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Categoria: Blog

Waraos: il Venezuela tra canoe ed Orinoco – Survival & Reporter

Il reportage di Riccardo Gallino per il numero di Survival & Reporter in edicola Ogni numero di Survival & Reporter ospita un reportage d’eccezione.  Riccardo Gallino è un appassionato di…

Il reportage di Riccardo Gallino per il numero di Survival & Reporter in edicola

Ogni numero di Survival & Reporter ospita un reportage d’eccezione.  Riccardo Gallino è un appassionato di fotografia di reportage. Al suo attivo ha l’esplorazione di oltre 80 Paesi in tutto il globo, avendo guidato anche spedizioni come tour leader per diverse agenzie specializzate in viaggi avventurosi. Innamoratosi del contenente africano si è certificato come guida safari per paesi dell’Africa australe, perfezionandosi parallelamente anche come guida per i paesi artici. 

Per Survival & Reporter ha deciso di raccontare il suo viaggio trai Waraos del Delta dell’Orinoco. Il loro nome significa letteralmente “abitatori delle canoe”. Vivono in Venezuela, immersi nella natura del Parco Nazionale del Delta Orinoco. Un reportage firmato dal team Xtreme Xplorers, là dove il tempo si è fermato e il progresso è un fantasma lontano anni luce.

Venezuela, Parco Nazionale Delta Orinoco. Affascinante area incontaminata dal caratteristico clima umido subtropicale con temperature costantemente superiori ai 30 gradi. Coperta da savana mista a foreste ricche di vegetazione e biodiversità che si dipanano in un dedalo di canali e acquitrini tra mille ramificazioni. Qui la giungla è formata da alberi eccelsi e da un quantitativo enorme di pappagalli, rapaci, scimmie, rettili e pesci che popolano un paesaggio mai monotono, costruito dalla vegetazione che si ripete infinitamente in forme e ombre sempre diverse, perdendosi tra gallerie verdi che chiudono stretti canali o labirintici giochi di enormi radici che si allungano strenuamente sull’acqua. Continua a leggere.

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Remare e perdere il 20% del proprio peso nell’Atlantico – Survival & Reporter

Ogni anno dal 1997 si svolge la gara di canottaggio più dura al mondo. Vogatori non professionisti remano per giorni e giorni, dalle Canarie ad Antigua per beneficienza È la…

Ogni anno dal 1997 si svolge la gara di canottaggio più dura al mondo. Vogatori non professionisti remano per giorni e giorni, dalle Canarie ad Antigua per beneficienza

È la gara di canottaggio più dura al mondo. Si chiama Talisker Whisky Atlantic Challenge. Un’esperienza unica, che riesce a cambiare la vita delle persone che ne prendono parte. Si svolge su una distanza di 3.000 miglia dalle coste de La Gomera, nelle Isole Canarie, e attraversa l’Oceano Atlantico sino a English Harbour, Antigua. In tutto oltre un mese di vogate in mezzo a un mare avverso e durissime condizioni atmosferiche. 

A vincere la competizione quest’anno è stato un equipaggio olandese, che ha percorso le 3mila miglia in 34 giorni, 12 ore e 9 minuti. I nomi dei canottieri, tutti rigorosamente non professionisti, che sono riusciti nell’impresa sono: Marcel Ates, Erik Koning, Bart Adema e David de Brujin. Hanno tra i 33 e i 58 anni e di professione sono Art Director, Project Manager, apicoltore e proprietario di una fattoria. Tutti appassionati di sport acquatici.

Hanno mantenuto la prima posizione battagliando lungo la rotta con due equipaggi britannici, gli Oar Inspiring e i Nauti Boys, riuscendo a staccare gli inseguitori attesi all’arrivo a meno di 24 ore di distanza dai vincitori per una gara entusiasmante fino all’ultimo. 

