fbpx
La tua guida per l'avventura

I cinque atleti che hanno compiuto le imprese più estreme

Dall’alpinismo al nuoto una carrellata di atleti che con le loro imprese hanno fatto la storia. Reinhold Messner In questo elenco di atleti estremi, non potevamo che cominciare da un…

Dall’alpinismo al nuoto una carrellata di atleti che con le loro imprese hanno fatto la storia.

Everest

Reinhold Messner per primo ha scalato l’Everest senza ossigeno supplementare

Reinhold Messner

In questo elenco di atleti estremi, non potevamo che cominciare da un italiano. Classe 1944, Messner è il più italiano degli alpinisti che hanno fatto la storia. Il suo nome è leggenda. Per prima ha scalato in solitaria il monte Everest senza ossigeno supplementare. Non solo: Reinhold Messner è stato il primo alpinista a salire tutte le quattordici cime del mondo che superano gli ottomila metri. Tanto che è da tutti unanimemente riconosciuto come “il Re degli Ottomila”. La sua storia con la montagna, iniziata nel ’49 sulle Dolomiti a fianco del padre, nel ’70 lo condusse ad attraversare il Nanga Parbat (8125 mt), in una spedizione che costò la vita al fratello Günther. Lo «stile alpino», leggero e senza portatori, cominciò quel giorno in Himalaya e Messner ne diventò il miglior interprete. Tra il 1950 e il 1964 ha condotto oltre 500 salite, soprattutto nelle Dolomiti. E nel 1990 insieme ad Arved Fuchs fu il primo ad attraversare l’Antartide a piedi o con gli sci, passando per il Polo Sud senza l’ausilio di mezzi motorizzati o animali.

Everest

Jordan Romero sull’Everest

Jordan Romero

Se Messner è il Re degli Ottomila Jordan Romero potrebbe essere un suo degno discepolo. Nato nel 1996 questo alpinista americano è stato il più giovane ad aver mai scalato l’Everest. Aveva solo 13 anni quel 22 maggio 2010, quando insieme al padre Paul, la compagna del padre Karen Lundgren e tre portatori sherpa ha raggiunto la vetta, salendo lungo la cresta nord-est, sul versante cinese. Una salita effettuata in stile himalayano, con l’utilizzo di bombole di ossigeno. L’anno dopo aveva già scalato tutte le Seven Summits, le sette montagne più alte per ciascuno dei continenti, entrando così nella storia dell’alpinismo mondiale.

Felix Baumgartner muro suono

Felix Baumgartner infrange il muro del suono

Felix Baumgartner

Dall’alpinismo al paracadutismo. Felix Baumgartner è un paracadutista austriaco. È nato il 20 aprile 1969. Nel 2012 è diventato il primo uomo a infrangere la barriera del suono con un volo in caduta libera, al di fuori di un veicolo.  Lo ha fatto il 14 ottobre 2014, con il salto “Red Bull Stratos”, in cui si è lanciato sulla Terra da un palloncino di elio nella stratosfera, a una altezza di oltre 39 chilometri. Suo il record di altitudine e quello per la più grande velocità di caduta libera.

nyad

Diana Nyad nel 2013 ha nuotato da Cuba alla Florida senza la protezione di una gabbia degli squali

Diana Nyad

Passiamo ora al nuovo. Diana Nyad è una nuotatrice americana di lunghe distanze. Nata il 22 agosto 1949 ha iniziato ad attirare su di sé l’attenzione quando ha nuotato intorno all’isola di Manhattan. Era il 1975. Quattro anni dopo nuotò per 102 miglia, dalle Bahamas alla Florida. In età più che adulta, nel 2013 è diventata la prima donna a nuotare da Cuba alla Florida, cioè 110 miglia, senza la protezione della gabbia degli squali.

