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Due italiani come Marco Polo. Sulla via della Seta in ebike

Il progetto si chiama Soul Silk: 10.000 chilometri in cento giorni, attraverso 12 stati e 2 continenti Loro si chiamano Yanez e Giacomo. Sono rispettivamente Yanez Borella e Giacomo Meneghello….

Il progetto si chiama Soul Silk: 10.000 chilometri in cento giorni, attraverso 12 stati e 2 continenti

Loro si chiamano Yanez e Giacomo. Sono rispettivamente Yanez Borella e Giacomo Meneghello. Il primo è un maestro di snowboard e ultrarunner, l’altro un fotografo di montagna. Da qualche giorno sono partiti alla volta della Cina con un progetto assai ambizioso chiamato Soul Silk. Ripercorrere la Via della Seta, proprio come fece Marco Polo, ma in sella a un’ebike. In tutto si tratta di percorrere oltre 10mila chilometri, in bicicletta dall’Italia alla Cina, scalando una vetta per ciascuno degli stati eurasiatici che incontreranno utilizzando gli sci d’alpinismo o a piedi a seconda delle circostanze.

italia cina

Giacomo Meneghello on the road

Le vette di cui si parla sono di tutto rispetto. Nel tragitto di Soul Silk, infatti, oltre alla Marmolada ci sono i 5137 metri del Monte Ararat e i 7134 metri del Pic Lenin. Come i due esploratori spiegano sul loro sito, l’obiettivo di questa impresa è quello di “far vedere che si può avere il coraggio di fare qualcosa di straordinario e che si può viaggiare in modo ecosostenibile”.

Insomma, inseguire i propri sogni è possibile, a patto di mettersi in gioco e rischiare un pochino. Nobile, poi, l’altro scopo del progetto. Giacomo e Yanez, infatti, pedalano per supportare l’Admo, l’’associazione per la donazione del midollo osseo, portando una sua bandiera in cima ad ogni montagna che conquistano.

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Borella e Meneghello in vetta con la bandiera dell’ADMO

Per compiere l’incredibile avventura di Soul Silk Borella e Meneghello ritengono siano necessari un centinaio di giorni, durante i quali i due novelli Marco Polo aggiornano il loro diario di bordo mediante i social. A oggi la spedizione è giunta in Georgia, dopo aver attraversato la Croazia e la Turchia. Un po’ in bici, un po’ a piedi e un po’ sugli sci.

Borrella e Meneghello viaggiano con un prototipo di E-bike dotata di carretto con pannello fotovoltaico che li aiuta a ricaricare le batterie. Si tratta di un carretto che pesa 80 kg e che va trascinato per 6-7 ore al giorno, dove viene trasportato tutto il materiale necessario all’impresa.

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A Capo Mannu una sagra dedicata al surf

Appassionati di sport, turisti ‘fuori stagione’, visitatori curiosi: tutti pronti a segnare in calendario l’appuntamento più divertente di Ottobre. La Penisola del Sinis, in particolare la zona di Capo Mannu…

Appassionati di sport, turisti ‘fuori stagione’, visitatori curiosi: tutti pronti a segnare in calendario l’appuntamento più divertente di Ottobre.

La Penisola del Sinis, in particolare la zona di Capo Mannu nel comune di San Vero Milis, provincia di Oristano, si prepara anche quest’anno a celebrare la ‘cultura del mare’ e il connubio tra sport del Surfing e ambiente con la terza edizione de La Sagra del Surf di Capo Mannu.

L’evento è organizzato dal TEAM DE LA SAGRA DEL SURF. Si svolgerà il prossimo 5 e 6 ottobre in una zona della Sardegna magica e affascinante, sulla costa ovest dell’Isola, dove si erge Capo Mannu, il promontorio a picco sul mare considerato dagli amanti del surf come ‘la Mecca del Mar Mediterraneo’.

Quella di quest’anno sarà la terza edizione della sagra, dopo che lo scorso anno i numeri hanno segnato cifre da record: oltre 120 espositori e circa 8mila persone coinvolte in una festa che, come spiegano gli organizzatori è “aperta a tutti, divertente e coinvolgente, in classico stile italiano. Alla Sagra del Surf, poi, si potranno provare le attività sportive più disparate, le proposte turistiche più interessanti, le soluzioni nel rispetto dell’ambiente più innovative.”

