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Tag: avventura

La This Is Vertical Race torna in Alta Valle Seriana

Per il secondo anno consecutivo a Valgoglio si terrà la gara più proibitiva delle Orobie. Sui monti dell’Alta Valle Seriana, in provincia di Bergamo, stanno cominciando i preparativi per l’evento…

Per il secondo anno consecutivo a Valgoglio si terrà la gara più proibitiva delle Orobie.

Sui monti dell’Alta Valle Seriana, in provincia di Bergamo, stanno cominciando i preparativi per l’evento che si svolgerà il prossimo 13 ottobre. È una corsa riservata a chi non soffre di vertigini, dato che la This Is Vertical Race è la gara verticale con le pendenze più proibitive delle Orobie.

Mille metri di dislivello condensati in soli 1.800 metri di sviluppo metteranno a dura prova i più forti grimpeur del panorama nazionale. A Valgoglio si contenderanno il titolo della Federazione italiana di skyrunning, che ha designato la competizione bergamasca quale prova unica di campionato italiano della specialità vertical kilometer per le categorie dalla Youth alla +65.

“Il percorso, da veri gourmet dell’only-up, resta confermatissimo – spiega Manuel Negroni, a capo del comitato organizzatore -. Dalla centrale Enel di Aviasco, poco sopra l’abitato di Valgoglio, si inerpica la traccia – ben segnalata – che sale per mille metri di dislivello fino a quota 1980 m slm del crinale, altamente panoramico, che divide la famosa Val Sanguigno dalla altrettanto conosciuta (in ambito escursionistico) zona dei laghi”.

Ad aggiudicarsi il podio lo scorso anno furono i trentini Patrick Facchini ed Elena Nicolini, ambedue portacolori del team La Sportiva, rispettivamente fermando le lancette sul tempo di 34’22” e 46’42”. I primati cronometrici della This Is Vertical Race appartengono invece a Marco Moletto – 33’18” – e Beatrice Deflorian – 41’56” – .

Gli scalatori puri, gli skyrunner che accorciano le distanze a fine stagione, gli scialpinisti pronti per la neve… tutte categorie di atleti che debbono evidenziare in agenda la data della cronoscalata. Domenica 13 ottobre, This Is Vertical Race, Valgoglio, Bergamo. Save the date. A proposito, le iscrizioni apriranno il 1 luglio sul portale picosport.net

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Gorilla tracking nella nebbia

Ci si muove lenti lungo un sentiero dalla moderata pendenza ma scivoloso, dipanandosi nella nebbiolina che avvolge tutta la foresta a 2000 metri di quota, con flebili raggi di sole…

Ci si muove lenti lungo un sentiero dalla moderata pendenza ma scivoloso, dipanandosi nella nebbiolina che avvolge tutta la foresta a 2000 metri di quota, con flebili raggi di sole che filtrano tra il denso fogliame a ricordarci che l’alba è ormai giunta. Per addentrarsi nel parco di Bwindi in Uganda è necessario partire dall’ultimo centro civilizzato di Kisoro in piena notte, percorrendo un paio di ore tra tortuose strade sterrate di montagna, stipati in scomodi fuoristrada arrivando ancora avvolti dal buio al gate dove si tengono i briefing per i visitatori. Il parco è soprannominato “foresta impenetrabile” e impenetrabile lo sarebbe davvero senza l’ausilio dei Rangers che ci guidano aprendosi un percorso  nella vegetazione di imponenti alberi di mogano e fitti bambù, armati di AK come difesa contro gli animali potenzialmente aggressivi perché colti di sorpresa dal nostro arrivo,  ma necessario deterrente anche per le formazioni paramilitari ribelli che talvolta sconfinano dal vicino Congo con intenzioni ben poco amichevoli, come testimoniato dall’eccidio di un gruppo di guide e turisti nel 1999.Il cammino lungo il sentiero appare inizialmente non così impegnativo per chi possiede un minimo allenamento, ma nel momento in cui ci si illude che l’esplorazione avventurosa dei monti Virunga sia solo un retaggio del passato il ranger comincia ad aprire con il panga un nuovo tracciato nel fitto della vegetazione, calandosi lungo una ripida discesa. E’ necessario aggrapparsi ai rami sporgente di qualsiasi albero per evitare rovinose cadute, evitando di toccare però la corteccia della snella Hagenia abyssinica, che tenderebbe a sgretolarsi benché sia molto spessa: facile riconoscerla grazie alle sue foglie di 40cm e ai suoi fiori dalle sfumature di arancio da cui i locali ricavano da sempre un potente antielmintico.