McNamara

Garrett McNamara, il re dei surfisti estremi

Garrett McNamara

Un uomo sulla cresta dell’onda. Garrett McNamara è più di un surfista. È un atleta che pur avendo ormai già quasi 52 anni è il punto di riferimento per il surf estremo. La sua fama nell’ambiente è assai nota: da quando è salito sulla tavola da surf non ha ancora smesso di cavalcare onde giganti. Più volte il suo nome è entrato nel Guinnes dei Primati per aver surfato onde di oltre 30 metri di altezza.

 

Nessun commento su I cinque atleti che hanno compiuto le imprese più estreme

Quando sono gli animali a compiere imprese eccezionali. La storia del cane Cactus

È diventato la star della Marathon des sables, rubando la scena ai corridori professionisti. Non sono solo gli uomini a portare a intraprendere avventure ai limiti della sopravvivenza. Spesso anche…

È diventato la star della Marathon des sables, rubando la scena ai corridori professionisti.

Non sono solo gli uomini a portare a intraprendere avventure ai limiti della sopravvivenza. Spesso anche gli animali lo fanno. È il caso di Cactus, un cane che di diritto è entrato a far parte degli atleti che hanno corso la Marathon des Sables. La gara si è disputata dal 5 al 15 aprile scorso, ed è una delle corse più due al mondo.

In una settimana si percorrono 240 chilometri tra le dune del deserto marocchino, correndo per sei giorni e riposandone uno, con un’area di ristoro dove poter ritirare i 9 litri della propria razione d’acqua giornaliera ogni 10 km. Insomma, un’impresa che mette a dura prova le capacità di sopravvivenza. Anche perché si svolge in totale autosufficienza alimentare.

Tra i tanti partecipanti, ricordiamo anche i 20 italiani in gara, anche Cactus, che tra i corridori si è trovato quasi per caso. Niente iscrizione, con quota di 3.500 dollari da sborsare, e niente partenza insieme agli altri. No, Cactus si è unito alla gara alla seconda tappa, attratto dalla carovana di umani che correva tra dune e sabbia. La compagnia dev’essergli piaciuta, tanto che ha deciso di rimanere con loro. Non solo: ha anche salvato uno dei partecipanti che stava per smarrire la sua strada, facendosi seguire.

Sebbene all’inizio fosse un po’ sospettoso e stesse sulle sue, in breve tempo questo bel cagnolino bianco a chiazze nere ha saputo conquistare tutti i partecipanti. E così Cactus non si è limitato a percorrere la seconda tappa, di 23 miglia, ma la mattina seguente si è presentato puntuale ai nastri di partenza. E ha corso per ben 47,4 miglia. A correre è assai bravo, tanto che gli organizzatori hanno stimato che dopo tre tappe la sua posizione in classifica, se fosse stato un umano, sarebbe stato un onorevolissimo 52° posto su 800 partecipanti. Per questo gli hanno messo al collo una medaglia.

Ora per Cactus, è arrivato il momento di tornare a casa. Per farlo non dovrà percorrere il tragitto all’incontrario: il suo padrone si è fatto trovare al traguardo per poterlo riabbracciare.

cactus marathon des sables

Il cane Cactus con il suo padrone all’arrivo della Marathon des Sables

Nessun commento su Quando sono gli animali a compiere imprese eccezionali. La storia del cane Cactus

Notre Dame: il canadair sarebbe stato devastante

Come si può domare un incendio ed evitare una tragedia ancora più enorme? È uno dei simboli della cristianità nel mondo. Un incendio l’ha devastata. Tragica è la fine della…

Come si può domare un incendio ed evitare una tragedia ancora più enorme?

È uno dei simboli della cristianità nel mondo. Un incendio l’ha devastata. Tragica è la fine della cattedrale di Notre Dame, a Parigi, bruciata in un incendio divampato nella serata di ieri. Al di là delle tante coincidenze – sono molti i roghi scoppiati negli ultimi tempi nelle chiese francesi – restano ancora sconosciute le cause che hanno fatto partire le fiamme. L’ipotesi più accreditata è che l’incendio sia partito da un’impalcatura isolata. Ma non si sa ancora perché.

