65.

“Il percorso, da veri gourmet dell’only-up, resta confermatissimo – spiega Manuel Negroni, a capo del comitato organizzatore -. Dalla centrale Enel di Aviasco, poco sopra l’abitato di Valgoglio, si inerpica la traccia – ben segnalata – che sale per mille metri di dislivello fino a quota 1980 m slm del crinale, altamente panoramico, che divide la famosa Val Sanguigno dalla altrettanto conosciuta (in ambito escursionistico) zona dei laghi”.

Ad aggiudicarsi il podio lo scorso anno furono i trentini Patrick Facchini ed Elena Nicolini, ambedue portacolori del team La Sportiva, rispettivamente fermando le lancette sul tempo di 34’22” e 46’42”. I primati cronometrici della This Is Vertical Race appartengono invece a Marco Moletto – 33’18” – e Beatrice Deflorian – 41’56” – .

Gli scalatori puri, gli skyrunner che accorciano le distanze a fine stagione, gli scialpinisti pronti per la neve… tutte categorie di atleti che debbono evidenziare in agenda la data della cronoscalata. Domenica 13 ottobre, This Is Vertical Race, Valgoglio, Bergamo. Save the date. A proposito, le iscrizioni apriranno il 1 luglio sul portale picosport.net

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Professionalità e impegno: l’operato dei Rangers della Conservazione

Nel 2007 poche persone al mondo erano a conoscenza del traffico di animali, o parte di essi, e delle ramificazioni sociali, economiche e culturali di questo fenomeno; un’educazione scientifica ed…

Nel 2007 poche persone al mondo erano a conoscenza del traffico di animali, o parte di essi, e delle ramificazioni sociali, economiche e culturali di questo fenomeno; un’educazione scientifica ed una Forma Mentis militare mi hanno permesso di comprendere da subito la complessità dell’argomento e l’importanza per il futuro dell’umanità di preservare la Biodiversità del nostro pianeta: una grande passione per la natura ha innescato la voglia di contribuire concretamente.

La prima lezione appresa da Ranger volontario in Africa fu che le capacità acquisite nell’esercito prima, e come Security Contractor in Medio Oriente più tardi, non erano minimamente adeguate a fronteggiare un contesto tanto differente e così specifico. Così, con la guida di istruttori sudafricani di grande esperienza, ripartii umilmente da zero, riadattando le procedure conosciute ed imparandone di nuove nell’ottica di operazioni antibracconaggio condotte in ambienti a rischio e spesso prive di supporto esterno: il Tracking umano, il comportamento animale, la biologia della conservazione, la medicina remota (incluse le patologie endemiche) sono tutti aspetti importanti per operare in modo sicuro, efficiente e professionale.

Ci vollero anni prima di aver acquisito padronanza di tutti gli strumenti e quindi di poter trasmettere le mie conoscenze ed esperienze ad altri: ritengo infatti che un Conservation Ranger comprenda l’ambiente come un guardiaparco, sia dotato del pragmatismo di un operatore della sicurezza privata, abbia la mentalità di un soldato ed infine la flessibilità di un poliziotto. Le mie esperienze personali da istruttore confermano il rapporto WWF del 2018: “Circa il 40% dei Rangers al mondo ritengono che l’addestramento ricevuto sia obsoleto ed inadeguato per prepararli alla realtà del loro lavoro”. Insegnare procedure inefficienti e sorpassate mette a rischio la vita dei Rangers: occorre un training professionale per combattere i trafficanti e le organizzazioni criminali e terroristiche che li supportano. Abbiamo infatti notato che, spesso per motivi economici, i Rangers sono addestrati da “istruttori” non professionali, ovvero che svolgono attività totalmente diverse nella vita, con conoscenze spesso sorpassate nonché privi di reale esperienza sul campo: per questo motivo Conservation Rangers Operations Worldwide supporta gratuitamente parchi nazionali e privati con l’invio di volontari specializzati, ricercatori, materiali ed istruttori professionisti.