Ecco che Capo Mannu anche quest’anno si appresta a diventare un coloratissimo palcoscenico, per mostrare ad appassionati, curiosi e neofiti, il mondo del surf e i tantissimi altri sport che con esso condividono amore per la natura e rispetto per l’ambiente.

Gli appuntamenti

Oltre alle scuole di surf, kite, windsurf, skateboard, SUP, che proporranno come di consueto al pubblico de LA SAGRA prove gratuite ed eventi studiati ad hoc (anche per i più piccoli!), torneranno ad animare il Surf Village anche le tantissime associazioni sportive delle varie discipline (tra cui yoga, ginnastica acrobatica, vela, pattinaggio, bike, parkour, pole dance, running, difesa personale ecc.) con le nuove proposte per il pubblico e le dimostrazioni live degli atleti. E poi tanti reportage di fotografi e artisti che hanno fatto del mare e della sua salvaguardia la principale fonte d’ispirazione.

Insomma, la sagra del Surf è un evento unico in tutta la Sardegna, degno di essere vissuto fino in fondo.

 

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La traversata dell’Atlantico dentro a un barile

A compiere l’impresa il 71enne Jean-Jacques Savin Una sfida durata 100 giorni, ai limiti dell’incredibile, unita al desiderio di dare un contributo alla medicina. Il 71enne Jean-Jacques Savin si è…

A compiere l’impresa il 71enne Jean-Jacques Savin

Una sfida durata 100 giorni, ai limiti dell’incredibile, unita al desiderio di dare un contributo alla medicina. Il 71enne Jean-Jacques Savin si è lasciato trascinare dalle correnti da un capo all’altro dell’Oceano Atlantico dentro a un barile.   

Savin era partito dall’isola di El Hierro, nelle Canarie il 26 dicembre 2018 e nei giorni scorsi è approdato a Fort de France, nella Martinica francese. Ha fatto tutto da solo, a bordo di Tesa, l’imbarcazione che lui stesso si è costruito. Si tratta di una “botte” di metallo lunga 3 metri e con un diametro di 2, con fuori la scritto “Le Vagabond”.

traversata atlantico

Savin e il suo barile

Uno spazio vitale complessivo di 6 metri quadrati. All’interno anche una minuscola cucina e un letto. Così questo ex paracadutista militare 71enne con una vita sopra le righe ha percorso 2.930 chilometri in balìa dell’oceano. Ha viaggiato a poco più di 3 km/h, portando con sé solo una canna da pesca per procurarsi il cibo, una bottiglia di spumante da stappare a capodanno e una di vino rosso in occasione del compleanno.

Per poter essere monitorato si è portato dietro del materiale tecnico utile a una ricerca marina. E poi l’impresa di Savin ha incontrato la curiosità di alcuni medici che vogliono studiare la risposta del corpo a solitudine, comportamento interno limitato, impatto del movimento permanente e molto lento.

Jean-Jacques Savin ha indubbiamente compiuto un’impresa survival: lui stesso su Facebook l’ha definita un “viaggio eccitante ma anche molto rischioso”. Tuttavia non è la prima della sua vita, e probabilmente non sarà neanche l’ultima. Nei suoi 71anni di vita ha già attraversato l’Atlantico in barca a vela per ben 4 volte. Nel 2015 ha scalato il Monte Bianco, e quando aveva 69 anni è arrivato secondo nel campionato francese di triathlon.

