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bimestrale di survivalismo

Autore: Ilaria Pedrali

Quando in casa scopri di avere un bunker che non ti aspetti

È successo a Ostia, dove alcuni locali usati come cantine erano in realtà bunker della Seconda Guerra Mondiale. Veri e propri bunker dove rifugiarsi in caso di bombardamento. Erano stati…

È successo a Ostia, dove alcuni locali usati come cantine erano in realtà bunker della Seconda Guerra Mondiale.

Veri e propri bunker dove rifugiarsi in caso di bombardamento. Erano stati messi a punto negli anni ’20, a Ostia. Nei sotterranei delle palazzine di corso Duca di Genova, ai civici 36 e 38, infatti, l’Istituto Case Popolari edificò per la gente del posto. Eleganti palazzine, costruite su progetto dell’architetto Camillo Palmierini. Il tempo ha cancellato la memoria e quei bunker sono stati adibiti a cantine.

Ma un particolare è balzato all’occhio a un appassionato di storia che ha comprato casa recentemente in uno dei due edifici. Come spiega il quotidiano online Il Faro, che per primo ha raccontato la notizia, il nuovo proprietario, ignaro di quello che era in realtà la sua cantina, ha voluto approfondire dei murales incisi sul cemento. Le scritte, del resto, parlavano chiaro e non potevano che richiamare alla mente un preciso momento della storia italiana.

«Spezzeremo le reni alla Grecia» e «Non preoccuparti che il Duce fa ottima guardia» sono due delle scritte incise, che i residenti hanno sempre ritenuto delle goliardate. In realtà la prima è un chiaro inno alla campagna militare di Grecia, che l’Italia svolse tra il 28 ottobre 1940 e il 23 aprile 1941. La seconda scritta, invece, in parte è sbiadita perché cancellata da alcuni colpi di piccone.

All’occhio attento dello storico questi particolari non sono sfuggiti e l’uomo ha fiutato qualcosa di ben più importante e familiare. Il carattere delle scritte, dopotutto, gli ricordava qualcosa. Ha così avvertito un amico che di professione è un dipendente delle Biblioteche di Roma a Ostia. Ma soprattutto che in passato si era occupato delle ricerche condotte in un altro bunker-rifugio trovato per caso durante alcuni lavori edilizi attorno al 2000, quello celeberrimo del Palazzo dei Congressi al quartiere dell’Eur. Ecco che quelle che sembravano semplici cantine, sono in realtà un importantissimo reperto della storia d’Italia, che i residenti non sapevano di avere in casa.

 

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Gli orsetti d’acqua che ci possono insegnare la sopravvivenza

Si tratta di microscopici esseri viventi, in grado di sopravvivere all’Apocalisse. Il freddo artico fa loro un baffo, gli impatti con gli asteroidi per loro non sono un problema. Così…

Si tratta di microscopici esseri viventi, in grado di sopravvivere all’Apocalisse.

Il freddo artico fa loro un baffo, gli impatti con gli asteroidi per loro non sono un problema. Così come non è un problema la vita nello spazio. Stiamo parlando dei tardigradi, ovvero gli animali più resistenti del pianeta e dintorni. Basti pensare che nel 2007, l’Agenzia Spaziale Europea ha inviato 3.000 animali in orbita bassa attorno alla Terra ed è stato dimostrato che i tardigradi sono sopravvissuti per 12 giorni all’esterno della capsula.

Si stima che in caso di Apocalisse questi minuscoli invertebrati possano sopravvivere più di 10 miliardi di anni, superando le peggiori catastrofi cosmiche, quando la specie umana non ci sarà più. Non importa che li si congeli, che li si faccia bollire, che li si voglia lasicar morire di fame o di sete: loro sopravvivono. Possono stare 30 anni senz’acqua e cibo e resistere a temperature che vanno dai – 272 gradi centigradi ai +150.

Li ha scoperti per la prima volta Johann August Ephraim Goeze, analizzando questi microorganismi nel 1773. Anche se la paternità del nome la si deve a un italiano: Lazzaro Spallanzani. Il loro nome scientifico è Milnesium tardigradum, anche se sono ben più noti con il nome volgare di “orsetti d’acqua”, vista la loro forma molto simile a quella degli orsi.