Il timore più grande è di scivolare fuori dal percorso già battuto dalle guide, mettendo il piede dove non si dovrebbe: la maggior parte dei serpenti ha già percepito le vibrazioni sul terreno che annunciano il nostro arrivo e si è defilata per tempo, ma ci vuole altro per far smuovere dal suo torpore la temibile vipera del Gabon (Bitis gabonica). La sua stazza tozza e le dimensioni ragguardevoli la costringono a movimenti lenti, ma di contro è forte del vantaggio tattico dato dalle sue zanne da 5 cm armate di veleno misto citotossico/emotossico , il tutto racchiuso in un manto perfettamente mimetizzabile nella vegetazione, composto da disegni di sorprendete regolarità geometrica che le fanno giustamente meritare l’appellativo di morte vestita a festa.

Con il procedere della giornata comincia a farsi opprimente il caldo, veicolato non tanto da un sole che rimane seminascosto dietro un ombrello verde chiaramente impenetrabile, quanto piuttosto dalle foglie fradice, dai tronchi degli alberi, dal viscido humus che imprigiona ogni passo e che genera una cappa di umidità che satura ogni respiro. Inevitabilmente lungo il percorso si finisce grondanti di sudore, ricoperti di fango e foglie, azzoppati dal fiatone, assetati e martoriati dai graffi delle spine che si insinuano anche nel profondo dei guanti, come pure dalle voraci formiche che riescono a superare la barriera di ghette e calzettoni. I Rangers seguono le indicazioni via radio dai loro colleghi tracciatori, fino ad arrivare in una radura dove, dopo aver ordinato di fare assoluto silenzio e di deporre zaini e abbigliamento dai colori troppo sgargianti, indicano l’obbiettivo del nostro faticoso peregrinare nella foresta impenetrabile: a pochi metri si svela tranquillo nell’ombra un gruppo familiare di maestosi Gorilla di montagna (Gorilla b. beringei). Lo stupore anche dell’animo più imperturbabile viene immancabilmente soppiantato dalla commozione, trovandosi al cospetto di questi mammiferi che con noi probabilmente condividono non solo il 98% del patrimonio genetico, ma anche una larga parte di emozioni che traspaiono silenziose dai loro occhi dall’umana lucidità.

Sembra di trovarsi catapultati in un mondo irreale che improvvisamente diventa silenzioso, privato dei rumori della foresta, con i sensi che vengono catalizzati solo dai rumori di rami spezzati da queste sagome imponenti, dal pelame scuro ma lucente nel suo riflesso azzurrognolo, dai loro movimenti lenti che , anche quando si alzano improvvisamente per battersi il petto sulle gambe corte e leggermente storte, riescono a incutere un attimo di terrore che però sa tanto di bluff. Gli individui adulti, progressivamente abituati alla presenza umana, sono infatti tendenzialmente miti, e continuano indisturbati a sgranocchiare foglie sotto lo sguardo vigile del maschio dominante silverback dalla schiena argentea, quasi indifferenti totalmente alla nostra presenza nonostante ci si trovi a stretto contatto.  I piccoli non nascondono invece il loro interesse verso i visitatori alieni, provando ad avvicinarsi senza timore con quella innocente curiosità propria solo dei bambini, per poi venire tenuti a debita distanza dai Rangers. Siamo di fronte al gruppo familiare composto da 6 elementi denominato Bweza, uno dei cinque visitabili nel parco, oltre ai tre a disposizione solo di studiosi naturalisti e al paio ancora completamente libero e mai approcciato.