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Il Bivacco Musso, sopravvivenza per tanti alpinisti

Nei giorni scorsi è stato rifugio provvidenziale per otto scialpinisti impegnati nell’Haute Route Il bivacco Biagio Musso sorge su un dosso roccioso del Plateau du Couloir, alle pendici del Grand…

Nei giorni scorsi è stato rifugio provvidenziale per otto scialpinisti impegnati nell’Haute Route

Il bivacco Biagio Musso sorge su un dosso roccioso del Plateau du Couloir, alle pendici del Grand Combin. È una delle poche strutture italiane in territorio svizzero. Nei giorni scorsi è stato un provvidenziale rifugio per sette uomini e una donna. Lì sono rimasti bloccati per 44 ore mentre erano impegnati nell’Haute Route, la traversata di più giorni con gli sci da Chamonix a Zermatt. Una tormenta con raffiche di vento a oltre 80 km orari li ha sorpresi. Se non fosse stato per il bivacco per loro la situazione sarebbe stata molto buia.

L’avventura degli scialpinisti si è conclusa a lieto fine. A darne notizia è stata proprio la donna della spedizione, che sul suo profilo Instagram ha ringraziato il bivacco Musso per l’accoglienza e le sue calde coperte e i fornelli a disposizione. In montagna con il termine “bivacco” s’intende una struttura incustodita usata degli alpinisti come rifugio e pernottamento. Solitamente si trova in luoghi isolati per offrire un ricovero notturno o un riparo in caso di mal tempo. E il bivacco Biagio Musso è dotato di 9 posti letto, con materassi e coperte. Da oltre 40 anni offre un utile ricovero agli alpinisti in difficoltà.

bivacco musso

il Bivacco Biagio Musso

Da 40 anni ricovero per alpinisti in difficoltà

La costruzione del Bivacco Musso risale al 1977, a cura del Gruppo Amici della D.C., Sottosezione di Foglizzo in ricordo di Biagio Musso caduto sul versante francese del monte Bianco nel 1975. Lo ha fortemente voluto l’amico di Musso, Raimondo Galletta, che coinvolgendo tutto il paese e raccogliendo i fondi necessari riuscì a concretizzare il sogno di realizzare il bivacco per ricordare l’amico (ed ex sindaco del paese).

Nel 1977 è stato ristrutturato ed è stata posata una nuova copertura, oltre a essere stati eseguiti alcuni interventi per consolidare i tiranti che a quelle quote per i venti, il freddo e le condizioni meteo mettono a dura prova la stabilità della struttura. Dal 31 gennaio 1998 con delibera del Consiglio Centrale, il bivacco Biagio Musso è entrato a far parte dei bivacchi del Club Alpino Italiano e affidato alla Sezione di Chivasso, Sottosezione di Foglizzo.

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Nuotare e correre oltre i propri limiti allo Swimrun Cheers

Corsa e nuoto a frazioni alternate nel Lago Maggiore Lo Swimrun è una competizione di nuoto e corsa a frazioni alternate, senza zona cambio, nella quale si nuota con le…

Corsa e nuoto a frazioni alternate nel Lago Maggiore

Lo Swimrun è una competizione di nuoto e corsa a frazioni alternate, senza zona cambio, nella quale si nuota con le scarpe e si corre con la muta. Niente distanze fisse, ma nuoto e corsa si adattano al territorio. Lo Swimrun Cheers è la gara che ne è derivata e che quest’anno compie 4 anni. Si svolgerà il prossimo 15 giugno a Stresa.

Si parte e si arriva a Stresa. In mezzo ci si tuffa nel Golfo Borromeo passando per le Tre Isole Borromee, Verbania Pallaza, Mergozzo, Feriolo, Baveno, Loia, Someraro. È l’unico evento che, vista la particolarità della gara, ha ottenuto di nuotare sul lago Maggiore e di attraversare correndo le esclusive Isole Borromee. Insomma un’occasione più unica che rara, oltre che una competizione ai limiti del survival.

Novità 2019: il percorso Hard

Per il suo quarto compleanno, infatti, accanto alle due classiche frazioni Short e Iron, rispettivamente di 26.134 metri e 37.371 metri, quest’anno si aggiunge il percorso Hard. In totale 50.071 metri così composti: 8 frazioni di nuoto (11.101 mt) + 8 di corsa (38.970 mt), dislivello in salita di 1.325 mt, si scende per 1.321 mt, per una differenza finale di 800 mt. Il percorso ricalca quello della storica Iron, ma con l’ultima frazione di corsa che porterà gli atleti nel cuore del Mottarone fino al nuovo Bar Stazione/Parco Avventura, per un totale di 1.325 mt di dislivello. Col nuovo percorso Swimrun Cheers Race è ora la seconda gara al mondo di swimrun con la più lunga distanza totale di nuoto.