Sta di fatto che il più bel monumento dell’arte gotica, completato nel XIV secolo, è bruciato. Il primo giorno delle celebrazioni della Settimana Santa. Non era mai accaduto prima: Notre Dame, che alla Madonna è consacrata, non era mai stata colpita da un incendio prima d’ora e nemmeno la Rivoluzione Francese l’aveva danneggiata. La guglia è crollata, il tetto è bruciato. Rimangono in piedi solo le strutture esterne.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Di fronte a tanta devastazione, che fortunatamente non ha portato con sé morti e feriti, le parole degli oltre 400 vigili del fuoco impegnati a domare le fiamme pesano come macigni: “non sappiamo se riusciremo a domare l’incendio”. Da subito, infatti, hanno trovato enormi difficoltà nello spegnere l’incendio: per motivi di sicurezza i canadair non si potevano usare, e anche gli idranti non riuscivano a raggiungere il luogo del rogo.

Come domare il rogo?

Cominciamo col dire che l’idea avanzata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump di usare i canadair non è affatto praticabile in questo caso. Il motivo lo ha spiegato bene all’Ansa il capo del Dipartimento dei vigili del fuoco Fabio Dattilo: «Uno si aspetterebbe che dall’alto arrivassero i nostri, cioè degli elicotteri che gettassero acqua sulle fiamme – dice – ma questo non si può fare perché se il tetto è ancora sano l’acqua non arriva sull’incendio; se invece è rotto, gettare acqua all’interno non serve». Inoltre con i canadair si sarebbe fatta piombare sull’edificio una «bomba» d’acqua di svariate tonnellate che avrebbe finito per distruggere quel che resta ancora in piedi del monumento. Ma anche di creare danni agli edifici e alle persone nei dintorni, e di uccidere i molti vigili del fuoco che erano in azione per domare le fiamme.

Ma come difendersi dalle fiamme in caso di incendio? Come riuscire a salvarsi?

L’incendio a Notre Dame è scoppiato mentre si stava celebrando la santa Messa. La cattedrale è stata immediatamente evacuata. Anche perchè, come spiega il manuale della FISSS Dati per vivi, istruzioni di sopravvivenza individuale e di gruppo”, redatto da Enzo Maolucci e Alberto Salza, di “il fuoco si propaga in modo esponenziale: ogni nove secondi un incendio raddoppia di dimensioni“. Inoltre “il flashover avviene quando il fumo prende fuoco, tra i cinque e gli otto minuti dopo l’apparizione delle fiamme. A quel punto l’ambiente non tollera alcuna presenza umana”.

Nessun commento su Notre Dame: il canadair sarebbe stato devastante

Monte Bianco: al via il numero chiuso

Troppi i turisti. Per salire in vetta necessario prenotare il posto letto nei rifugi Il Monte Bianco è sovraffollato e per questo si è deciso di regolamentare gli accessi. Dal…

Troppi i turisti. Per salire in vetta necessario prenotare il posto letto nei rifugi

Il Monte Bianco è sovraffollato e per questo si è deciso di regolamentare gli accessi. Dal prossimo 24 maggio, infatti, ci si potrà avventurare tra le vette del tetto d’Europa solo se in possesso di una prenotazione in uno dei tre rifugi sull’itinerario del versante francese.

La decisione, presa dalle autorità dell’Alta Savoia è stata motivata dagli spiacevoli episodi, apesso violenti, che si sono verificati lo scorso anno. Al rifugio Goûter (120 posti), al Tête Rousse (74) e al Nid d’Aigle (20), il sovraffollamento di escursionisti senza prenotazione del posto letto che reclamavano un alloggio per la notte è stato all’ordine del giorno nel corso della scorsa stagione. E con esso il malcontento di guide alpine e rifugisti che hanno faticato non poco nel gestire tale sovraffollamento.