Il training svolto da C.R.O.W. ha due principali finalità:

La selezione del personale e l’insegnamento della professione ai nuovi Rangers e la specializzazione o aggiornamento di procedure mediche, tattiche (armate o disarmate) e di supporto (quali ad esempio il Tracking) per le APU (AntiPoaching Units) che hanno già esperienza. In entrambi i casi è necessario focalizzarsi su SOPs (Procedure Operative Standard) testate e specificatamente studiate alle esigenze del singolo parco, nonché sulle condizioni delle comunità locali: adattamento, creatività ed esperienza sono indispensabili per fornire soluzioni concrete ai parchi che si affidano a noi.

Una giornata tipica di addestramento inizia alle sei di mattina, con risveglio muscolare seguito dalle lezioni del giorno fino alle diciotto: sfruttare le ore di luce, salvo durante gli addestramenti per operazioni notturne, ed evitare attività pesanti nelle ore più calde per scongiurare colpi di calore, disidratazione e perdita di attenzione, sono accorgimenti importanti per la buona riuscita del corso. Il nostro è un lavoro duro, ripetitivo, privo del dovuto appoggio politico e contro organizzazioni criminali spesso molto potenti…ma i paradisi terrestri che abbiamo visto, le persone incredibili che abbiamo conosciuto e la vita piena di significato e di avventura che abbiamo vissuto sono sufficienti a ripagarci di ogni sacrificio. Nulla tocca l’anima più del combattere una guerra giusta, e la nostra è una delle pochissime.

A cura di Andy Martin (Conservation Rangers Operations Worldwide Executive Director e Istruttore e Kyt Walken, Ranger Certificato C.R.O.W.)

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Gorilla tracking nella nebbia

Ci si muove lenti lungo un sentiero dalla moderata pendenza ma scivoloso, dipanandosi nella nebbiolina che avvolge tutta la foresta a 2000 metri di quota, con flebili raggi di sole…

Ci si muove lenti lungo un sentiero dalla moderata pendenza ma scivoloso, dipanandosi nella nebbiolina che avvolge tutta la foresta a 2000 metri di quota, con flebili raggi di sole che filtrano tra il denso fogliame a ricordarci che l’alba è ormai giunta. Per addentrarsi nel parco di Bwindi in Uganda è necessario partire dall’ultimo centro civilizzato di Kisoro in piena notte, percorrendo un paio di ore tra tortuose strade sterrate di montagna, stipati in scomodi fuoristrada arrivando ancora avvolti dal buio al gate dove si tengono i briefing per i visitatori. Il parco è soprannominato “foresta impenetrabile” e impenetrabile lo sarebbe davvero senza l’ausilio dei Rangers che ci guidano aprendosi un percorso  nella vegetazione di imponenti alberi di mogano e fitti bambù, armati di AK come difesa contro gli animali potenzialmente aggressivi perché colti di sorpresa dal nostro arrivo,  ma necessario deterrente anche per le formazioni paramilitari ribelli che talvolta sconfinano dal vicino Congo con intenzioni ben poco amichevoli, come testimoniato dall’eccidio di un gruppo di guide e turisti nel 1999.Il cammino lungo il sentiero appare inizialmente non così impegnativo per chi possiede un minimo allenamento, ma nel momento in cui ci si illude che l’esplorazione avventurosa dei monti Virunga sia solo un retaggio del passato il ranger comincia ad aprire con il panga un nuovo tracciato nel fitto della vegetazione, calandosi lungo una ripida discesa. E’ necessario aggrapparsi ai rami sporgente di qualsiasi albero per evitare rovinose cadute, evitando di toccare però la corteccia della snella Hagenia abyssinica, che tenderebbe a sgretolarsi benché sia molto spessa: facile riconoscerla grazie alle sue foglie di 40cm e ai suoi fiori dalle sfumature di arancio da cui i locali ricavano da sempre un potente antielmintico.