La gara è stata anche un’occasione per sensibilizzare e raccogliere fondi a favore di cause benefiche. Gli olandesi hanno attraversato l’Atlantico in nome di Precious Plastic, una comunità globale che lotta contro l’inquinamento della plastica nei mari. E hanno rappresentato anche Kika, un’associazione che promuove la ricerca medica focalizzata sull’infanzia.

“La gara è stata davvero provante, più di quanto ci aspettassimo, ma ne siamo usciti assieme, come team, provando un rinnovato rispetto per l’oceano, questo enorme pista dove noi, su una piccola imbarcazione, siamo riusciti a danzare su ogni onda” ha dichiarato Marcel. E ha aggiunto: “È stata davvero un’avventura unica, di quelle che ti cambiano la vita, un’opportunità per uscire dalla quotidianità e raggiungere un traguardo incredibile, impensabile”. 

La gara, che si tiene ogni anno dal 1997, di solito dura tra i 35 e i 90 giorni. Costituisce un’esperienza unica sia sul piano fisico che su quello psicologico. Ogni giorno si consumano circa 8mila calorie al giorno in turni di due ore ciascuno di remata ininterrotta. Alla fine della competizione i canottieri hanno perso il 20% del loro peso corporeo. Un impegno incredibile, che si affianca a una notevole prova di tenuta mentale. Proprio come l’impresa che è stata portata a termine da un nuotatore in solitaria attorno alla Gran Bretagna.

Nelle tante avversità dovute alle condizioni meteo i partecipanti sono testimoni di momenti mozzafiato, a stretto contatto con la natura, immersi nella straordinaria vita marina e in tramonti spettacolari. Un viaggio alla scoperta di se stessi e della libertà, dove il coraggio e lo spirito di adattamento sono indispensabili.

All’edizione di quest’anno hanno partecipato 28 team. In totale di 88 rematori, tra equipaggi e vogatori singoli. Regno Unito, Stati Uniti, Francia, Sud Africa, Olanda, Danimarca, Australia, Nuova Zelanda, Belgio, Bermuda & Antigua i Paesi rappresentati.

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Cosa c’entra il ghiaccio che si scioglie con l’avorio? – Survival & Reporter

Lo scioglimento del permafrost siberiano sta portando alla luce un vero e proprio tesoro: l’avorio dei mammut estinti È notizia di questi giorni che in Antartide i ghiacci si stanno…

Lo scioglimento del permafrost siberiano sta portando alla luce un vero e proprio tesoro: l’avorio dei mammut estinti

È notizia di questi giorni che in Antartide i ghiacci si stanno sciogliendo più rapidamente del previsto. Le immagini satellitari hanno mostrato che negli ultimi 40 anni si è verificata una potente accelerazione dello scioglimento della calotta glaciale antartica orientale. Si tratta di quella parte di calotta che si pensava fosse meno esposta ai rischi del cambiamento climatico. Invece uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences dimostra che tra il 1979 e il 2017, la perdita annuale di massa di ghiaccio in Antartide è aumentata di sei volte. 

Non solo: gli scienziati, numeri alla mano, hanno spiegato che ogni anno dal 1979 al 1990, l’Antartide ha perso in media 40 miliardi di tonnellate di massa di ghiaccio. E che dal 2009 al 2017, la perdita è stata di circa 252 miliardi all’anno. Come se non bastasse il ghiaccio si scioglie sempre più rapidamente. 

La situazione dell’Antartide è gravissima. Ma i problemi legati allo scioglimento dei ghiacci si registrano anche dall’altra parte del Polo. Gli scienziati affermano che il permafrost si sta riscaldando un po’ ovunque nel mondo, con temperature in aumento di 0,3 gradi centigradi nell’ultimo decennio. E la Siberia pare essere la zona più colpita, con le temperature del suolo ghiacciato che sono aumentate di 0,9 gradi tra il 2007 e il 2016.

Questo innalzamento delle temperature rende il permafrost più sottile, sta riportando alla luce le zanne in avorio dei giganti preistorici sepolti. Per la gioia di chi commercia in avorio. Sebbene commercio di avorio sia vietato in tutto il mondo nel 2017 la Russia ha esportato legalmente 72 tonnellate di tale materiale. 