Lo Swimrun è nato in Svezia nel 2002 per una scommessa alcolica e ha trovato il suo nome ufficiale solo nel 2011, quando Erika Rosenbaum, podio alla Ötillö World Championship – gara icona della disciplina con 65km corsa, 10km di nuoto passando per 26 isole – ha coniato il neologismo swimrun. È una tra le discipline sportive con la più rapida crescita degli ultimi 5 anni.

In Italia lo hanno portato Diego Novella e Veronica Castelli, fedeli alla loro mission di “condividere la passione per lo swimrun attraverso un progetto sviluppato da chi lo swimrun l’ha provato in prima persona, cercando di andare oltre i propri limiti senza rinunciare al divertimento, per far vivere queste emozioni in prima persona a una community di followers reali”.

 

 

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Non solo Giro d’Italia. Le cinque gare di bici più estreme al mondo

Oltre all’italiana Hero, sono molte le gare folli ed estreme che si disputano in bici in giro per il mondo Da qualche giorno è cominciato il Giro d’Italia. Una gara…

Oltre all’italiana Hero, sono molte le gare folli ed estreme che si disputano in bici in giro per il mondo

Da qualche giorno è cominciato il Giro d’Italia. Una gara senza dubbio impegnativa, soprattutto nei suoi tapponi di montagna, che non ha però nulla a che vedere con le gare in bici più estreme e impegnative del mondo. Percorsi folli, che richiedono di superare i propri limiti, e che hanno in sé un grande spirito survival. Ve ne presentiamo alcune, che vanno ad affiancarsi all’italiana Hero, di cui già vi abbiamo parlato e che quest’anno è alla sua decima edizione.

Cape Epic

Già il nome non lascia molto spazio alle sorprese. La Cape Epic è una gara epica, una delle bike marathon più dure al mondo. In totale 8 tappe, 698 chilometri in mezzo alla natura selvaggia, e un dislivello di oltre 16mila metri. Si corre in coppia, in Sudafrica, professionisti o amatori non è importante. La Cape Epic è una sfida contro sé stessi, da vivere con un compagno fidato e da compiere almeno una volta nella vita.

bike extreme

cape epic

The Tour Divde Race

È considerata la regina delle gare di mountain bike. Si disputa tra Canada e Stati Uniti, su un tracciato che è il più lungo al mondo: quello della Great Divide Mountain Bike Route (GDMBR) con i suoi 4.418 chilometri. Il percorso è quasi interamente sterrato e si addentra nelle aree più isolate delle Montagne Rocciose. Il punto più alto che si raggiunge è l’Indiana Pass, in Colorado, a 3.630 metri di quota. Vietato qualsiasi tipo di aiuto: chi partecipa deve portare con sé tutte le attrezzature necessarie e trovare un riparo per ogni notte.

extreme bike

The Tour Divide Race

 

Transcontinental Race

Poche sono le regole di questa avventurosa gara di 4.100 km attraverso l’Europa. I ciclisti individuali e le coppie corrono senza assistenza esterna e la più importante regola finale dettata dai loro creatori è: “Ride in the spirit of self-reliance and equal opportunity”. È d’obbligo passare per quattro punti di controllo lungo il percorso, ma a parte questo il tragitto è libero.

La Trancontinental Race

The Iditarod Invitational

L’Iditarod Invitational è la gara estrema più difficile al mondo. In tutto 1.111 miglia lungo il tracciato della storica Iditarod Sled Dog Race, la corsa con i cani da slitta più famosa al mondo. Si corre anche a piedi, o con gli sci, nel bel mezzo dell’inverno dell’Alaska. Ciò significa temperature che arrivano fino a -30 gradi, visibilità ridotta e soprattutto mancanza di orientamento nella natura selvaggia. Chi riesce a concludere la gara, in un tempo massimo di 30 giorni, è considerato un eroe.