I visitatori ammessi alla visita dei gorilla sono limitati a poche migliaia durante l’anno con lunghe liste d’attesa per limitare l’ingresso, e possono rimanere a contatto con gli animali per meno di una sola ora, con accesso interdetto a chiunque sia affetto anche da un banale raffreddore, che per i grandi mammiferi potrebbe però risultare fatale. Sono misure che cercano di preservare un ecosistema già da troppo tempo martoriato dai conflitti tra le varie etnie o dai risaputi fenomeni di bracconaggio a scopo alimentare, rituale o commerciale che ha abbattuto la popolazione delle varie specie di gorilla a poche centinaia in tutta l’Africa, come pure dalla deforestazione orientata alla creazione di aree più agevolmente coltivabili con bananeti. Per vivere questa esperienza toccante incontrando i giganti buoni e tolleranti la levataccia mattutina, la fatica, i rischi e la camminata in condizioni ambientali difficili sono un  necessario prezzo da pagare…oltre al costoso biglietto d’accesso al gorilla trek che supera ormai i 600usd/pax e che si spera venga effettivamente utilizzato dall’ente parchi ugandese per la conservazione di questi primati, meravigliosi ma indifesi prigionieri nel loro fragile areale sconvolto da sempre dalle guerre e dall’avidità degli umani.

 

Di Riccardo Gallino

Guida  Africa Field Guide Association n. 281

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Mille triatleti alla Oakley TriO di Sirmione

Luca Facchinetti e Giorgia Priarone si aggiudicano la seconda tappa del circuito Volkswagen TriO Series. Ancora una volta è stato il fascino del Castello Scaligero e del lungolago gardesano al…

Luca Facchinetti e Giorgia Priarone si aggiudicano la seconda tappa del circuito Volkswagen TriO Series.

Ancora una volta è stato il fascino del Castello Scaligero e del lungolago gardesano al tramonto a fare da perfetto sfondo alla finish line dei 1.000 triatleti impegnati nell’Olimpico Silver di Oakley TriO Sirmione, seconda tappa del circuito Volkswagen TriO Series, organizzato da TriO Events e Volkswagen.

Nonostante le condizioni meteo incerte fino alla partenza, che hanno portato al cambio di tracciato per la frazione di nuoto, la competizione ha potuto contare su un clima ideale e ha visto grande protagonista il 707 Triathlon Team. Per la squadra, gradino più alto del podio maschile e femminile con le ottime prestazioni del romagnolo Luca Facchinetti (1h45’06’’) e della piemontese Giorgia Priarone (1h59’52’’), al suo primo olimpico. “Dopo un buon avvio di stagione sin da maggio – ha dichiarato il vincitore Luca Facchinetti – ho vissuto alcune settimane difficili a causa di un black out fisico. È un percorso in salita ma sono pronto per affrontare in Olanda la Coppa Europa. L’obiettivo è rientrare nel circuito mondiale”.

Gli fa eco la vincitrice Giorgia Priarone: “Sono riuscita a condurre la competizione in solitaria perché in bici mi sentivo davvero bene, volevo provare a fare 40 km a cronometro per poi tirare il più possibile nella frazione di corsa. L’obiettivo era testare la mia condizione visto che è il mio primo olimpico”.

Il percorso dell’Olimpico Silver

Causa condizioni meteo, cambio di percorso nella frazione di nuoto (1.5km), con lo spostamento della star line su Piazzale Porto. I triatleti hanno affrontato il nuovo tracciato, definito da quattro boe, interamente nella darsena per poi, usciti dall’acqua, raggiungere la T1 sul Lungolago Diaz. Recuperate le bici, al via la frazione di ciclismo (40km) che, dopo un primo tratto di 4 km, li ha portati a lasciare il centro di Sirmione per raggiungere in 8 km l’entroterra gardesano. Da Pozzolengo è partito un anello di 15 km che, lambendo Monzambano, si è nuovamente ricollegato a Pozzolengo, sul tratto iniziale. Al rientro a Colombare di Sirmione la zona cambio T2, in via Montello, da cui è partita la frazione di corsa (10km) con un avvicinamento di 5 km verso l’arrivo presso il centro di Sirmione. Sul finale i partecipanti sono stati impegnati in un percorso multilap, da effettuare 2 volte, fino alla finish line su Piazzale Porto.