Come afferma uno studio apparso tempo fa su Scientific Reports, i tardigradi hanno otto zampe e sono spugnosi come un orsetto in miniatura. Non hanno un sistema circolatorio o uno scheletro, e per questo possono raggomitolarsi in una modalità di iper-sopravvivenza chiamata “criptobiosi” in caso di necessità. Si muovono molto lentamente, abitando i fondali oceanici e alcuni ambienti umidi quali rocce e scogli.

In tutto esistono ben 1.200 specie di tardigradi. Alcune sono vegetariane, altre carnivore, alcune persino cannibali. Vivono su tutta la Terra, dalle cime delle montagne alle profondità oceaniche fino ai passi carrai. Alcuni sono ermafroditi, altri producono e depongono le uova senza che avvenga l’accoppiamento.

Attente analisi hanno dimostrato che i tardigradi sono animali con un genoma che pare sia stato “rubato” per il 17,5 per cento dei suoi geni da altre specie. Grazie alla scoperta delle straordinarie doti di sopravvivenza dei tardigradi, gli scienziati stanno studiando cosa nei geni dei tardigradi possa essere utile per la salute umana. In sostanza si vuole capire se si possano trasferire le tecniche di sopravvivenza di questi invertebrati per conservare i vaccini e il sangue umano. Insomma, in caso di Apocalisse la salvezza potrebbe arrivare da un pucciosissimo orsetto d’acqua.

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Survival kids. Quando i bambini possono evitare una strage

L‘autobus incendiato a San Donato Milanese per mano di un autista folle poteva essere una strage. I bambini l’hanno saputa evitare, grazie alla loro capacità survivalista La notizia ha fatto…

L‘autobus incendiato a San Donato Milanese per mano di un autista folle poteva essere una strage. I bambini l’hanno saputa evitare, grazie alla loro capacità survivalista

La notizia ha fatto il giro del mondo. Per un soffio la strage è stata evitata, e con essa le conseguenze che ne sarebbero derivate. Stiamo parlando dell’autobus carico di bambini incendiato dal 46enne Ousseynou Sy, nuovo italiano di origini senegalesi. La cronaca ha raccontato che l’uomo ha dirottato il bus su cui c’erano 51 bambini e ha tentato di dar loro fuoco. Il video della fuga dei bambini non può che lasciare sgomenti.

La strage è stata evitata grazie alla prontezza di riflessi di uno di questi bambini, che è riuscito a nascondere il suo telefono, a non consegnarlo all’autista terrorista, e ad avvertire così genitori e forze dell’ordine. Il resto è stato fatto dai carabinieri che hanno rotto a mani nude il vetro dell’autobus e permesso ai passeggeri di fuggire, mettendosi in salvo.

Nel survivalismo i bambini non sono da sottovalutare. Come spiega bene il manuale della FISSS, “Dati per vivi, istruzioni di sopravvivenza individuale e di gruppo”, redatto da Enzo Maolucci e Alberto Salza, i più piccoli sebbene siano vulnerabili, non sono deboli e hanno un ottimo controllo fisico e intellettivo dopo i sei anni. I bambini dell’autobus di San donato Milanese erano tutti quasi adolescenti. Per questo, come si legge nel manuale, “possono capire, imparare e fare qualunque cosa”, e soprattutto “possono essere una molla di sopravvivenza”.

E anche se le loro capacità di resistenza allo stress sono più limitate rispetto a quelle di un adulto, “hanno una sorprendente resistenza psicofisica”. Lo ha dimostrato il sangue freddo del bambino eroe che con la sua telefonata ha evitato una vera e propria strage.

Preziosi sono i consigli che la FISSS dà agli adulti per proteggere i bambini e renderli persone capaci di reagire alle situazioni di pericolo. In una parola, per renderli adulti consapevoli e forti. Di seguito vi elenchiamo alcune dritte preziose perché i nostri figli possano vivere in tranquillità e sicurezza, anche in tempi come quelli correnti.