Si tratta dei resti dei mammut rinvenuti nel permafrost siberiano, che stanno rappresentando una vera e propria manna per l’economia della Yakuzia, dove si stima giacciano 500 mila tonnellate di avorio. Il mercato principale di esportazione è quello cinese, dove l’avorio di mammut di buona qualità viene venduto a circa 900 euro al chilo. In maniera completamente legale. 

La normativa europea proibisce il commercio dell’avorio risalente a dopo il 1990. Consente il commercio di oggetti in avorio lavorato se prodotti prima del 1947, mentre quello tra il 1947 e il 1990 può essere venduto solo con un certificato che ne attesti la provenienza. Essendo di provenienza siberiana la Cina ritiene il commercio dell’avorio rinvenuto sotto al permafrost un’alternativa “etica” a quello di contrabbando.

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Una cascata di ghiaccio nascosta, tutta da scalare – Survival & Reporter

In Valle d’Aosta due alpinisti hanno scoperto una cascata di ghiaccio che mai nessuno prima aveva scalato In Corea del Sud si è appena conclusa la stagione 2019 della Coppa del…

In Valle d’Aosta due alpinisti hanno scoperto una cascata di ghiaccio che mai nessuno prima aveva scalato

In Corea del Sud si è appena conclusa la stagione 2019 della Coppa del Mondo di arrampicata su ghiaccio. Le montagne italiane, però, non sono da meno e non hanno nulla da invidiare alle pareti ghiacciate coreane. Sì, perché se a Cheonsgong 100 ice climber provenienti da 18 Paesi del mondo si sono cimentati nello scalare difficili pareti di ghiaccio, in Val d’Aosta si può fare lo stesso

La scalata della Hidden Ice

Il Cai di Torino, infatti, ha fatto sapere che all’inizio di dicembre i due scalatori Fabio Ventre e Mirko Vigorita, della Scuola Nazionale di Alpinismo G. Gervasutti, hanno realizzato la prima salita di quella che è stata chiamata Hidden Ice. Una cascata di ghiaccio scoperta in Valnontey, nei pressi di Cogne. Mai nessuno era riuscito a salirvi in passato. Hidden Ice si trova sulla bastionata rocciosa compresa tra Acheronte e Ago di Money, e quando è formata è ben visibile dal fondovalle. 

Come riportano le guide, per accedervi bisogna salire il sentiero della Valnontey. Cento metri dopo il cartello che indica il bivio per Patrì si deve salire il margine sinistro della pietraia sulla destra orografica della valle. Arrivati in prossimità della cascata bisogna attraversare la pietraia fin quando non ci si trova nel canale sotto la cascata. E da lì comincia l’avventura.

Un’avventura che può essere tentata per un breve periodo dell’anno, dato che le cascate di ghiaccio, chiamate dagli appassionati vie effimere, si possono scalare solo per pochi mesi nel periodo invernale. Ma l’impresa si può ripetere ogni anno, poiché l’inverno successivo si ripresentano sotto forme diverse. 

Noi di Survival & Reporter abbiamo letto la relazione dei due alpinisti, e siamo rimasti affascinati da come Mirko Vigorita ha descritto le sensazioni provate durante la scalata. Scrive Mirko: 

“Sul primo tiro il ghiaccio è scarso e delicato e con qualche passo di misto facile raggiungo una dritta candela, monto una sosta a friend alla base di essa e aspetto il mio compagno. La musica da qui in avanti cambia ed è chiaro che non sarà una facile passeggiata; ad attenderci ci sono candele di 90° di ghiaccio duro e verticale”.

La scalata della Hidden Ice


Non è stata una scalata facile. I due si sono trovati più volte in difficoltà. Ma in compenso l’emozione di aver scoperto una cascata vergine hanno fatto dimenticare ogni fatica:L’entusiasmo è alle stelle: sulla parete nessuna traccia è stata trovata che potesse testimoniare una salita antecedente. Un’atmosfera magica ci circonda, siamo davvero stati i primi a battezzare questa cascata o siamo soltanto poveri illusi? Non siamo neanche arrivati all’auto che già discutiamo su un possibile nome da darle”.