Di qui la scelta di regolamentare l’afflusso di persone che salgono in vetta al Monte Bianco, introducendo la prenotazione obbligatoria del posto letto in rifugio. Per chi invece decide di pernottare al campo base di Tete Rousse, più o meno situazione analoga. Non più campeggio selvaggio ma riduzione a un massimo di 40 persone ammesse a notte.

Per scoraggiare ulteriormente i turisti poco disciplinati e motivati, inoltre, sono stati aumentati i costi. Oltre ai mille auro necessari per la guida alpina si devono aggiungere 100 euro per il pernottamento. E poi ci sono le salatissime multe per i trasgressori: fino a due anni di carcere e 300mila euro per i reati ambientali e sanzioni amministrative fino a 15mila euro.

sentiero gouter

alpinisti sul couloir del Gouter

Ogni anno 25 mila alpinisti salgono da qui

Ma perché tanto sovraffollamento? Non solo per una questione di mode. Il versante francese è il più battuto per salire sul Monte Bianco. Merito della voie royale, considerata la via più semplice da percorrere da oltre 25 mila alpinisti, che ogni anno arrivano da ogni parte del mondo. Ciononostante la salita non è priva di rischi. Proprio il couloir del Gouter, un sentiero di circa 70 metri sotto al rifugio che porta lo stesso nome, è esposto alla caduta dei massi e negli ultimi 30 anni è costato la vita a centinaia di alpinisti. Le autorità francesi hanno deciso di metterlo in sicurezza.

Il rovescio della medaglia in questo tentativo di regolamentazione degli accessi al Monte Bianco, è che le agenzie specializzate hanno già saccheggiato i posti letto nei rifugi. Gli alpinisti saranno così costretti a rivolgersi a loro per salire in vetta, salutando così la possibilità di effettuare un’escursione in totale autonomia.

 

 

 

 

Nessun commento su Monte Bianco: al via il numero chiuso

Il chilometro più duro al mondo è in Valtellina

Il Valtellina Vertical Tube è lungo solo un chilometro, ma mette a dura prova muscoli e coronarie È “il chilometro più duro al mondo”, quello che mette a dura prova…

Il Valtellina Vertical Tube è lungo solo un chilometro, ma mette a dura prova muscoli e coronarie

È “il chilometro più duro al mondo”, quello che mette a dura prova muscoli e coronarie. Mille metri di sviluppo, cinquecento di dislivello, pendenza media 60% ma soprattutto un contesto particolarissimo: la condotta forzata ENEL che trasporta fino al fondovalle l’acqua dei torrenti della Valmalenco. Parliamo della Valtellina Vertical Tube che si disputa dal 2015 in primavera vicino a Sondrio.

Una “vertical” unica nel suo genere con pendenze che superano i cinquanta gradi, con duemilasettecentotredici gradini da salire. A sfidarsi in questa folle corsa in salita sono specialisti di tower running (specialità che consiste nel salire in vetta ai grattacieli di tutto il mondo senza fare uso degli ascensori), verticalisti convenzionali e skyrunners da tutta Italia ma anche da Inghilterra, Messico e Giappone.

L’itinerario è incombente e minaccioso: due enormi tubi verdi “adagiati” lungo il pendio della prima elevazione del versante retico della Valtellina. La pendenza non è costante e asseconda l’andamento del rilievo, aumentando regolarmente fino all’impennata quasi verticale del “muro” finale.

Vertical Tube

il chilometro più duro al mondo

Una gara a numero chiuso

La gara è a numero chiuso con 400 atleti alla partenza che scattano ogni 30 secondi con unico aiuto. I gradini sono contrassegnati di cento in cento. Si parte e si arriva correndo. La tecnica migliore, secondo gli esperti, è quella di procedere con un passo da due gradini alla volta. Tempo di percorrenza? Meno di venti minuti per i super atleti di questa specialità.