  1. Motivate ai bambini le decisioni che prendete, ma siate decisi nel dare ordini.
  2. Date ai bambini un ruolo attivo alla loro portata
  3. Create un legame forte
  4. Andare al sodo, vedere la sostanza delle cose, non fare giri di parole: tre imperativi tipici della mente infantile.
  5. Coinvolgeteli per elaborare un piano di sopravvivenza.

Infine, non va sottovalutato il trauma emotivo che i bambini dell’autobus di San Donato Milanese di porteranno dietro per tutta la vita. In questo caso la FISSS suggerisce di non superare la distanza di sicurezza che i bambini creano, portandoli a noi con passi graduali, evitando di innescare meccanismi di fuga.

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Con Va’ Sentiero l’avventura è lunga 6.800 km

È l’alta via più lunga d’Italia. Un sentiero che attraversa e unisce tutto lo Stivale. Tre ragazzi stanno organizzando il trekking. Esiste un sentiero, chiamato Sentiero Italia, che si dipana…

È l’alta via più lunga d’Italia. Un sentiero che attraversa e unisce tutto lo Stivale. Tre ragazzi stanno organizzando il trekking.

Esiste un sentiero, chiamato Sentiero Italia, che si dipana per quasi settemila chilometri lungo la dorsale montuosa italiana. Attraversa tutte e 20 le regioni italiane, con 350.000 metri di dislivello e 368 tappe che passano in 6 Siti Naturali Unesco. In mezzo una incredibile varietà di paesaggi e patrimoni culturali, grazie alle centinaia di borghi antichi e spesso sconosciuti che si incontrano.

Va' Sentiero

Il Sentiero Italia, però, è molto di più. Perché è il trekking più lungo del mondo, con i suoi 6.880 chilometri, che uniscono Trieste a Santa Teresa di Gallura attraversando l’Italia minore. Realizzato negli anni Novanta grazie all’Ass. Sentiero Italia e al Club Alpino Italiano, nel corso degli anni successivi è stato dimenticato. Nel gennaio 2018 il Club Alpino Italiano ne ha annunciato il restauro integrale e, grazie all’immenso lavoro di centinaia di volontari CAI, il Sentiero Italia sta per essere riaperto.

Va' Sentiero

Il prossimo primo maggio tre ragazzi italiani, Yuri Basilicò, Sara Furlanetto e Giacomo Riccobono, inizieranno a percorrerlo, dal Friuli Venezia Giulia alla Sardegna. E per dar vita alla loro spedizione, chiamata Va’ Sentiero, hanno lanciato una campagna di crowdfounding. Servono 25mila euro. Non solo: chiunque è il benvenuto a unirsi al trekking, al grido “Esploratori di tutto il mondo, uniamoci”. Tanto che Va Sentiero vuole essere una sorta di viaggio collettivo che testimoni l’amore per la montagna e l’importanza di un approccio sostenibile alla stessa.

Questi tre avventurieri che si muovono ispirati a Walter Bonatti racconteranno la loro impresa passo passo, sul web. Cammineranno per oltre un anno: 16 mesi per la precisione. Parlando del loro progetto hanno detto: “Vogliamo promuovere un turismo sostenibile nelle terre alte, c’è anche quello di iniettare linfa vitale per le economie locali. Il Sentiero Italia potrebbe aiutare chi in montagna ci vive e non vuole lasciarla: cosa c’è di meglio di un turismo lento e consapevole per dare una nuova speranza?”. Non a caso il 2019 è l’anno del turismo lento: una preziosa opportunità per riscoprire il contatto con la natura e poterla valorizzare.