L’hanno chiamata Hidden Ice, ghiaccio nascosto.  

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Polo Nord o Polo Sud? Ecco i posti più freddi del mondo – Survival & Reporter

Dall’Antartide alla Siberia una carrellata di città e luoghi dove il freddo mette a dura prova la sopravvivenza. I notiziari del meteo sembra non diano speranze: il freddo è in…

Dall’Antartide alla Siberia una carrellata di città e luoghi dove il freddo mette a dura prova la sopravvivenza.

I notiziari del meteo sembra non diano speranze: il freddo è in arrivo. Notizie dai toni allarmanti e sensazionalistici per raccontare l’ovvio: in inverno in Italia fa freddo, o almeno così dovrebbe essere. Il freddo, quello vero, però, è cosa ben diversa dalla manciata di gradi sotto lo zero che spaventano gli esperti meteo nostrani. 

Ci sono luoghi nel mondo dove la colonnina di mercurio non va ai sopra lo zero, e questo permette di preservare la calotta glaciale dell’Antartide, che costituisce la più grande riserva naturale d’acqua dolce della Terra. Rappresenta inoltre la principale sorgente fredda del complesso sistema termodinamico del nostro pianeta, oltre a essere un patrimonio naturale davvero inestimabile. 

Proprio in Antartide si è registrata la temperatura più bassa che la memoria ricordi. Era il 2013 e i termometri precipitarono a -94,7 gradi centigradi. Impossibile vivere. Ma scopriamo insieme quali sono i luoghi più freddi, abitati e non, del pianeta.

1. Stazione di Vostok, Antartide

Il primo posto spetta alla stazione di ricerche russa di Vostok, in Antartide. Qui la temperatura massima mai registrata è stata di -12,2 °C mentre la minima (a livello mondiale) è stata registrata nel 1983 e si attesta sui -89,2°C. In questa zona la calotta glaciale raggiunge i 3 700 metri di spessore all’interno del territorio antartico australiano. Vi abitano 25 persone, in dodici edifici che in totale occupano un’area di circa 2,5 chilometri quadrati. Per rendere operativa la base ogni anno servono 170 tonnellate di carburante e 400 metri cibi di acqua che si ottengono per scioglimento della neve. 

Base Vostok, Antartide

2. Oymyakon, Siberia

Insieme a Verchoyansk e Tomtor si contende ogni anno il primato del posto abitato più freddo del pianeta. Si trova in Yakuzia, regione nord occidentale della Siberia. A Oymyakon nel 1919 pare si siano registrati -83 gradi centigradi anche se il dato non è ufficiale perché pare che i termometri si ruppero. Alcuni affermano che la temperatura minima del villaggio sia di -69,9 °C. Di sicuro c’è che l’anno scorso le temperature hanno toccato, a gennaio, i 67,8 gradi sotto lo zero. A Oymyakon, paesino nato nel 1640, vivono tra le 500 e le 800 persone. 

Oymyakon, Siberia

3. Dome Fuji, Antartide

Conosciuto anche come Dome F o Valkyrie Dome, il Dome Fuji è la sede di una stazione di ricerca giapponese. Le condizioni meteo qui sono piuttosto secche e ricordano un deserto freddo. Raramente si sale sopra i 30 gradi sotto lo zero, ma si può arrivare anche a -80. Dome Fuji è abitata solo d’estate dai ricercatori. È localizzata a una latitudine di 77°19 sud e a una longitudine di 39°42′ est, a un’altitudine di 3.810 metri. È uno dei luoghi più freddi della Terra grazie alla sua elevata altezza e posizione sull’altopiano antartico. L’area è così fredda, infatti, che le precipitazioni precipitano in superficie come cristalli di ghiaccio.