L’Iditarod Invitational

Red Bull Rampage

La Red bull Rampage è considerata la gara più pericolosa al mondo, visto l’alto numero di infortuni che a ogni edizione si verificano. Di sicuro è  il più grande spettacolo di mountain bike freeride al mondo. Si corre nel deserto dello Utah e per parteciparvi è necessario l’invito.  Il concetto della gara si basa sull’idea che i partecipanti debbano arrivare da cima a fondovalle grazie alle loro capacità e al loro coraggio.

bike extreme

Red Bull Rampage i

 

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Le case sull’albero più belle d’Italia

Dall’essere il sogno dei bambini al desiderio di chi vuole vivere a stretto contatto con la natura il passo è breve Ogni bambino ha sognato almeno una volta di avere…

Dall’essere il sogno dei bambini al desiderio di chi vuole vivere a stretto contatto con la natura il passo è breve

Ogni bambino ha sognato almeno una volta di avere una casa sull’albero, dove rifugiarsi in un mondo tutto suo. Oggi le case sugli albero sono una meta alternativa per adulti cosiddetti “green” e per esploratori silenziosi, che non chiedono altro se non la possibilità di entrare a stretto contatto con la natura. In Italia è possibile fare questa esperienza, e noi di Survival & Reporter vogliamo suggerirvi alcune mete dove soggiornare per dormire tra rami, foglie e stelle.

Friuli: Tree Village

Il Tree Village di Claut, in provincia di Pordenone è il villaggio sugli alberi più grande al mondo. È composto da numerose casette in legno, abbarbicate in mezzo alle fronde degli alberi a diversi metri di altezza. Sono costruite in legno di abete e gli alberi che fungono da sostegno sono abeti e pini di grosso fusto. Il Village Tree organizza anche corsi per costruirsi da sé la propria casa sugli alberi.

case albero

Il Tree Village di Claut

Lombardia: Fattoria Didattica Oasi

Una casa sospesa a 5 metri di altezza, circondata a terra, dagli animali che vivono liberi in questa Fattoria Didattica alla Certosa di Pavia. L’alloggio è di 20 metri quadrati ed è costruito nelle fronde di un pioppo del ‘900 nato con la cascina. Trascorrere una vacanza in questa casa sull’albero permette anche di fare l’esperienza del Tree climbing.

casa albero pavia

La fattoria didattica Oasi alla Certosa di Pavia

Campania: Eco village Maremirtilli

Più che una casa, si tratta di una tenda. Sì, perché all’Eco Village di Maremirtilli, luogo incantato sul mare a pochi minuti da Pestum, si può dormire in tende sospese tra gli alberi. Maremirtilli è una riserva naturale sul mare con una splendida duna di gigli selvatici. Dalle tende sospese è possibile godere una vista mozzafiato sulla Costiera Amalfitana a destra, su quella Cilentana sinistra e avere Capri di fronte a sé.

eco village maremirtilli

Una tenda all’Eco Village Maremirtilli

Sicilia: Parco avventura delle Madonie

Al Parco avventura delle Madonie, in Sicilia sono specializzati in avventure. Dopo le tende sospese tra gli alberi a sette metri da terra, da un paio di anni c’è anche la casetta sugli alberi. Se la si noleggia è possibile provare l’ebbrezza di effettuare percorsi acrobatici di giorno o di notte, esperienze di orienteering, arrampicata sull’albero con tecniche di tree climbing, oppure tirare con l’arco.

case albero

La casa sull’albero del Parco Avventura delle Madonie

 

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A spasso sulla duna più grande d’Europa

Nel 1855 la Duna di Pilat misurava solo 35 metri di altezza. Oggi ne misura ben 120 Alzi la mano chi non ha mai desiderato provare l’ebbrezza di rotolare già…

Nel 1855 la Duna di Pilat misurava solo 35 metri di altezza. Oggi ne misura ben 120

Alzi la mano chi non ha mai desiderato provare l’ebbrezza di rotolare già da una duna di sabbia. Forse non tutti sanno che questa esperienza è non solo possibile, ma anche a portata di mano, o di auto. Non serve, infatti, andare nel Sahara per incontrare chilometri e chilometri di sabbia dove provare l’avventura del deserto. La Duna di Pilat si trova in Francia ed è la più alta d’Europa.