Quest’anno tra le donne ha trionfato la bravissima Elisa Sortini (17 minuti ed otto secondi), davanti a Katarzyna Kuzminska (staccata di soli 19 secondi) ed alla sorprendente “non-elite” Valentina Garattini, terza in 17 e 49. Ma è tra gli uomini che la Vertical Tube 2019 è stata stellare perché, insieme al suo terzo successivo consecutivo, l’altoatesino Hannes Perkmann stabilisce anche il record assoluto della prova che fin dalla prima edizione (2015) apparteneva a Bernard Dematteis, abbassandolo di otto secondi. Quanto basta per infrangere la barriera dei quattordici minuti con il suo 13 e 54 che lascia un ottimo Alberto Vender a 27 secondi e il tower runner Emanuele Manzi a 56, a completare il podio.

 

Nessun commento su Il chilometro più duro al mondo è in Valtellina

21 anni senza Patrick De Gayardon

È stato il primo uomo volante della storia Era il 13 aprile del 1998 quando Patick De Gayardon morì a causa del malfunzionamento del paracadute principale e di quello di…

È stato il primo uomo volante della storia

Era il 13 aprile del 1998 quando Patick De Gayardon morì a causa del malfunzionamento del paracadute principale e di quello di riserva durante un lancio nei cieli delle Hawaii. Una vita oltre ogni limite. Genio folle e coraggioso che è riuscito a rientrare nell’aereo da cui si è buttato, virando la sua rotta con una semplice alzata di braccio.

Indelebili nella memoria di chi pratica sport estremi le sue imprese. Nel 1995 De Gayardon si lanciò su Mosca da 12.700 metri di altezza senza ossigeno. Prima ancora, nel 1993 fece lo stesso nel Sòtano de Las Golondrinas, il gigantesco canyon naturale messicano profondo 376 metri e largo meno di 60. Nel 1992 volò dal Salto Angel, la cascata più alta del Venezuela e del mondo, con i suoi quasi mille metri di altezza. Impresa che gli è valsa l’ingresso nel team No Limits della Sector, e che lo ha reso famoso nel mondo perché testimonial della marca di orologi. E nel 1994 vola tra le nuvole del Polo Nord facendo skysurf, una disciplina da lui inventata nel 1989 che prevede il lancio con il paracadute e una tavola da surf fissata ai piedi.

morte de gayardon

Patrick De Gayardon durante un lancio

Proprio nel 1994 è arrivata la sua più grande invenzione: la tuta alare. Una particolare tuta la cui forma ricorda quella di uno scoiattolo volante, che riesce ad aumentare la superficie del corpo umano conferendovi un profilo alare, e permettere così di volare sfruttando ila combinazione tra il flusso d’aria e l’attrito durante la caduta. Patrick de Gayardon la mise a punto ore e ore a studiare gli scoiattoli volanti del Madagascar, che sono dotati di una sottile membrana che collega gli arti anteriori, quelli posteriori e la coda, e per questo planano da un albero all’altro.

Ma la vita di Patrick De Gayardon è stata anche molto altro, e la sua morte è stata una grave perdita per il mondo dell’avventura e degli sport estremi. Clicca qui per leggere lo speciale di Survival&Reporter in edicola.

 

 

Nessun commento su 21 anni senza Patrick De Gayardon

Scoperta una nuova specie umana: l’homo luzonensis

Ha vissuto nelle Filippine, tra 50 mila e 67 mila anni fa Una nuova, sensazionale, scoperta che aggiunge un prezioso tassello alla storia dell’evoluzione umana è stata effettuata. I paleontologi…

Ha vissuto nelle Filippine, tra 50 mila e 67 mila anni fa

Una nuova, sensazionale, scoperta che aggiunge un prezioso tassello alla storia dell’evoluzione umana è stata effettuata. I paleontologi del Musée de l’Homme – Muséum National d’Histoire Naturelle di Parigi, hanno infatti rinvenuto una serie di resti umani appartenenti a una specie finora sconosciuta. La scoperta è stata fatta nelle Filippine, in una grotta di Callao, sull’isola di Luzon. Da qui il nome delle nuova specie: homo luzonensis.

filippine homo luzonensi

la grotta nelle Filippine dove sono stati rinvenuti i frammenti ossei

Si tratta di un “incrocio” unico di caratteristiche antiche e moderne, simili agli australopitechi così come ai sapiens.