Dome Fuji, Antartide

3. Snag, Canada

Questa località del Canada sorge a circa 30 km dall’Alaska. Gli inverni a Snag sono molto lunghi e freddi, con cielo sereno e limpido ed in quasi totale assenza di vento. Il mese più freddo è gennaio, anche se il record del freddo si è registrato il 3 febbraio 1947, alle 7 del mattino, quando il termometro segnò -65 gradi centigradi.

Snag, Canada

4. Hulan Bator, Mongolia 

La capitale della Mongolia non solo rientra di diritto tra le città più fredde del pianeta. Con la sua temperatura media di 25 gradi sotto lo zero, con punte di -49, è la capitale più fredda del mondo. Sorge a 1.350 metri sopra il livello del mare e il suo clima è di tipo sub artico, con condizioni che rendono il terreno perennemente gelato in qualunque stagione dell’anno (Permafrost). In inverno la massima difficilmente va sopra i meno 16. 

Ulan Bator, Mongolia

5. Eureka, Canada

Con i suoi 17 chilometri quadrati di estensione e i suoi 15 abitanti, Eureka è una stazione meteorologica munita di aeroporto. È uno dei tre insediamenti presenti nell’isola di Ellesmere, la più a nord dell’arcipelago artico canadese. La stazione venne istituita nel 1947 per condurre studi in campo meteorologico e registra una temperatura media annuale di circa -20 gradi centigradi. In inverno, però, si arriva tranquillamente a meno 40. 

Eureka, Canada
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Fox forest. Modernizzare un coltello vintage

Il Fox Forest à un classico coltello fulltang da caccia dal design inconfondibile, punta acuminata, lama da 16 cm spessore 4mm in acciaio 440.La versione “survival” è dotata fodero misto…

Il Fox Forest à un classico coltello fulltang da caccia dal design inconfondibile, punta acuminata, lama da 16 cm spessore 4mm in acciaio 440.La versione “survival” è dotata fodero misto cuoio/sintetico con tasca che ospita la pietra per affilarlo e, venendo commercializzata tra gli anni 80 e 90, come tutte le lame del periodo d’oro del survival in Italia è provvisto dell’immancabile dorso seghettato.

Per quanto mi riguarda il coltello è il giusto compromesso tra peso/leggerezza, lunghezza della lama e dimensioni delle mie mani, quindi trova sempre spazio nello zaino in qualsiasi escursione, e per i lavori più gravosi si passa direttamente all’accetta. Come lama da survival oggi esistono soluzioni molto più performanti, ma avendomi accompagnato un po’ ovunque nel mondo senza mai deludermi non ho ancora sentito il bisogno di relegarlo a una meritata pensione.

La lama ha retto bene questi 25 anni e non ha mai avuto necessità di essere affilata da un arrotino, rimanendo efficiente anche solo con manutenzione casalinga. La ridotta sega sul dorso ormai è passata di moda, ma io continuo a trovarla utile per produrre velocemente segatura da usare come esca, oppure per ricavare intagli precisi per piccole costruzioni in legno secondo le tecniche froissartage.

Qualche upgrade mi sono sentito comunque di farglielo, senza andare a intaccare il suo fascino vintage. Il manico è stato ricoperto con qualche metro di paracord, utile anche per migliorare la grip. Altro metro di paracord (nella versione dotata di filamento centrale infiammabile uso esca) è andato a sostituire la stringa di cordino originale, per fissare saldamente il fodero alla gamba.  Questo paracord risulta particolarmente utile quando necessita un metro di corda subito disponibile, senza stare a srotolare quella sul manico.

La tasca nel fodero è stata leggermente scucita per allargarla senza comprometterne la robustezza, ricavando spazio per un minikit di sopravvivenza alloggiato in una banale scatoletta di plastica porta chiodi da ferramenta, e sul fondo ho alloggiato una piccola torcia a led lunga esattamente come la larghezza della tasca stessa. A lato della scatola si riesce agevolmente a infilare un robusto acciarino, e rimane spazio per un  economico neck knife per lavori di fino dove la lama principale risulta troppo ingombrante.