Anche Oakley TriO Sirmione plastic free

Grazie alla sinergia tra TriO Events e Culligan grande attenzione al territorio. Anche a Sirmione bandita la plastica con la fornitura da parte dell’azienda di acqua potabile, prelevata dalla rete acquedottistica, e trattata dai suoi impianti Aquabar con bicchieri di cellulosa riciclabili al 100%. Materiali biodegradabili anche al pasta party a conclusione dell’evento.

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A 10 anni conquista El Capitan ed entra nella storia

Selah Schneiter è la persona più giovane ad aver mai conquistato la vetta di El Capitan È uno dei monoliti più temuti dagli scalatori più esperti, per via dei ripidi strapiombi…

Selah Schneiter è la persona più giovane ad aver mai conquistato la vetta di El Capitan

È uno dei monoliti più temuti dagli scalatori più esperti, per via dei ripidi strapiombi delle sue pareti. Così non è stato per Selah Schneiter. Questa ragazzina di soli 10 anni è riuscita ad arrivare in cima ai 950 metri di El Capitan scalando The Nose, la sua via più famosa.

Un’impresa eccezionale, che di diritto fa entrare Selah nella storia del climbing. Altri ragazzini in passato sono riusciti ad arrivare in cima, ma nessuno era giovane come lei. Nel 2001 Scott Cory, allora 11enne, scalò The Nose due volte. Nello stesso anno, anche Tori Allen, 13 anni, salì la via. E alla fine dello scorso anno, la via è stata scalata in libera da Connor Herson, 15 anni.

Selah ha effettuato la scalata con il  padre Mike Schneiter (esperto scalatore) e l’amico Mark Regier, in un tentativo che li ha tenuti impegnati sulla parete per cinque giorni. Per la famiglia Schneiter l’arrampicata è parte della loro vita. Furono proprio le ripide pareti di granito di El Capitan che fecero innamorare i genitori di Selah, 15 anni orsono. E la piccola ha cominciato a frequentare la valle di Yosemite quando aveva solo otto settimane di vita. A sette anni saliva già vie di cinque tiri.

Per prepararsi alla salita di The Nose Selah ha dovuto imparare manovre di corda, come fare pendoli e adattarsi alla vita in portaledge e non si pensi che abbia fatto solo il passeggero. La Schneiter infatti ha salito da prima la partenza (Pine Line, una piccola variante dell’attacco originale, il punto di passaggio dal Texas Flake al Boot Flake ed il tratto finale dall’albero alla cima.

“È stata la prima volta che ho pianto di felicità”, ha detto la bambina, che ha una volta ridiscesa ha voluto festeggiare con una pizza. “Non riesco a credere che ce l’ho fatta. Il nostro motto era ‘Come si mangia un elefante? A piccoli morsi’”. Selah adesso pensa di convincere il fratellino, che ha 7 anni, a emulare la sua scalata. 

 

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Non è mai troppo tardi per attraversare la Russia in bicicletta

Francesca Filippi, 69 anni e 9 mila chilometri in bici da Mosca a Vladivostok I chilometri percorsi dono già più di 1.500 ma il traguardo è ancora lontano per Francesca…

Francesca Filippi, 69 anni e 9 mila chilometri in bici da Mosca a Vladivostok

I chilometri percorsi dono già più di 1.500 ma il traguardo è ancora lontano per Francesca Filippi. Questa signora romana di 69 anni ha deciso di attraversare da sola in sella alla sua bicicletta la Russia. È partita lo scorso 26 maggio da Mosca e la sua meta finale è Vladivostok. Il tempo previsto è di 90 giorni e il percorso è quello della Transiberiana.

