Il Tourniquet è un piccolo dispositivo che accompagna gli eserciti fin dall’antichità. Le prime note bibliografiche riguardanti l’utilizzo di un progenitore del tourniquet risalgono al lontano 1674, quando fu utilizzato da Etienne Morel nella battaglia delle Fiandre, ma si pensa che i primi rudimentali tourniquet vennero usati addirittura durante le campagne militari dell’Impero Romano.

Composto da una striscia di tessuto nella quale scorrono dei piccoli lacci messi in trazione dalla torsione mediante una leva centrale, il Tourniquet è in grado di esercitare una forza tale da interrompere il flusso arterioso nell’arto ferito, permettendo il totale blocco di un emorragia.

Ne esistono in commercio diverse tipologie ed innumerevoli generazioni (CAT, SWAT, NATO, SOFT-T, ecc), ma il principio di funzionamento e le modalità di utilizzo sono pressoché analoghe.

Una delle versioni maggiormente in uso, ed una delle prime ad essere sviluppate, è sicuramente il CAT (Combat Application Tourniquet), composto da una fascia larga circa 4cm, ripiegabile su se stessa per formare un loop e fissata tramite una fibbia in plastica ed una fascia velcrata ad alta tenuta, in grado di permettere uno stretto fissaggio sull’arto ferito prima dell’azionamento della leva di torsione. Raggiunta la tensione necessaria, la leva viene bloccata fra due corna di plastica chiuse a loro volta da una nastrino sul quale va annotata l’ora dell’applicazione.

Una volta stabilizzato il ferito, il tourniquet va rimosso, e sostituito con un bendaggio compressivo standard; l’esperienza sul campo afferma che il periodo massimo di applicazione del Tourniquet per non incorrere in complicazioni è di 2 ore.

Se la circolazione nell’arto non viene ripristinata entro questa tempistica, si potrebbe incorrere in danni neurologici, ischemie nell’arto e sindrome compartimentale (che renderebbe necessarie fasciotomie e, nei casi più gravi, l’amputazione dell’arto stesso).

Nella Prima Guerra Mondiale, a causa di un improprio utilizzo del Tourniquet, si riscontrò un aumento di danni neurologici e amputazioni nei reduci, è stato dato quindi un “giro di vite” alle sue applicazioni, quando non strettamente necessarie.

L’utilizzo in ambito militare è proseguito più o meno in sordina fino ai giorni nostri, dove l’evoluzione degli apparati di protezione individuale come elmetti e piastre balistiche, unito al cambiamento delle tecniche di guerriglia viste in Medio Oriente ed Afghanistan (dove IED’s,VIED’s ed attentati con l’utilizzo di esplosivi sono purtroppo stati la prassi), hanno portato ad un incremento esponenziale delle ferite da esplosione e da corpo penetrante agli arti, sia ai militari attivamente impiegati nelle campagne che a civili, obbligando un adattamento del protocollo di triage e spostando le priorità sul controllo delle emorragie massive.

L’estrema efficacia, unita ad una accorta semplicità nell’applicazione (i moderni Tourniquets sono concepiti anche per l’autoapplicazione), rendono questo piccolo dispositivo preferibile sul campo rispetto al più stabile e “sicuro” bendaggio compressivo, che rimane la procedura standard nel controllo di una emorragia ma risulta più macchinoso e difficoltoso da eseguire.

Inoltre, la risoluzione immediata permette al soccorritore di potersi dedicare agli altri parametri di controllo del paziente (controllo di vie aeree, respirazione, circolazione, ecc.) in minor tempo, non dovendo mantenere pressioni costanti o gestire metri di bendaggio a causa di un movimento imprevisto.

Per questi motivi il Tourniquet è passato da dispositivo potenzialmente dannoso, a “ultima risorsa disperata” (citando il vecchio detto “tourniquet last”) ad un prezioso alleato, vero e proprio salvavita entrato stabilmente nei kit dei soccorritori, militari e non.

L’adattamento di questo dispositivo al mondo civile richiede obbligatoriamente un training specifico, unito ad una consapevolezza assoluta delle procedure, implementate da una corretta valutazione del trauma, per arrivare alla vera e propria applicazione del dispositivo. 

Si pensi ai fatti relativi all’attentato terroristico alla Maratona di Boston nel 2013, dove nei concitati minuti successivi alla deflagrazione, sono stati applicati in totale 27 tourniquet (improvvisati e non) su amputazioni traumatiche, lesioni vascolari e gravi lesioni ai tessuti molli. Di questi meno della metà sono stati applicati da personale paramedico civile, i restanti sono stati posizionati da soccorritori militari fuori servizio e semplici passanti. Nessuno dei feriti, in questo caso, ha perso la vita.

E’ assodato che il tourniquet può davvero fare la differenza fra la vita e la morte, specialmente in tempi come questi, dove la crescente minaccia di attentati terroristici e l’instabilità estrema di certe situazioni possono cogliere di sorpresa anche il più preparato.

L’unica “pecca”, (e cosa assurda), che in un Paese come l’Italia è considerato reato la lesione personale a terzi (derivata anche dall’applicazione di tourniquet), senza qualifiche o senza far parte di enti sanitari, anche in caso di estrema necessità.