Nello spazio libero sul fodero ho aggiunto elastici utili per connettere eventuali accessori (per quanto cerco di evitare di trasformare sia foderi che zaino in “alberi di natale” ambulanti, fissando fuori troppa roba traballante) oppure per riutilizzarli per legature, fionda ecc

Il minikit nella scatoletta contiene :qualche fiammifero impermeabilizzato con la cera, un’esca in cotone, delle spille da balia e ago, una micro cyalume, ben due metri di nano-cord, un foglio di alluminio per costruire contenitore d’emergenza , segnalazioni ecc, due pasticche depuratrici micropur, pillpack (antidolorifico+antibiotico a largo spettro), una lama taglierino, un chiodo, l’immancabile bussola, un fischietto, una bustina di Celox in polvere, del disinfettante in bustina, 10 cm di cerotto in nastro ripiegato, 15 cm di nastro americano piegato ed infine una matita ed un foglietto di carta.

Di Riccardo Gallino

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La pasta ideale per i prepper – Survival & Reporter

Una catena americana ha messo in commercio un secchio di pasta precotta che è andato a ruba tra i prepper. Scadrà, infatti nel 2039. Un sacco da dodici chili di…

Una catena americana ha messo in commercio un secchio di pasta precotta che è andato a ruba tra i prepper. Scadrà, infatti nel 2039.

Un sacco da dodici chili di pasta precotta al formaggio con scadenza tra vent’anni. Nel 2039. A metterlo sul mercato è la grande catena americana dell’ingrosso Costco, che ha prodotto il formato extralarge del popolarissimo “mac and cheese”, i maccheroni al formaggio. La confezione, un secchio per l’appunto, che ricorda più che altro i bidoncini che contengono la calce per imbiancare i muri. Al suo interno i due principali ingredienti sono separati, in modo da poterli mischiare solo una volta aperto il secchiello di plastica. 

Il secchiello da 12 kg di pasta precotta al formaggio

In totale questi 12 chili di pasta precotta equivalgono a 180 porzioni. Sono in vendita al costo di 89 dollari e 99 centesimi: su per giù 78 euro. Se si fanno due conti è facile capire che un piatto di pasta costa circa 40 centesimi. Scadendo tra 20 anni, la pasta in questione due 14 anni in più rispetto a una qualsiasi altra lattina di cibo a lunga durata. A patto però che venga conservata in ambiente fresco e secco. Come quello che si trova in un bunker. Ecco perché il mac and cheese potrebbe essere il pasto perfetto per i prepper e i survivalisti che si preparano alla fine del mondo e stanno allestendo i loro rifugi.

Il maxi formato è andato esaurito anche online

In America i prepper hanno fiutato l’affare e hanno letteralmente fatto andare a ruba i secchielli di maccheroni al formaggio. Secondo quanto riferiscono le riviste quali People, il prodotto non solo non si trova sugli scaffali dei supermercati, ma anche online è esaurito. Per il riassortimento bisognerà aspettare un po’. Ma la stessa società che produce il mac and cheese, e lo ha inserito tra gli alimenti di emergenza, ha iniziato a vendere anche la Nutella in secchi da quasi sette libbre. I prepper che non sono riusciti ad accaparrarsi la loro scorta di pasta possono optare per il dessert. Almeno nell’attesa.  

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GoZandoGo, per tornare a Bergamo da Capo Nord via Ulan Bator – Survival & Reporter

Davide Zandonella, il 23enne bergamasco che da otto mesi sta girando in bici per il mondo Un briciolo di follia, o forse un po’di più in questo caso, è il…

Davide Zandonella, il 23enne bergamasco che da otto mesi sta girando in bici per il mondo

Un briciolo di follia, o forse un po’di più in questo caso, è il sale della vita. Forse non per tutti è così, ma per Davide Zandonella la follia che si cela dietro all’avventura estrema è stata di sicuro la molla che gli ha permesso di intraprendere il suo viaggio. In bici e in solitaria. Da Bergamo a Capo Nord, con il ritorno via Mongolia. 