Frammenti parziali, ma preziosi

In tutto sono stati ritrovati 13 frammenti. Si tratta di ossa di mani, piedi, parti di femore e denti, appartenenti ad almeno tre individui. La loro combinazione unica di caratteristiche primitive e moderne, in particolare per quanto riguarda i denti, differisce nettamente da quelle di tutte le altre specie già note, tanto da giustificare la creazione di una nuova specie. Essendo ì, però, pochi e parziali, non si possono fare supposizioni sul modo di camminare o sulle abilità manuali della nuova specie anche se la curvatura di alcune ossa del piede suggerisce che l’homo luzonensis fosse un bravo arrampicator. Si stima che i frammenti appartengano a due adulti e un bambino.

nuova specie umana

i frammenti di homo luzonensis rinvenuti nelle Filippine

Quello che è assai importante in questa scoperta non è solo l’importanza giocata dall’Asia nella storia dell’evoluzione umana. Da quel che emerge è che l’homo luzonensis sarebbe stata contemporanea e simile per dimensioni al famoso Homo Floresiensis, il cosiddetto ‘hobbit’ che abitava l’isola indonesiana di Flores, scoperto nel 2004.

Ma di grande rilievo scientifico è anche il fatto che l’homo luzonensis rimette in gioco la narrativa lineare dell’evoluzione umana e dimostra come l’Homo Sapiens non era l’unica specie presente sulla terra.

Nessun commento su Scoperta una nuova specie umana: l’homo luzonensis

Cinque luoghi incantevoli a rischio sopravvivenza

Ci sono luoghi al mondo che meritano di essere visti prima che scompaiano dal pianeta Al mondo esistono posti dove l’uomo ha lasciato una traccia importante del suo passaggio, e…

Ci sono luoghi al mondo che meritano di essere visti prima che scompaiano dal pianeta

Al mondo esistono posti dove l’uomo ha lasciato una traccia importante del suo passaggio, e luoghi dove la natura ha dato il meglio di sé. Molti di essi sono a rischio sopravvivenza, sia per i cambiamenti climatici sia per altre circostanze, tra cui il turismo di massa. Un esempio ve lo abbiamo già dato a proposito di Ayers Rock, la montagna sacra degli aborigeni in Australia che presto sarà vietata ai climber.

Komodo, Indonesia

L’isola di Komodo, in Indonesia, ha seguito l’esempio di Ayers Rock, e ha chiuso le sue porte ai turisti. Almeno temporaneamente. Da gennaio 2020 per un periodo di 12 mesi il Parco Nazionale di Komodo verrà chiuso. La decisione è arrivata per preservare la sopravvivenza dei “draghi”, le gigantesche lucertole che popolano l’isola e che sono preda dei contrabbandieri. Sono grandi 100 volte le lucertole normali e sebbene siano animali fortissimi sono l’ingrediente preferito degli antibiotici della medicina tradizionale asiatica.

draghi komodo

Un “drago” dell’isola di Komodo

Barriera Corallina, Australia

La Grande Barriera Corallina, al largo della costa nord-orientale dell’Australia, è il più grande sistema corallino del mondo, che copre un’area più grande dell’Italia, ed è uno degli ecosistemi più biodiversi del Pianeta. Nel 2016 e nel 2017, però, si sono verificati due eventi di sbiancamento di massa, dovuti al riscaldamento delle acque. Questo ha determinato una perdita senza precedenti di coralli adulti. Solo un turismo sostenibile, e la riduzione dei gas serra, sono la chiave per poter evitare la definitiva scomparsa di questo paradiso per gli amanti dello snorkeling.