Francesca Filippi ha dedicato la sua vita allo sport, nella continua ricerca dei propri limiti e di come superarli. Al suo attivo ci sono già numerose avventure cicloturistiche al limite dell’impossibile, in Cina, Irlanda, Ungheria, Austria, India e Lituania. Il progetto che la vede in sella alla sua bici nelle terre russe si intitola Conoscere per Comprendere.

Obiettivo Natura

Nelle intenzioni di Francesca, come lei stessa ha spiegato, c’è l’intenzione di effettuare ogni giorno di viaggio un gemellaggio tra un’entità fisica e\o giuridica italiana con una nel territorio russo. Un gemellaggio che potrebbe concretizzarsi in uno scambio di comunicazione o, ancora meglio, ospitalità. Già nel 2017 ha intrapreso un progetto simile, partendo da Teramo per raggiungere Capo Nord. In quell’occasione ha gemellato il ghiacciaio più a sud d’Europa (il Calderone) con quello più a Nord in Hammerfest, al cui sindaco Francesca ha consegnato una targa con incastonata una pietra del ghiacciai situato sul Gran Sasso.

Perché Francesca Filippi oltre a essere una vera sportiva, è anche una grande appassionata di natura. Non a caso è ambasciatrice del Parco Nazionale del Gran Sasso Monti della Laga nel mondo. E nella sua avventura attraverso la Russia porta con sé la bandiera del Parco, per poter raggiungere l’obiettivo di gemellare il Parco del Gran Sasso Monti della Laga con il Parco Nazionale siberiano di Stolby, scelto come tappa intermedia.

La Riserva Naturale Stolby (Krasnoyarsk Siberia) ufficialmente Parco nazionale dal 1925, è un vero paradiso degli arrampicatori. Si trova nel bel mezzo della Siberia, laddove la Ferrovia Transiberiana compie metà del suo lungo tragitto da Mosca a Vladivostok.

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Trasporto sostenibile: al via la Shell Eco Marathon

161 team da 25 Paesi per la competizione tra studenti più importante d’Europa per il trasporto sostenibile  Dall’1 al 5 luglio 2019 la 35° edizione della Shell Eco-marathon sbarca nel…

161 team da 25 Paesi per la competizione tra studenti più importante d’Europa per il trasporto sostenibile 

Dall’1 al 5 luglio 2019 la 35° edizione della Shell Eco-marathon sbarca nel Regno Unito, presso il Mercedes-Benz World, Weybridge. All’evento hanno aderito 161 team provenienti da 25 Paesi. Otto le squadre italiane. Alla competizione i partecipanti gareggiano con speciali veicoli costruiti con l’obiettivo di ottenere i più bassi consumi possibili, in nome di un trasporto sostenibile.

La Shell Eco-marathon è la più importante e innovativa competizione per studenti che si svolge ogni anno in Europa, America e Asia. La gara riunisce i leader di oggi e di domani, oltre ad un vasto pubblico fortemente interessato alle tematiche energetiche, incoraggiando il dibattito su soluzioni sostenibili per affrontare la crescita del fabbisogno energetico mondiale.

Alla Shell Eco-marathon Europe una generazione di futuri ingegneri e scienziati tra i 16 e i 25 anni provenienti da 25 Paesi gareggia con veicoli autonomamente progettati e costruiti; vincitore sarà il team che, grazie al design creativo e al know-how tecnico sviluppato, riuscirà a percorrere la maggiore distanza con l’equivalente di 1 kWh o 1 litro di carburante. La Shell Eco-marathon Europe ha lo scopo di coinvolgere i cittadini europei su tematiche relative all’energia e alla mobilità, ponendosi come fonte di ispirazione nel considerare soluzioni innovative.