Direzione Mongolia per Davide Zandonella

Tutto è cominciato quasi un anno fa. Davide ha deciso di lasciare il lavoro e partire. “Facevo il cuoco e insegnavo chitarra, avevo tutto, ma sentivo che qualcosa mi mancava: avevo il desiderio di viaggiare in questo modo da anni” ha raccontato al quotidiano locale di Bergamo che lo ha raggiunto telefonicamente mentre era in Grecia, a dicembre. 

Un viaggio bizzarro, uno di quelli che piacciono a Survival&Reporter, certamente frutto di un grande desiderio di libertà. Sulla pagina facebook creata per seguire l’impresa, è lo stesso Zando come lo chiamano gli amici a spiegarlo. “È da 20 anni che provano inutilmente a inculcarmi che il modo più rapido per congiungere due punti è una semplice linea retta. Schiere e schiere di professori dalle elementari fino al liceo si sono susseguite nel ricoprire l’ingrato compito, ma evidentemente non c’è stato nulla da fare. Sta roba proprio non vuole entrarmi in testa!”.

E ancora: “Per compiere il percorso Casa-Capo Nord e Capo Nord-Istanbul, che Google maps stima attorno agli 8000 km, ne ho percorsi finora 18000, e ancora di Istanbul non ho visto neanche l’ombra! In compenso 21 paesi europei attraversati, 7 mesi di viaggio e un’infinità di incontri, avventure, momenti belli e brutti, ma sicuramente ricchi, densi e autentici come mai ne avevo sperimentati prima!”. 

Davide Zandonella

Una volta raggiunto Capo Nord in bicicletta da Bergamo, infatti, la normalità sarebbe stata quella di fare ritorno a casa. In un certo senso è quello che Davide Zandonella sta facendo, anche se allungando il percorso. Perché il suo obiettivo è quello di raggiungere la Mongolia. 

La meta è ancora lontana, sono migliaia i chilometri ancora da macinare. Su per giù 18mila per la precisione. Moltissime le avventure e gli imprevisti da vivere. Ma il 6 gennaio, nel varcare il confine con la Turchia Davide ha fatto il su primo bilancio.  “Esattamente ad 8 mesi dall’inizio del viaggio, dopo aver percorso 19125 km in Europa, avere attraversato 23 nazioni e averne conosciuto le genti più interessanti e le culture più strane, ecco che finalmente ho varcato il confine che rende il mio viaggio, a tutti gli effetti, intercontinentale! E non poteva che essere sotto una tempesta di neve! Ormai è il mio elemento! Finiti i primi 250 giorni di riscaldamento, ora si inizia a fare sul serio! Asia, a noi due… Sono curioso! Cheers!”. 

Le prossime tappe, prima di giungere a Ulan Bator, sono Cappadocia, i paesi del Caucaso, Iran e poi gli ex stati sovietici, scalando anche il Lenin Peak, montagna di 7.000 metri che sorge in Kirghizistan. Oltre all’attrezzatura Davide ha messo in conto 5 euro al giorno per mangiare. Ma il percorso in origine prevedeva solo l’arrivo a Capo Nord. Ora conta sul crowdfounding per portare a termine la sua impresa, e sull’ospitalità delle persone che incontrerà lungo il suo cammino. 

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Intervista a Valentina Durio – Survival & Reporter

Survival & Reporter ha intervistato Valentina Durio, due volte campionessa del mondo, e campionessa italiana, di Sleddog. Lo Sleddog è la slitta trainata da una muta di cani e il…

Survival & Reporter ha intervistato Valentina Durio, due volte campionessa del mondo, e campionessa italiana, di Sleddog.

Lo Sleddog è la slitta trainata da una muta di cani e il Musher è il conducente della slitta. Forse pochi di voi avranno sentito parlare di questo sport. Valentina Durio è stata due volte campionessa del mondo e da novembre è campionessa italiana di questa disciplina.