Sopravvivenza barriera corallina australia

La Barriera corallina australiana rischia l’estinzione

Il Mar Morto

Il Mar Morto divide la Giordania da una parte di Israele. È il punto più basso della Terra, dove poter trarre giovamento per malattie respiratorie e della pelle. Il tasso di salinità è dieci volte quello degli oceani e questo impedisce ogni forma di vita. Ogni anno le sue acque si ritirano di oltre un metro. Colpa dell’evaporazione naturale, che non viene compensata dall’introito di acque del fiume Giordano. Questo perché la portata d’acqua del fiume viene costantemente ridotta a scopi agricoli. La sua sopravvivenza è a rischio e si ritiene che il Mar Morto esisterà per poco più di altri 100 anni.

Mar Morto sopravvivenza

Il Mar Morto si ritira di oltre un metro all’anno

Kivalina, Alaska

In questo caso il responsabile del futuro nefasto è il riscaldamento globale. Kivalina è una piccola città dell’Alaska che si stima possa sparire entro il 2025. Si trova 130 km a Nord del Circolo Polare Artico e 1.600 km a Nord Est di Anchorage. Le temperature in rialzo, i ghiacci che si sciolgono e l’acqua che sale sommergeranno il villaggio. Già adesso viverci è un’impresa survival. Non c’è acqua corrente, e una delle fonti di sussistenza alimentare è la carne di balena. Purtroppo, però, sono oltre 20 anni che non si riesce a cacciarne una. Gli abitanti hanno così cominciato un trasloco in massa.

sopravvivenza kivalina

A Kivalina l’acqua rischia di sommergere il villaggio

Il Madagascar

La quarta isola più grande al mond potrebbe scomparire entro il 2052. Sul suo territorio ci sono alcune delle più ricche foreste pluviali tropicali del mondo, senza contare la numerosa ed unica fauna selvatica, di cui fanno parte lemuri e manguste. Ma il problema che affligge il Madagascar è il bracconaggio, che insieme alla deforestazione e agli incendi sta distruggendo l’isola.

 

Nessun commento su Cinque luoghi incantevoli a rischio sopravvivenza

Tutti pazzi per l’outdoor

L’Italia all’aria aperta conquista il turismo. Boom di stranieri. In cinque anni i vacanzieri outdoor in Italia sono aumentati di quasi il 15%. In pratica ci sono 4 milioni e…

L’Italia all’aria aperta conquista il turismo. Boom di stranieri.

In cinque anni i vacanzieri outdoor in Italia sono aumentati di quasi il 15%. In pratica ci sono 4 milioni e mezzo di stranieri in più rispetto al passato che hanno scelto il nostro Paese per trascorrere giorni en plein air. Segno che l’Italia non è solo arte e cultura, ma anche esperienza e avventura.

Quello dell’outdoor e della relativa vacanza a esso collegata, fatta di zaino in spalla e pernotto in camping è un mercato in crescita. Almeno così recita un approfondimento curato dall’Ufficio Economico Confesercenti su base di dati Istat, Banca d’Italia e Jfc. Il giro d’affari ammonta a 1,6 miliardi di euro, 19 mila sono gli occupati, e oltre 2.600 le imprese turistico ricettive. Tutto questo con una capacità di 1,3 milioni di posti letto.

Sempre più stranieri scelgono l’Italia

Nel 2017 – ultimo anno disponibile – gli arrivi di turisti nei campeggi e nei villaggi turistici hanno superato la barriera dei 10 milioni, a cui corrispondono circa 68 milioni di presenze e una permanenza media di 6,7 giorni. In cinque anni gli arrivi sono cresciuti di circa un milione (+12%), le presenze di oltre 3 milioni (+4,8%).

La vera notizia, però, è che sono sempre più gli stranieri a scegliere l’Italia. A fronte dell’aumento del 14,9% di questi ultimi, tra il 2012 ed il 2017 le presenze di italiani nei campeggi e nei villaggi si sono invece ridotte del 4%, quasi 1 milione e 400 mila in meno. Insomma l’Italia piace anche per l’outdoor e le avventure all’aria aperta. Soprattutto ai tedeschi, che sono il 30% dei turisti stranieri che scelgono questo tipo di vacanza. Seguono la Francia, con il 7,6%, i Paesi Bassi (7,3%), il Regno Unito (5%) e l’Austria (4,4%).