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I cinque “buchi” naturali più belli al mondo

Famosisimo il Glory Hole californiano, che però è frutto del lavoro dell’uomo. In natura esistono molti altri “buchi”. Ecco i più belli Negli ultimi tempi è balzato agli onori delle…

Famosisimo il Glory Hole californiano, che però è frutto del lavoro dell’uomo. In natura esistono molti altri “buchi”. Ecco i più belli

Negli ultimi tempi è balzato agli onori delle cronache, e dei fotografi, il Glory Hole del lago di Berryessa, in California. Un buco, anche se sarebbe più appropriato chiamarlo sfioratore, che è stato costruito nella diga di Monticello, nella contea di Napa tra il 1953 e il 1957. Un’opera di ingegneria che serve a smaltire parte delle acque in eccesso del bacino del lago quando le piogge sono abbondanti. Il vortice del Glory Hole è così straordinario che è in grado di risucchiare fino a un milione di litri d’acqua al secondo, grazie ai suoi 72 metri di diametro.

Per quanto incredibile, il Glory Hole è frutto della tecnologia. Nel mondo esistono altri “buchi” sensazionali, creati della natura, magari in seguito a eruzioni o a calamità naturali. Abbiamo scelto i più suggestivi.

La porta dell’Inferno, in Turkmenistan

Si trova nel deserto di Karakum, ed è il risultato di un incidente avvenuto per lo sfruttamento sovietico del gas, nel 1971. È un cratere talmente spettacolare, con il suo diametro di 60-70 metri e la profondità di 20, che è meta di migliaia di turisti ogni anno.

Il Great Blue Hole, in Belize

Situato a 60 miglia dalle coste del Belize, nel mar dei Caraibi, il Great Blue Hole è una enorme dolina marina, una grotta calcarea larga 400 metri e profonda 145. Si è formata durante l’ultima era Glaciale, quando il livello delle acque era più basso di quello attuale. Il primo a esplorare la zona, nel 1971, fu Jacques Yves Costeau. Oggi l’ambiente si presenta più simile a una caverna che a un fondale marino. E proprio per la sua particolarità è meta prediletta dai sub di tutto il mondo, che però non possono spingersi a profondità di molto superiori ai 40 metri.

La coloratissima Morning Glory Pool, negli Stati Uniti

È una piscina termale naturale, che sorge nel parco di Yellowstone. Ha una colorazione assai particolare, che deriva da un’alga che cresce al suo interno. Una vera meraviglia della natura, dove però l’uomo ci ha messo del suo. L’intensa tonalità di blu delle origini ha lasciato spazio a varie tonalità di giallo e di verde, per via delle continue monetine (e detriti) che i turisti vi hanno lanciato.

Il più profondo del pianeta, in Cina

Si chiama Xiaozhai Tiankeng, che tradotto suona come Pozzo celeste, ed è la dolina più grande del mondo. Sorge in Cina. Si tratta di un “buco” formatosi a causa dei ripetuti sprofondamenti di strati di calcare sempre più sottili. Le sue dimensioni sono: 626 metri di lunghezza, 537 metri di larghezza e ben 662 metri di profondità. Il suo volume è pari a 119.349.000 m³ e l’area della sua apertura è 274.000 m². Accoglie 1285 specie di piante e diversi animali rari, e nella stagione delle piogge è possibile vedere una cascata formarsi nella bocca della voragine.

Il suggestivo Makhtesh Ramon, in Israele

È un luogo unico, denso di spiritualità e carico d magnetismo. Il Makhtesh Ramon è molto più di un “buco”. È il più grande cratere naturale del mondo. Lungo 40km e largo fino a 10, ha pareti che raggiungono i 500 metri di altezza e una forma a cuore allungato.

 

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In Alaska sulle orme dei cercatori d’oro

L’avventura da 1300 km in 50 giorni di due trentini con gli sci ai piedi e slitta a traino. Si chiama TransCanada Alaska Expedition ed è la straordinaria avventura di…

L’avventura da 1300 km in 50 giorni di due trentini con gli sci ai piedi e slitta a traino.

Si chiama TransCanada Alaska Expedition ed è la straordinaria avventura di due esploratori trentini, Maurizio Belli e Fulvio Giovannini. In sci, a piedi, in, mountain bike e canoa stanno ripercorrendo l’itinerario completo dei pionieri alla corsa all’oro, attraversando, anche durante il temibile inverno polare, il Canada e l’Alaska.