Il timore più grande è di scivolare fuori dal percorso già battuto dalle guide, mettendo il piede dove non si dovrebbe: la maggior parte dei serpenti ha già percepito le vibrazioni sul terreno che annunciano il nostro arrivo e si è defilata per tempo, ma ci vuole altro per far smuovere dal suo torpore la temibile vipera del Gabon (Bitis gabonica). La sua stazza tozza e le dimensioni ragguardevoli la costringono a movimenti lenti, ma di contro è forte del vantaggio tattico dato dalle sue zanne da 5 cm armate di veleno misto citotossico/emotossico , il tutto racchiuso in un manto perfettamente mimetizzabile nella vegetazione, composto da disegni di sorprendete regolarità geometrica che le fanno giustamente meritare l’appellativo di morte vestita a festa.

Con il procedere della giornata comincia a farsi opprimente il caldo, veicolato non tanto da un sole che rimane seminascosto dietro un ombrello verde chiaramente impenetrabile, quanto piuttosto dalle foglie fradice, dai tronchi degli alberi, dal viscido humus che imprigiona ogni passo e che genera una cappa di umidità che satura ogni respiro. Inevitabilmente lungo il percorso si finisce grondanti di sudore, ricoperti di fango e foglie, azzoppati dal fiatone, assetati e martoriati dai graffi delle spine che si insinuano anche nel profondo dei guanti, come pure dalle voraci formiche che riescono a superare la barriera di ghette e calzettoni. I Rangers seguono le indicazioni via radio dai loro colleghi tracciatori, fino ad arrivare in una radura dove, dopo aver ordinato di fare assoluto silenzio e di deporre zaini e abbigliamento dai colori troppo sgargianti, indicano l’obbiettivo del nostro faticoso peregrinare nella foresta impenetrabile: a pochi metri si svela tranquillo nell’ombra un gruppo familiare di maestosi Gorilla di montagna (Gorilla b. beringei). Lo stupore anche dell’animo più imperturbabile viene immancabilmente soppiantato dalla commozione, trovandosi al cospetto di questi mammiferi che con noi probabilmente condividono non solo il 98% del patrimonio genetico, ma anche una larga parte di emozioni che traspaiono silenziose dai loro occhi dall’umana lucidità.

Sembra di trovarsi catapultati in un mondo irreale che improvvisamente diventa silenzioso, privato dei rumori della foresta, con i sensi che vengono catalizzati solo dai rumori di rami spezzati da queste sagome imponenti, dal pelame scuro ma lucente nel suo riflesso azzurrognolo, dai loro movimenti lenti che , anche quando si alzano improvvisamente per battersi il petto sulle gambe corte e leggermente storte, riescono a incutere un attimo di terrore che però sa tanto di bluff. Gli individui adulti, progressivamente abituati alla presenza umana, sono infatti tendenzialmente miti, e continuano indisturbati a sgranocchiare foglie sotto lo sguardo vigile del maschio dominante silverback dalla schiena argentea, quasi indifferenti totalmente alla nostra presenza nonostante ci si trovi a stretto contatto.  I piccoli non nascondono invece il loro interesse verso i visitatori alieni, provando ad avvicinarsi senza timore con quella innocente curiosità propria solo dei bambini, per poi venire tenuti a debita distanza dai Rangers. Siamo di fronte al gruppo familiare composto da 6 elementi denominato Bweza, uno dei cinque visitabili nel parco, oltre ai tre a disposizione solo di studiosi naturalisti e al paio ancora completamente libero e mai approcciato.

I visitatori ammessi alla visita dei gorilla sono limitati a poche migliaia durante l’anno con lunghe liste d’attesa per limitare l’ingresso, e possono rimanere a contatto con gli animali per meno di una sola ora, con accesso interdetto a chiunque sia affetto anche da un banale raffreddore, che per i grandi mammiferi potrebbe però risultare fatale. Sono misure che cercano di preservare un ecosistema già da troppo tempo martoriato dai conflitti tra le varie etnie o dai risaputi fenomeni di bracconaggio a scopo alimentare, rituale o commerciale che ha abbattuto la popolazione delle varie specie di gorilla a poche centinaia in tutta l’Africa, come pure dalla deforestazione orientata alla creazione di aree più agevolmente coltivabili con bananeti. Per vivere questa esperienza toccante incontrando i giganti buoni e tolleranti la levataccia mattutina, la fatica, i rischi e la camminata in condizioni ambientali difficili sono un  necessario prezzo da pagare…oltre al costoso biglietto d’accesso al gorilla trek che supera ormai i 600usd/pax e che si spera venga effettivamente utilizzato dall’ente parchi ugandese per la conservazione di questi primati, meravigliosi ma indifesi prigionieri nel loro fragile areale sconvolto da sempre dalle guerre e dall’avidità degli umani.