La crescita più importante si osserva, però, dai Paesi Baltici, dalla Bulgaria, Turchia e Portogallo. Tutti questi paesi nell’arco di 5 anni hanno visto più che raddoppiare i loro arrivi in Italia.

Ecco che l’outdoor si trasforma in uno strumento importante non solo a livello esperienziale, ma diventa anche un potenziale per il rilancio del comparto turistico. Sempre che venga accompagnato da buone pratiche che salvaguardino l’ambiente e non lo deturpino. Affinché l’avventura outdoor possa essere vissuta appieno.

Nessun commento su Tutti pazzi per l’outdoor

Difendersi dagli animali feroci è possibile?

In caso di un attacco di un predatore alcune buone pratiche possono salvarci la vita È notizia dei giorni scorsi che un bracconiere di rinoceronti è stato travolto e ucciso…

In caso di un attacco di un predatore alcune buone pratiche possono salvarci la vita

È notizia dei giorni scorsi che un bracconiere di rinoceronti è stato travolto e ucciso da un elefante ed è poi stato sbranato da un branco di leoni. La notizia è stata diffusa dalla Bbc online, spiegando che il fatto è avvenuto nel Parco Nazionale di Kruger, nel nord-est del Sudafrica. È una delle riserve faunistiche più grandi del continente africano, dove vivono leoni, leopardi, rinoceronti, elefanti, bufali e tantissimi altri animali.

Pare che l’uomo si fosse addentrato in compagnia di altri bracconieri nel parco, per andare a caccia di rinoceronti e dei loro richiestissimi corni. Qualcosa, però, è andato storto e all’improvviso un elefante avrebbe attaccato l’uomo, che non ha avuto scampo. I suoi complici, a quel punto, avrebbero portato il corpo su una strada prima di lasciare il parco, in modo che il cadavere fosse ritrovato la mattina seguente, e avvisato la famiglia della vittima.

Ma un branco di leoni sarebbe sopraggiunto e avrebbe divorato il corpo, lasciando solo un teschio e un paio di pantaloni. Dopo due giorni di ricerche i Rangers, allertati dalla famiglia del bracconiere, li hanno ritrovati nella sezione Crocodile Bridge del parco.

Alcuni Rangers del Parco Nazionale di Kruger soccorrono un rinoceronte ferito da un bracconiere

Consigli di sopravvivenza

Fermo restando che il bracconaggio è una pratica vergognosa, da condannare in qualsiasi modo, la notizia ci torna utile per riflettere su come difendersi dagli animali feroci. Capita, infatti, che anche nel corso di escursioni o esplorazioni survival ci si imbatta in incontri spiacevoli. Ecco che ancora una volta ci viene in aiuto il prezioso manuale della FISSS, “Dati per vivi, istruzioni di sopravvivenza individuale e di gruppo, redatto da Enzo Maolucci e Alberto Salza.

“Dall’artico al deserto – scrivono Maolucci e Salza – i predatori sono un falso problema. Dopo anni di condizionamento, gli animali non vi riconoscono come una preda”. Ma il manuale FISSS avverte anche: “In caso di aggressione non voltate le spalle, rimanete eretti e allargate la braccia, saltando e gridando. I grossi predatori attaccano alla schiena e una vostra posizione supina può scatenare l’aggressività del branco”.

Seguono poi una serie di consigli, tra i quali spicca quello di allontanarsi lentamente camminando all’indietro. Mai fissare il predatore negli occhi, e in caso di orsi polari vale il famoso “fingersi morti”, che può demotivarli.

Nessun commento su Difendersi dagli animali feroci è possibile?

Potrebbe interessarti anche...

Emanuele Equitani, The Italian Supertramp, in esclusiva su Survival & Reporter

Type on the field below and hit Enter/Return to search