Belli e Giovannini sono partiti a fine febbraio da Yukon, cittadina a nord del Circolo Polare Artico, alla volta di Anchorage, in Alaska. In totale mille e trecento chilometri, che percorreranno in un tempo stimato di 50 giorni. Sfideranno le temperature ancora rigide di questo periodo, trasportando cibo, attrezzature, tende. Dovranno proteggere il loro carico dal freddo, dagli urti e dalle abrasioni. Con loro una slitta, progettata da un gruppo di studenti del Dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università di Trento: un sofisticato mezzo capace di trasformarsi in un carretto a tre ruote.

Un percorso cominciato 25 anni fa 

La TransCanada Alaska Expedition è parte di un progetto più ampio, che corona un percorso di esplorazione del grande Nord americano iniziato 25 anni fa, sulle tracce delle antiche vie degli esploratori trentini a caccia dell’oro. Si tratta della quinta e ultima tappa del progetto «Alaska 2018/2019 Ski Walking Winter Expedition», che Maurizio Belli ha inaugurato nel 1993, quando, in solitaria, in sella ad una pionieristica mountain bike, percorse nel nord dell’Alaska i 666 chilometri che dividono Livengood da Prudhoe Bay.

In questi giorni i due esploratori sono pronti a partire sulla Ice Road Truckers, la mitica “strada di ghiaccio” della famosa trasmissione televisiva “Life Below Zero”, la strada dei grandi camion che portano il materiale alle basi petrolifere di Prudhoe Bay sul mare di Bering.

Ispirato dalla voglia ci conoscere un passato recente 

“La passione per lo sport, la vita nella natura e il sogno di viaggiare nelle terre del Nord sono stati alcuni dei fattori che mi hanno motivato ad andare in questi territori tanto affascinanti quanto inospitali” ha dichiarato Maurizio Belli. “Ciò che però mi ha ispirato maggiormente è stata la voglia di conoscere un nostro recente passato, fatto di fatiche e privazioni, cercando notizie dei pionieri emigranti trentini e italiani che, alla fine dell’Ottocento, come mio nonno, si recarono in cerca di lavoro e di fortuna in Alaska e nel gelido Nord canadese e che parteciparono alla mitica corsa all’oro”.

 

 

 

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Tutti i segnali che annunciano la fine del mondo

Dalle profezie dei Maya ai pesci nel Mar Morto l’Apocalisse pare sia vicina Cambiamento climatico o no da tempo si susseguono profezie e vaticini che preannunciano la fine del mondo….

Dalle profezie dei Maya ai pesci nel Mar Morto l’Apocalisse pare sia vicina

Cambiamento climatico o no da tempo si susseguono profezie e vaticini che preannunciano la fine del mondo. Primi tra tutti i Maya, che davano l’Apocalisse in un primo momento al 21 dicembre 2012 e poi a fine luglio 2018. Poi ci sono le per le forme di vita nel Mar Morto, fino ad arrivare alla profezia di Volt. Insomma, pare proprio che ci si debba preparare alla fine del mondo. Finora, però, tutti quanti hanno preannunciato l’’Apocalisse non ci hanno preso. Nemmeno Nostradamus, che fissava la fine del mondo alle 15.52 e 37 secondi del 24 giugno 2018. Vediamo insieme le altre profezie.

I Maya

“Moriremo tutti a fine luglio”, si diceva lo scorso anno sulla base di una delle sette profezie che i Maya hanno lasciato scolpite nella pietra. Nulla però è successo, esattamente come nel 2012, quando per il 21 dicembre benne preannunciata la fine del mondo. Ora lo studioso David S. Montaigne sostiene che quella profezia è stata male interpretata e che gli esperti hanno fatto male i calcoli. Morale: l’apocalisse predetta dai Maya dovrebbe essere il 21 dicembre 2019. Ma non è tutto: il 28 dicembre, secondo Montaigne ci sarà uno spostamento dei poli sulla Terra. Secondo lo studioso l’Armageddon sarà quest’anno, poiché la data del 21 dicembre 2012 prevista dai Maya altro non era che l’inizio ufficiale dei sette anni di tribolazione di cui si parla nella Bibbia.