 

Di Riccardo Gallino

Guida  Africa Field Guide Association n. 281

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Una bomba chiamata permafrost

Lo scioglimento del terreno perennemente ghiacciato rappresenta un pericolo enorme per la sopravvivenza. Più volte noi di Survival & Reporter abbiamo parlato del permafrost e di cosa comporta il suo…

Lo scioglimento del terreno perennemente ghiacciato rappresenta un pericolo enorme per la sopravvivenza.

Più volte noi di Survival & Reporter abbiamo parlato del permafrost e di cosa comporta il suo sempre più rapido scioglimento. Qualche giorno fa ha fatto il giro della rete la foto di alcuni cani da slitta che corrono sull’acqua. Un’immagine che è diventata il simbolo dei cambiamenti climatici e dello scioglimento accelerato dello strato di neve in atto nel Nord-Est della Groenlandia.

Ebbene, recenti studi hanno dimostrato che questo scioglimento procede a un ritmo molto più serrato rispetto a quanto finora previsto. E gli scienziati di una spedizione canadese nell’Artico hanno scoperto che il ghiaccio perenne si scioglierà con 70 anni di anticipo. Il team dell’University of Alaska Fairbanks ha dichiarato di essere esterrefatto dal ritmo con il quale una serie di estati calde ha destabilizzato lo strato superiore dei blocchi di ghiaccio sotterranei che si sono solidificati nel corso dei millenni.

Lo scioglimento del permafrost, oltre a portare con sé ondate di calore come quella che sta attraversando in questi giorni l’Italia, rappresenta un pericolo anche sotto molti altri aspetti. Il disgelo, infatti, potrebbe liberare nell’aria virus sconosciuti. Dopotutto è cosa nota che con lo scioglimento del permafrost sono stati riportati alla luce resti di mammut, o di altri animali che vivevano nel Pleistocene.

Una bomba pronta a esplodere

Ed è proprio a quel periodo della Preistoria che risalgono antichi veleni di fossili che giacciono sotto al permafrost, insieme a milioni di tonnellate di sostanze tossiche e inquinanti. Si stima infatti che sotto al ghiaccio perenne siano contenute in totale circa 1.500 miliardi di tonnellate di carbonio, il triplo di quanto conservato nelle foreste di tutto il mondo. Due volte di più rispetto a quello contenuto nell’atmosfera. Insomma, una vera e propria bomba pronta a essere rilasciata nell’ambiente.

Oltre al carbonio il ghiaccio che si scioglie porta alla luce anche ingenti quantità di microplastiche. Si stima il doppio rispetto a quelle contenute in tutti gli oceani del mondo. Inoltre verrebbero liberate anche oltre a 1,6 milioni di tonnellate di mercurio che entreranno nuovamente nella catena alimentare.

 

 

 

 

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Mille triatleti alla Oakley TriO di Sirmione

Luca Facchinetti e Giorgia Priarone si aggiudicano la seconda tappa del circuito Volkswagen TriO Series. Ancora una volta è stato il fascino del Castello Scaligero e del lungolago gardesano al…

Luca Facchinetti e Giorgia Priarone si aggiudicano la seconda tappa del circuito Volkswagen TriO Series.

Ancora una volta è stato il fascino del Castello Scaligero e del lungolago gardesano al tramonto a fare da perfetto sfondo alla finish line dei 1.000 triatleti impegnati nell’Olimpico Silver di Oakley TriO Sirmione, seconda tappa del circuito Volkswagen TriO Series, organizzato da TriO Events e Volkswagen.