Otto squadre italiane in gara

Tra i 161 team partecipanti, per l’edizione 2019 figurano otto squadre italiane: FAENZAitiRACING, FAENZAnaftaRACING, Team H2politO – Molecules going hybrid, Team Zero C, H2politO – molecole da corsa, UNIBAS RACING TEAM, Eco-HybridKatane, mecc-E. I team provengono da diversi atenei: Politecnico di Torino, Politecnico di Milano, Università Degli Studi Della Basilicata e Università Degli Studi Di Catania. Ma anche da due istituti tecnici: ITIP L. Bucci di Fenza e Itis Leonardo Da Vinci di Carpi.

La Shell Eco Marathon

La storia dell’evento risale alla fine degli anni ’30. Nel 1939, un gruppo di ricercatori della Shell di Wood River, Illinois, fecero una scommessa per vedere chi avrebbe guidato la propria auto più lontano con un solo gallone di benzina. A quel tempo, 21.12 km/l era il massimo risultato che si potesse raggiungere. Le prime competizioni internazionali si tennero in Finlandia nel 1976 e a Mallory Park, nel Regno Unito, nel 1977. Nel corso degli ultimi 30 anni, l’efficienza nell’utilizzo dei carburanti è migliorata drasticamente. La Shell fa notare che “per l’auto vincitrice della Shell Eco-marathon UK sarebbe possibile viaggiare tre volte intorno all’ equatore con lo stesso quantitativo di carburante che un Concorde utilizza per raggiungere la fine della pista di decollo”.

 

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Da 24 anni le canoe di cartone si sfidano sul fiume Adda

Al via la Soap Kayak Race a Imbersago Giunge alla sua 24esima edizione la gara di canoe più divertente e strampalata d’Italia: la Soap Kayak Race. Canoe di cartone si…

Al via la Soap Kayak Race a Imbersago

Giunge alla sua 24esima edizione la gara di canoe più divertente e strampalata d’Italia: la Soap Kayak Race. Canoe di cartone si sfideranno sul fiume Adda, per domarne la corrente. Un appuntamento che ormai è diventato una tradizione della seconda domenica di giugno, a Imbersago (Mi). Quest’anno dal traghetto di Leonardo prenderanno il via due sfide: la Soap Kayak Race Classic riservata ai team maggiorenni e la Soap Kayak Race Kids gara con team composti da genitori-figli.

canoe adda imbersago

la Soap Kayak Race

I partecipanti arriveranno dalla Brianza, dalla Bergamasca, da Liguria, Veneto, Piemonte, Toscana, Svizzera e dalla Francia. Uno solo il motto che unisce organizzatori e appassionati della Soap Kayak Race: “L’Arca di Noè è stata costruita da un dilettante, il Titanic è stato costruito da dei professionisti”.

La regata non prevede come di consueto il doppio attraversamento dell’Adda da una sponda all’altra, ma una sorta di gimcana contro corrente lungo la riva lecchese di Imbersago. I canoisti avranno a disposizione solamente 2 ore di tempo per autocostruirsi la canoa utilizzando 7 metri quadrati di cartone e un rotolo di scotch da pacchi. 

canoe adda

la Soap Kayak Race

Oltre 150 gli iscritti

Sono più di 150 i team iscritti alla competizione: ma saranno solo 50 ad avere il diritto di parteciparvi. Il maltempo che nelle ultime settimane non ha dato tregua non ha permesso agli organizzatori di allestire il pontile “catapulta”. L’alto livello dell’acqua, infine, ha fatto la sua parte e per motivi di sicurezza si è deciso di ridurre di 1/3 il numero dei partecipanti alla Soap Kayak Race.

In palio per i più meritevoli c’è un buono Extreme Waves per la discesa in Rafting in Trentino sul Fiume Noce, meta dei campionati del mondo di Canoa. E oltre ai team “vincitori” delle rispettive gare verranno premiati anche i team “mai partiti” (affondati al varo della canoa) e “mai arrivati”. Sono infatti molti quelli che affondano durante il tragitto. Ma il premio più ambito sarà come sempre quello del “miglior naufragio”.