I pesci nel Mar Morto

E a proposito di Bibbia, nel libro del profeta Ezechiele è scritto che nel momento in cui si dovesse riscontrare la vita nelle acque del Mar Morto, la fine del mondo sarebbe molto vicina. Alcuni mesi fa un fotografo israeliano avrebbe fotografato pesci, microrganismi e vegetazione in crescita nelle doline del Mar Morto. La salinità dell’area è del 37%, 10 volte superiore a quella dell’Oceano, ed è impossibile che ci siano forme di vita. Per questo il fotografo israeliano ha tirato in ballo la Bibbia ed evocato lo spettro dell’Armageddon.

La profezia di Volt 

Negli anni ’20, il conte Vincenzo Fani Ciotti, in arte Volt, ha affrontato la questione dell’Apocalisse in un’opera di fantascienza futurista chiamata appunto “La fine del mondo”, che fonde la narrativa dell’immaginario con teorie scientifiche e sociologiche. Ebbene, Volt fissa una data, il 2247. In quell’anno l’Italia farà parte degli Stati Uniti d’Europa, di cui Roma è la capitale. Il Partito Comunista e la Massoneria si sono alleati ed esercitano il potere dopo aver espropriato il Vaticano. In questo quadro generale, gli scienziati prospettano la fine del mondo a causa di terremoti, maremoti ed esalazioni di gas che rendono la Terra inabitabile.

 

 

 

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Una settimana dedicata all’escursionismo nell’area selvaggia più grande d’Italia

Si svolgerà dall’8 al 16 giugno al Parco Nazionale della Val Grande, grazie al Cai Il Cai, il Club Alpino Italiano, organizza la 21esima edizione della Settimana Nazionale dell’Escursionismo. In…

Si svolgerà dall’8 al 16 giugno al Parco Nazionale della Val Grande, grazie al Cai

Il Cai, il Club Alpino Italiano, organizza la 21esima edizione della Settimana Nazionale dell’Escursionismo. In tutto 24 escursioni, alcune di più giorni, curate dal Coordinamento delle Sezioni Est Monte Rosa. Tra le proposte di escursione ce n’è per tutti i gusti. Si camminerà tra Cannero e Ghiffa incontrando chiese, oratori e cappelle affrescate, si salirà tra le rocce e i castelli di Vogogna, si attraverserà l’intera Val Grande da est a ovest, tra natura avvolgente e orizzonti che non si schiudono.

E ancora si esplorerà la Val Grande esterna, con gli alpeggi tra Premosello e l’Alpe Capraga, si toccherà la vetta de La Piota (1925 metri), si percorrerà la cresta sospesa nel verde verso Cima Corte Lorenzo. Infine ci si immergerà tra storia e wilderness sul Pian di Boit e si esplorerà la linea Cadorna con ampia panoramica sulle opere militari.

Bocchetta Di Campo – Foto Mattia Moggio

Di particolare importanza la location scelta per questa 21esime edizione delle settimana Nazionale dell’Escursionismo. Il Parco Nazionale della Val Grande è l’area selvaggia più grande d’Italia,nonostante si trovi a poca distanza da grandi città come Milano. Si tratta di un’area wilderness di ritorno. Qui, infatti, si respirano millenni di storia vissuta dall’uomo tutta in salita, per coltivare, per muoversi, per ottenere faticosamente dalla montagna indispensabili risorse come pietra, legno, terra da coltivare e per i pascoli.

Il Piancavallone con la Cappelletta – Foto Mattia Moggio

Da qui passava, nel secolo scorso, la Linea Cadorna negli anni della Grande Guerra e queste montagne furono teatro poi di sanguinose lotte partigiane nel periodo della Resistenza.

Ponte Romano di Cossogno – Foto Claudio Venturini Delsolaro

Oggi la natura sta lentamente recuperando i suoi spazi,all’insegna dell’armonia e dei silenzi incontrastati. Ecco quindi che il Parco Nazionale della Val Grande ha dato il proprio supporto e contributo alla Settimana, poiché la ritiene un’importante opportunità per far conoscere ulteriormente il proprio territorio attraverso una sua frequentazione lenta e sostenibile. Sul sito è possibile iscriversi e trovare tutte le informazioni utili.