Nonostante le condizioni meteo incerte fino alla partenza, che hanno portato al cambio di tracciato per la frazione di nuoto, la competizione ha potuto contare su un clima ideale e ha visto grande protagonista il 707 Triathlon Team. Per la squadra, gradino più alto del podio maschile e femminile con le ottime prestazioni del romagnolo Luca Facchinetti (1h45’06’’) e della piemontese Giorgia Priarone (1h59’52’’), al suo primo olimpico. “Dopo un buon avvio di stagione sin da maggio – ha dichiarato il vincitore Luca Facchinetti – ho vissuto alcune settimane difficili a causa di un black out fisico. È un percorso in salita ma sono pronto per affrontare in Olanda la Coppa Europa. L’obiettivo è rientrare nel circuito mondiale”.

Gli fa eco la vincitrice Giorgia Priarone: “Sono riuscita a condurre la competizione in solitaria perché in bici mi sentivo davvero bene, volevo provare a fare 40 km a cronometro per poi tirare il più possibile nella frazione di corsa. L’obiettivo era testare la mia condizione visto che è il mio primo olimpico”.

Il percorso dell’Olimpico Silver

Causa condizioni meteo, cambio di percorso nella frazione di nuoto (1.5km), con lo spostamento della star line su Piazzale Porto. I triatleti hanno affrontato il nuovo tracciato, definito da quattro boe, interamente nella darsena per poi, usciti dall’acqua, raggiungere la T1 sul Lungolago Diaz. Recuperate le bici, al via la frazione di ciclismo (40km) che, dopo un primo tratto di 4 km, li ha portati a lasciare il centro di Sirmione per raggiungere in 8 km l’entroterra gardesano. Da Pozzolengo è partito un anello di 15 km che, lambendo Monzambano, si è nuovamente ricollegato a Pozzolengo, sul tratto iniziale. Al rientro a Colombare di Sirmione la zona cambio T2, in via Montello, da cui è partita la frazione di corsa (10km) con un avvicinamento di 5 km verso l’arrivo presso il centro di Sirmione. Sul finale i partecipanti sono stati impegnati in un percorso multilap, da effettuare 2 volte, fino alla finish line su Piazzale Porto.

Anche Oakley TriO Sirmione plastic free

Grazie alla sinergia tra TriO Events e Culligan grande attenzione al territorio. Anche a Sirmione bandita la plastica con la fornitura da parte dell’azienda di acqua potabile, prelevata dalla rete acquedottistica, e trattata dai suoi impianti Aquabar con bicchieri di cellulosa riciclabili al 100%. Materiali biodegradabili anche al pasta party a conclusione dell’evento.

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Le iene dell’Artico

Recenti studi su due fossili dimostrano che nel Pleistocene le iene vivevano nell’Artico Siamo abituati a pensare che l’habitat delle iene siano le calde e aride zone di Asia e…

Recenti studi su due fossili dimostrano che nel Pleistocene le iene vivevano nell’Artico

Siamo abituati a pensare che l’habitat delle iene siano le calde e aride zone di Asia e Africa. E in effetti oggi è così. Ma c’è stato un tempo in cui, nell’ultima Era glaciale, questi mammiferi vivevano indisturbati anche tra le steppe e la tundra dell’Artico. Degli studi condotti su due denti rinvenuti nello Yukon, in Canada, negli anni ’70 hanno confermato che nell’antichità le iene vivevano nelle zone più fredde del mondo.

Si tratta di un mistero lungo 50 anni, sul quale oggi si è fatta luce. I ricercatori dell’Università di Buffalo, hanno pubblicato le loro ultime analisi sulla rivista Open Quaternary, e hanno affermato che quei fossili di denti risalgono a un periodo compreso tra 1,4 milioni e 850.000 anni fa e appartengono a un genere ormai estinto, quello della iena-ghepardo (Chasmaporthetes).

Le caratteristiche delle iene Chasmaporthetes

Questa iena-ghepardo era dotata di zampe ben più lunghe rispetto alle iene attuali, ed era probabilmente un corridore più veloce e un predatore meglio capace di inseguire le prede, prosegue lo studioso. Pare inoltre che avesse una pelliccia folta simile a quella dei mammut o dei rinoceronti lanosi, il cui colore cambiava in base alle stagioni, proprio come succede oggi alle lepri e alle volpi artiche. Oltre a cibarsi dei cadaveri di altri animali e a frantumare le ossa servendosi dei suoi potenti denti e delle sue forti mascelle, è possibile che questa iena cacciasse gli animali artici, fra cui caribù, cavalli e forse persino anche mammut.