Impossibile non notarla già arrivando da Bordeaux, con i suoi oltre 100 metri di altezza di sabbia chiara che si stagliano nella foresta di pini marittimi proprio di fronte alla giuntura tra Oceano Atlantico e il bacino di Aranchon. La duna dista infatti solo 60 chilometri da Bordeaux.

dune pilat

La sommità della Duna di Pilat

La Duna di Pilat si è formata in tempi relativamente recenti. Nel 1855 misurava solo 35 m di altezza, a fronte dei 120 raggiunti oggi nel suo punto più alto. Si ritiene che la sua origine sia legata alla distruzione di un enorme banco di sabbia che nel diciottesimo secolo si estendeva davanti alla costa attuale, oltre che al continuo apporto di sabbia da parte del vento. Ancora oggi i forti venti dell’oceano spostano grandi quantità di sabbia. Ecco spiegato il motivo per cui la duna ancora oggi è in continuo movimento. È lunga 3 chilometri e si estende per 500 metri in larghezza.

Grazie al quarzo di cui è composta le sfumature di colore che la sua sabbia regala virano dal bianco al rosa. Colori che si fondono come in un meraviglioso dipinto con il blu del mare e il verde della pineta circostante. Un paesaggio dove è impossibile non desiderare di immergersi. Dormire almeno una notte è un’esperienza indimenticabile, che permette di godere pienamente la natura e il silenzio 
del posto grazie alla stellata che ci si trova davanti dalla cima della duna.

Alla Duna di Pilat, però, è vietato il campeggio selvaggio. Qualche eccezione viene fatta se si trova una zona appartata dove piantare la tenda. Per i più pigri, e per chi vuole arrivare in cima senza faticare, in stagione vengono allestite delle comode scalette che aiutano a raggiungere la cima della duna nei pressi del parcheggio pubblico a 
pagamento.

 

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Riscaldamento globale? Ricongeliamo l’Artico

Un progetto dell’università di Cambridge per resistere al surriscaldamento globale. Di fronte ai tanti allarmi legati al problema dei cambiamenti climatici c’è chi ha pronto un rimedio. È l’università di…

Un progetto dell’università di Cambridge per resistere al surriscaldamento globale.

Di fronte ai tanti allarmi legati al problema dei cambiamenti climatici c’è chi ha pronto un rimedio. È l’università di Cambridge, che ha messo a punto un piano per “ricongelare” il Polo Nord. Recenti studi affermano che l’attuale strato di ghiaccio dell’Artico potrebbe essere completamente disciolto entro il 2030. Il tempo è poco e urgono rimedi come quello proposto dagli scienziati inglesi.

Attraverso progetti di geo-ingegneria si vuole deviare l’energia solare nello Spazio, al fine di ridurre l’effetto serra e tutte quelle problematiche che determinano l’innalzamento delle temperature e il conseguente scioglimento dei ghiacci. Inoltre l’università di Cambridge propone l’idea di spruzzare abbondante quantità di acqua salata nell’atmosfera delle regioni polari. Ciò, almeno in teoria, favorirebbe la formazione di particelle di sale utili a depurare (sbiancare, letteralmente) le nuvole, che in questo modo consentirebbero un maggior riverbero del calore. Accanto a questo si sta studiando come rimuovere l’anidride carbonica in eccesso dall’aria.

Il progetto di un piano per il ricongelamento dell’Artico non è una novità. Se ne parla già da tempo. Già nel 2017 l’astrofisico Steven Desch su “Earth’s Future” proponeva qualcosa di analogo. E cioè ricongelare l’Artico usando 10 milioni di pompe galleggianti alimentate dal vento per spruzzare acqua salata sul ghiaccio, in modo da farne aumentare lo spessore. In questo modo lo strato di ghiaccio tornerebbe ad avere lo spessore di dieci anni prima.