Valentina Durio due volte campione del mondo e campionessa italiana di Sleddog

Noi di Survival & Reporter l’abbiamo incontrata e ci siamo fatti raccontare in cosa consiste lo Sleddog. Siano partiti dalla distinzione tra Musher e handler, per arrivare all’importanza del rapporto tra l’uomo e il cane.

Valentina Durio e i suoi cani

Abbiamo così scoperto che lo Sleddog è un’avventura condivisa con dei fedeli amici, che non servono molte parole ma basta la fiducia reciproca. Ma Valentina ci ha raccontato molto altro, in un’intervista da non perdere, che apre in bellezza il 2019 di Survival & Reporter.

Per leggere l’intervista completa a Valentina Durio clicca qui.

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Ross Edgley, il primo uomo che ha circumnavigato la Gran Bretagna a nuoto – Survival & Reporter

Ross Edgley ha nuotato per 157 giorni consecutivi, percorrendo quasi tremila chilometri e incontrando squali e meduse Quella di Ross Edgley è un’impresa che rimarrà nella storia. Mai nessuno prima di lui, nemmeno i più…

Ross Edgley ha nuotato per 157 giorni consecutivi, percorrendo quasi tremila chilometri e incontrando squali e meduse

Quella di Ross Edgley è un’impresa che rimarrà nella storia. Mai nessuno prima di lui, nemmeno i più esperti in fatto di survivalismo, aveva circumnavigato la Gran Bretagna a nuoto. Un’impresa così grossa che a due mesi dal suo compimento lo stesso nuotatore ha dichiarato di aver dovuto re-imparare a camminare. Sì, perché in totale questo 33enne di Grantham, in Lincolnshire, ha nuotato per 157 giorni consecutivi

In tutto ha percorso 2882 chilometri, senza pinne né boccaglio. Una distanza pari a quella che separa Mosca da Londra. Ha mangiato 610 banane, bevuto 314 lattine di Red Bull, è stato colpito da 37 meduse. In alcune giornate ha nuotato anche per 12 ore di fila, compresa la notte. In altre si è riposato su un catamarano che lo accompagnava e ha documentato le fasi salienti della sua impresa per poi trasmetterle su un videoblog.

La sua avventura è cominciata lo scorso primo giugno, e si è conclusa cinque mesi dopo. È partito dal porto di Margate, nel Sudest dell’Inghilterra, e qui è tornato dopo aver nuotato in senso orario facendo il giro di tutta la Gran Bretagna.

Ha sfidato tutto e tutti. La frase più ricorrente che si è sentito dire prima di intraprendere la sua storica impresa era “non è possibile”, e a seguire una serie di motivazioni: le acque della Gran Bretagna sono troppo fredde, le correnti troppo forti. 

Lui non ha ascoltato nessuno e si è letteralmente buttato, riuscendo nell’impresa. Non sempre è stato facile: un giorno, in prossimità della Scozia, ha avuto un faccia a faccia con uno squalo. Un’altra volta, nel golfo di Bristol, una balenottera lo ha notato e, incuriosita, lo ha accompagnato per una decina di chilometri.

Nonostante consumasse tra le 10 mila e le 15 mila calorie al giorno, i cinque mesi di circumnavigazione hanno regalato a Ross ben 10 chili in più.

Ross Edgley al suo arrivo al porto di Margate

Ora che è tornato alla vita sulla terraferma Ross Edgley confessa che il riadattamento non è dei più facili. “Ho dovuto tornare a imparare a camminare, perché i legamenti e i tendini avevano dimenticato il modo di funzionare”. Quando si riposava sul catamarano non faceva più di cinque metri al giorno, tanta era la distanza dalla doccia al letto, fino alla cambusa. 

Quando ha toccato terra, coronando il suo sogno e entrando così nella storia, al porto di Margate c’era una folla di ammiratori ad attenderlo, e tra loro c’era anche l’esploratore Ed Stafford, il primo uomo che ha percorso a piedi l’intero Rio delle Amazzoni. 

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