Dall’Eurasia al Nord America attraverso lo stretto di Bering

“Fossili di questo genere di iena sono stati trovati in Africa, Europa e Asia, perfino nel sud degli Stati Uniti: ma come è arrivata in nord America?”, si chiede il paleontologo Jack Tseng. La risposta arriva ancora una volta dagli esami sui fossili. Queste antiche iene si spostarono dall’Eurasia, territorio in cui si sono evolute, al Nord America attraverso un ponte di terra sullo stretto di Bering, un lembo di terra che ha collegato l’Asia e l’America del nord durante le ere glaciali, quando il livello dei mari era più basso. Quelle iene erano in grado di percorrere questo tragitto in una zona così settentrionale, nonostante il clima rigido. Da lì, le iene si sarebbero poi spostate verso sud, fino ad arrivare in Messico.

 

 

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A 10 anni conquista El Capitan ed entra nella storia

Selah Schneiter è la persona più giovane ad aver mai conquistato la vetta di El Capitan È uno dei monoliti più temuti dagli scalatori più esperti, per via dei ripidi strapiombi…

Selah Schneiter è la persona più giovane ad aver mai conquistato la vetta di El Capitan

È uno dei monoliti più temuti dagli scalatori più esperti, per via dei ripidi strapiombi delle sue pareti. Così non è stato per Selah Schneiter. Questa ragazzina di soli 10 anni è riuscita ad arrivare in cima ai 950 metri di El Capitan scalando The Nose, la sua via più famosa.

Un’impresa eccezionale, che di diritto fa entrare Selah nella storia del climbing. Altri ragazzini in passato sono riusciti ad arrivare in cima, ma nessuno era giovane come lei. Nel 2001 Scott Cory, allora 11enne, scalò The Nose due volte. Nello stesso anno, anche Tori Allen, 13 anni, salì la via. E alla fine dello scorso anno, la via è stata scalata in libera da Connor Herson, 15 anni.

Selah ha effettuato la scalata con il  padre Mike Schneiter (esperto scalatore) e l’amico Mark Regier, in un tentativo che li ha tenuti impegnati sulla parete per cinque giorni. Per la famiglia Schneiter l’arrampicata è parte della loro vita. Furono proprio le ripide pareti di granito di El Capitan che fecero innamorare i genitori di Selah, 15 anni orsono. E la piccola ha cominciato a frequentare la valle di Yosemite quando aveva solo otto settimane di vita. A sette anni saliva già vie di cinque tiri.

Per prepararsi alla salita di The Nose Selah ha dovuto imparare manovre di corda, come fare pendoli e adattarsi alla vita in portaledge e non si pensi che abbia fatto solo il passeggero. La Schneiter infatti ha salito da prima la partenza (Pine Line, una piccola variante dell’attacco originale, il punto di passaggio dal Texas Flake al Boot Flake ed il tratto finale dall’albero alla cima.

“È stata la prima volta che ho pianto di felicità”, ha detto la bambina, che ha una volta ridiscesa ha voluto festeggiare con una pizza. “Non riesco a credere che ce l’ho fatta. Il nostro motto era ‘Come si mangia un elefante? A piccoli morsi’”. Selah adesso pensa di convincere il fratellino, che ha 7 anni, a emulare la sua scalata. 

 

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Un’italiana trionfa nella gara mtb più dura al mondo

Mara Fumagalli è la vincitrice della Bmw Hero Südtirol Dolomites Sabato 15 giugno oltre 4mila partecipanti provenienti da 41 Paesi si sono dati appuntamento a Selva di Val Gardena, per…

Mara Fumagalli è la vincitrice della Bmw Hero Südtirol Dolomites

Sabato 15 giugno oltre 4mila partecipanti provenienti da 41 Paesi si sono dati appuntamento a Selva di Val Gardena, per correre la decima edizione della Bmw Hero Südtirol Dolomites. La gara di mountain bike è nota per essere la più dura e spettacolare al mondo. Molti gli atleti di calibro mondiale, e molti gli amatori. Due, come di consueto, i tracciati: 86 e 60 chilometri, tutti attorno al gruppo del Sella.