Un progetto faraonico, anche considerando gli elevatissimi costi. Per la sua realizzazione, infatti, si è stimato servano 500 miliardi di dollari. Inoltre si deve tenere presente anche la quantità di acciaio necessario per costruire le pompe: ben 10 milioni di tonnellate, che andranno posizionate in loco con annessa manutenzione.

Insomma, oltre al costo, sembra un’idea più cha ambiziosa: irrealizzabile. Anche se da Cambridge ora stanno andando nella stessa direzione.

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François Cazzanelli in esplorazione sulle vette del Denali e non solo

Insieme a Cazzanelli ci saranno Francesco Ratti, Stefano Stradelli e Roger Bovard È partito ieri, domenica 12 maggio, François Cazzanelli, alla volta dell’Alaska, uno dei continenti più estremi della terra…

Insieme a Cazzanelli ci saranno Francesco Ratti, Stefano Stradelli e Roger Bovard

È partito ieri, domenica 12 maggio, François Cazzanelli, alla volta dell’Alaska, uno dei continenti più estremi della terra e grande sfida dal punto di vista alpinistico. Cazzanelli sarà in cordata con Francesco Ratti, Stefano Stradelli e Roger Bovard. Il loro obiettivo è molteplice: oltre alla scalata delle vette del Denali e del Foraker, l’esplorazione dei ghiacciai del Denali National Park.

La spedizione dura un mese e il rientro è previsto per il 12 giugno. “La sfida principale – racconta François Cazzanelli – sarà quella di arrampicarsi in stile alpino in condizioni climatiche estreme in alta quota. Per portare a casa un risultato importante su questo grande continente sono necessarie: forza personale, lavoro di squadra e una logistica perfetta”.

Il Monte Denali 

La meta della spedizione è la Catena dell’Alaska, sulla quale svetta il monte Denali, con i suoi 6.190 metri. Oltre a essere la cima più alta del continente è una delle famose e rinomate Seven Summit. Il monte era chiamato Denali dai nativi athabaskani e tale nome era riconosciuto ufficialmente anche dallo stato dell’Alaska; fu ribattezzato in “Monte McKinley” nel 1896 in supporto all’allora candidato alla presidenza statunitense William McKinley, poi eletto nello stesso anno 25° presidente degli Stati Uniti. Solo in tempi più recenti, il 31 agosto 2015, il presidente Barack Obama ha scelto di ripristinare il toponimo originario “Denali”.

Accanto al Denali i quattro alpinisti scaleranno anche il monte Foraker, che con i suoi 5.304 m è la seconda vetta più alta della catena dell’Alaska e la quarta vetta più alta degli Stati Uniti.

Chi è François Cazzanelli

François Cazzanelli, classe 1990, è un grande alpinista e guida alpina. Figlio d’arte: il cognome della famiglia del padre, Cazzanelli, e quello della famiglia della madre, Maquignaz, sono legati indissolubilmente da più di un secolo al mestiere di Guida Alpina e all’Alpinismo, da ben cinque generazioni. Nel corso della sua carriera ha ripetuto e aperto svariate vie sul Monte Bianco, Cervino e Monte Rosa. Con il collega svizzero Andreas Steindl (CH), ha realizzato il record di concatenamento delle 4 creste del Cervino (Hörnli, Furgen, Zmutt e Leone) in 16 ore e 4 minuti ottenuto il 12 settembre 2018 migliorando di ben 7 ore il record precedente del ’92 di Hans Kammerlander e Diego Wellig di 23 ore.

Cazzanelli Alaska

François Cazzanelli

Cazzanelli ha inoltre partecipato a dodici spedizioni extraeuropee dall’Himalaya alla China fino alla Patagonia Argentina. L’ultima, nel gennaio del 2019, sulla vetta del Monte Vinson in Antartide. Mentre nella primavera del 2018, è stato protagonista in Nepal di due salite, la prima in qualità di guida alpina verso la vetta dell’Everest (con l’uso dell’ossigeno per garantire la sicurezza del cliente). La seconda, di alpinista, raggiungendo la vetta del Lhotse, la quarta montagna più alta del mondo in cordata con Marco Camandona senza l’ausilio dell’ossigeno (unici italiani ad aver scalato il Lhotse nel 2018).

 

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