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Sincretismo religioso a S. Juan Chamula

Un viaggio alla scoperta di un luogo capace di catalizzare tutti i sensi, con il suo misticismo e la sua spiritualità. La chiesa di S. Juan Batipsta, gelosamente custodita dai…

Un viaggio alla scoperta di un luogo capace di catalizzare tutti i sensi, con il suo misticismo e la sua spiritualità. La chiesa di S. Juan Batipsta, gelosamente custodita dai devoti Tzotzil.

S. Juan Chamula: una meta irrinunciabile per chi si appresta all’esplorazione degli altipiani in Chiapas, rifugio di tanti rivoluzionari dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale del Messico. Paesino isolato tra montagne e boschi di conifere, è popolato dagli ultimi discendenti dei maya di etnia Tzotzil che vivono ancora in stretto connubio con la natura che li circonda, mantenendo vive millenarie tradizioni.

Gli uomini continuano a indossare abiti in pelliccia bianca o nera, mentre di contro le donne si avvolgono nei classici abiti in sfumature sgargianti, ed entrambi popolano la piazza centrale del paese dove si tiene il tradizionale mercato, caotico come nella migliore tradizione sudamericana.

Per continuare a leggere il reportage di Riccardo Gallino sul villaggio di S. Juan Chamula pubblicato sul numero di Marzo/Aprile 2019 di Survival & Reporter clicca qui

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Il (dis)gelo siberiano ha fermato Gregoretti

L’ultrarunner italiano ha dovuto dire addio alla Trans Kamchatka Expedition per via delle avverse condizioni meteo Più volte dalle pagine di questo blog vi abbiamo parlato della Trans-Kamchatka-Expedition 2019, che…

L’ultrarunner italiano ha dovuto dire addio alla Trans Kamchatka Expedition per via delle avverse condizioni meteo

Più volte dalle pagine di questo blog vi abbiamo parlato della Trans-Kamchatka-Expedition 2019, che vede protagonista l’italiano Stefano Gregoretti. Vi abbiamo raccontato di come le avverse condizioni meteo rendevano l’impresa ancora più dura del previsto. Ieri l’epilogo. La spedizione ha subito il definitivo stop.

Mancavano 100 chilometri in linea d’aria dalla costa est della Kamtchatka, quando Gregoretti e Ray Zahab, il suo compagno di viaggio, hanno deciso di fermare le slitte e di non proseguire nell’esplorazione dell’estrema penisola russa. Il fiume Zhupanova, a Nord-Est della capitale della regione Petropavlovsk, era una barriera per loro invalicabile non essendo gelato. Inoltre le informazioni che si potevano raccogliere da Google Earth erano troppo imprecise e approssimative e non consentivano uno sguardo totale sul territorio.

Ecco che la natura ha avuto la meglio, e il freddo siberiano che non ha però gelato i fiumi, hanno costretto i due esploratori a fermarsi a un soffio dalla fine. Un’avventura che rischiava di finire in tragedia, per l’alto rischio slavine, conseguenza del clima anomalo, e nemico da affrontare in tutte le fasi della spedizione. Il cibo razionato, poi, ha costretto i due a consumare un solo pasto al giorno, dal momento che l’avanzata subva continui stop. Troppo poco per sopportare lo sforzo necessario a proseguire nell’impresa.

Per i due esploratori, però, si tratta tutt’altro che di una sconfitta. Gregoretti e Zahab, infatti, hanno percorso 250 chilometri in totale autosufficienza a cui si sono aggiunti circa altri 50 chilometri di estenuante “avanti e indietro” per battere la pista lungo il bosco e tornare indietro a recuperare le slitte. Un traguardo ampiamente superiore alle aspettative.

“Nell’esplorazione non c’è mai una gara, non si tratta di sfidare qualcuno o qualcosa o addirittura la natura stessa. In 19 giorni abbiamo raccolto tantissime esperienze che serviranno da scuola per le prossime spedizioni o per chi, come noi, tenterà la stessa via”, sono state la parole di Stefano Gregoretti.

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