Nell’albo d’oro della decima edizione di Bmw Hero Südtirol Dolomites sono entrati i nomi di Hector Leonardo Paez Leon (per la sesta volta) e di Mara Fumagalli che hanno conquistato il successo rispettivamente nei due tracciati. Anche le donne erano assai rappresentate nella competizione, essendo ben 219, pari al 5% del totale dei partecipanti. Una percentuale non da poco, vista la durezza della prova.

Paez Leon trionfa per la sesta volta

Paez, del team Giant Polimedical, ha dominato la classifica maschile della categoria Elite, chiudendo il lungo e massacrante tracciato, con i passi Gardena, Campolongo, Pordoi e Duron da valicare per un totale di 4.500 metri di dislivello, con il tempo di 4:30.52. “Non volevo una fuga solitaria – ha commentato Paez dopo la vittoria – ma il terreno era scivoloso e gli avversari, in un certo punto in salita, hanno fatto un’altra traiettoria: da lì ho guadagnato qualche metro e ho tenuto, visto che gli altri si staccavano e così sono andato via da solo”.

Hero anche per le donne

La Bmw Hero Südtirol Dolomites è iscritta nel calendario internazionale della Uci Marathon Series, pertanto le donne Elite hanno gareggiato nel percorso di 60 chilometri con 3.200 metri di dislivello che ha visto il successo di Mara Fumagalli, portacolori della squadra A.s.d. Evolution Team, che ha concluso in 3:54.15. Queste le prima parole di Fumagalli: “Ci tenevo tantissimo a vincere la Hero in maglia tricolore e finalmente ce l’ho fatta: per me è una grandissima vittoria e vale quasi come un mondiale. Rispetto allo scorso anno ho avuto molta più motivazione e sono arrivata ben preparata, la volevo vincere a tutti costi”.

2020: edizione mondiale

Ma alla Bmw Hero Südtirol Dolomites stanno già lavorando all’edizione 2020, he ha in serbo grosse novità. La gara si allarga e diventa Hero World Series, con due appuntamenti di tutto rispetto. Dal 6 all’8 febbraio è in programma Dubai Hero, nella riserva di Hatta che punta a diventare meta d’eccellenza dell’ecoturismo. E poi la Thailandia, Chang Rai per la precisione. Qui dall’8 al 10 ottobre i biker pedaleranno la propria maratona nella foresta pluviale. A Selva di Val Gardena l’appuntamento è per il 20 giugno 2020. Per tutte le gare l’obiettivo è unico: diventare Hero.

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Sulle orme di Sandokan con il Salgari Wild Trail

Al via la seconda edizione dell’imperdibile appuntamento per gli appassionati di running eco dinamico. Un po’ survivalismo sportivo, un po’ orienteering, un po’ running, un po’ percorso a ostacoli. Il…

Al via la seconda edizione dell’imperdibile appuntamento per gli appassionati di running eco dinamico.

Un po’ survivalismo sportivo, un po’ orienteering, un po’ running, un po’ percorso a ostacoli. Il Salgari Wild Trail è tutte queste cose messe insieme. E forse anche qualcosa in più, perchè butta un occhio all’ecologia e al rispetto dell’ambiente. La seconda edizione della manifestazione si svolgerà domenica 23 giugno a Torino. Si tratta di una manifestazione dedicata a tutti gli appassionati di escursionismo e sport di avventura, che ripercorre i luoghi della collina torinese che hanno ispirato il celebre scrittore Emilio Salgari.

Il Salgari Wild Trail è una corsa sui sentieri selvaggi, un running non agonistico su tracciato boschivo che si snoda dalla riva del Po (215 mt) al Colle della Maddalena (715 mt). In tutto 10 chilometri di itinerario con 500 metri di dislivello dal punto più basso a quello più alto della città con prove eco-dinamiche di destrezza al “Salgari Campus” in tema “natura-avventura”. Per i primi 5 chilometri verrà attraversato l’intero alveo del Rio di Reaglie che sfocia nel Po in zona Madonna del Pilone a pochi metri dalla vecchia abitazione di Emilio Salgari.

È proprio in questi boschi che Salgari ha tratto l’ispirazione per i suoi romanzi dal sapore avventuroso e quasi esotico. E proprio per rendere omaggio al più prolifico degli scrittori d’avventura che sono esistiti, 30 anni fa è sorto sulla riva sinistra del Rio di Reaglie il “Salgari Campus”, parco di Ecologia Umana visitato ogni anno da migliaia di ragazzi, adulti e sportivi.

Salgari Torino

la locandina della manifestazione

Tante le discipline outdoor

Le pratiche sportive messe in campo dal Salgari Wild Trail riguardano varie discipline Outdoor.  Si va dal trekking al trail-running, passando per lo spartan-racing, il surviving, il canyoning, l’orienteering, il nordic walking. E senza dimenticare lo scouting, il rowing, l’hiking e l’eco-running. Via libera quindi a salite, discese e passaggi su funi e reti, superamento di palizzate, semplici tiri con arco e/o giavellotto, problem solving di orientamento, guadi su tratti anche fangosi, passaggi su attrezzi che richiedono destrezza ed equilibrio. L’evento è realizzato in collaborazione con la FISSS.

 

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Da 24 anni le canoe di cartone si sfidano sul fiume Adda

Al via la Soap Kayak Race a Imbersago Giunge alla sua 24esima edizione la gara di canoe più divertente e strampalata d’Italia: la Soap Kayak Race. Canoe di cartone si…

Al via la Soap Kayak Race a Imbersago

Giunge alla sua 24esima edizione la gara di canoe più divertente e strampalata d’Italia: la Soap Kayak Race. Canoe di cartone si sfideranno sul fiume Adda, per domarne la corrente. Un appuntamento che ormai è diventato una tradizione della seconda domenica di giugno, a Imbersago (Mi). Quest’anno dal traghetto di Leonardo prenderanno il via due sfide: la Soap Kayak Race Classic riservata ai team maggiorenni e la Soap Kayak Race Kids gara con team composti da genitori-figli.

canoe adda imbersago

la Soap Kayak Race

I partecipanti arriveranno dalla Brianza, dalla Bergamasca, da Liguria, Veneto, Piemonte, Toscana, Svizzera e dalla Francia. Uno solo il motto che unisce organizzatori e appassionati della Soap Kayak Race: “L’Arca di Noè è stata costruita da un dilettante, il Titanic è stato costruito da dei professionisti”.

La regata non prevede come di consueto il doppio attraversamento dell’Adda da una sponda all’altra, ma una sorta di gimcana contro corrente lungo la riva lecchese di Imbersago. I canoisti avranno a disposizione solamente 2 ore di tempo per autocostruirsi la canoa utilizzando 7 metri quadrati di cartone e un rotolo di scotch da pacchi. 

canoe adda

la Soap Kayak Race

Oltre 150 gli iscritti

Sono più di 150 i team iscritti alla competizione: ma saranno solo 50 ad avere il diritto di parteciparvi. Il maltempo che nelle ultime settimane non ha dato tregua non ha permesso agli organizzatori di allestire il pontile “catapulta”. L’alto livello dell’acqua, infine, ha fatto la sua parte e per motivi di sicurezza si è deciso di ridurre di 1/3 il numero dei partecipanti alla Soap Kayak Race.

In palio per i più meritevoli c’è un buono Extreme Waves per la discesa in Rafting in Trentino sul Fiume Noce, meta dei campionati del mondo di Canoa. E oltre ai team “vincitori” delle rispettive gare verranno premiati anche i team “mai partiti” (affondati al varo della canoa) e “mai arrivati”. Sono infatti molti quelli che affondano durante il tragitto. Ma il premio più ambito sarà come sempre quello del “miglior naufragio”.

 

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