 

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Un Titano nel deserto marocchino. Alex Roca e la sua storia di trionfo

Disabile al 76% Alex Roca ha tagliato il traguardo della Desert Titan Quella di Alex Roca è una storia incredibile. Disabile al 76%, non solo ha partecipato, ma è riuscito…

Disabile al 76% Alex Roca ha tagliato il traguardo della Desert Titan

Quella di Alex Roca è una storia incredibile. Disabile al 76%, non solo ha partecipato, ma è riuscito a trionfare in una delle corse ciclistiche più dure al mondo: la Titan Desert. 600 chilometri di gara a tappe in mountain bike attraverso il Marocco. In mezzo tanto caldo, un terreno inospitale e mille trappole che si nascondono dopo ogni curva e sotto ogni pietra della strada. Una corsa talmente survival, che l’obiettivo di chi partecipa è la sopravvivenza.

Alex Roca è un ciclista spagnolo, classe 1991, affetto da una paralisi cerebrale che lo ha colpito all’età di sei mesi a causa di un herpes. Il suo lato sinistro è completamente paralizzato, e l’unica forma che ha per comunicare è il linguaggio dei segni.  Ma Alex non si è mai arreso: “I dottori dissero che non avrei vissuto. Nella mia vita ho superato molte barriere. Attualmente studio, lavoro, guido l’auto, ho una vita di coppia e una vita normale”. Ecco che anche lo sport è diventato una parte importante nella sua vita, e gli ha permesso di superare i tanti ostacoli che la vita lgi ha messo di fronte. “Credo che nessuno possa porre dei limiti, ma che sia tu a porli. Ognuno è proprietario del proprio destino”.

Roca

Alex Roca al traguardo della Titan Desert

Non a caso sulle magliette he Alex indossa durante le gare campeggia la scritta “El limite te lo pones tu”, cioè “il limite te lo imponi tu”. Uno slogan che fa da sfondo anche al suo sito. Nel corso della sua vita condivisa con la disabilità questo formidabile atleta che ogni giorno supera i propri limiti, si è cimentato in vari triathlon e nella mezza maratona di Barcellona.

Lo scorso anno è stato il primo ciclista con paralisi a partecipare alla Titan Desert. Purtroppo non arrivò al traguardo a causa dei problemi di disidratazione dovuti alle alte temperature che i ciclisti affrontano durante le tappe della gara. Ma dato che la parola resa non rientra nel dizionario di Roca, quest’anno ci ha riprovato.

La gara, che ha anche una tappa speciale chiamata “Garmin”, l´unica senza segnaletica e dedicata alla navigazione, quest’anno è stata vinta da Jusep Betalù, che mette in bacheca il suo 4° trofeo personale alla Titan Desert. Ma il vero, grande, trionfo, è stato quello di Alex Roca, che è arrivato in fondo ed è così entrato nella storia.

 

 

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Donne senza limiti al Women’s Adventure Film Tour

Cortometraggi di donne comuni che hanno compiuto imprese fuori dal comune Un tour che celebra le imprese straordinarie che le donne compiono nel nome dell`avventura. Film eccezionali, che vedono come…

Cortometraggi di donne comuni che hanno compiuto imprese fuori dal comune

Un tour che celebra le imprese straordinarie che le donne compiono nel nome dell`avventura. Film eccezionali, che vedono come protagonisti avventura, sport estremi, legami familiari, ambiente e soprattutto storie di donne incredibili. È il Women’s Adventure Film Tour, un festival del cinema tutto al femminile.

La maratona di corti e documentari di 1 ora e 44 minuti arriva in Italia, per raccontare storie di donne comuni che si lanciano in azioni straordinarie. Avventure incredibili raccontate da corti emozionanti e di grande successo, per la prima volta proiettati in un’unica serata dedicata alle donne, al loro coraggio, al loro personale modo di affrontare le paure e alla loro determinazione. Partito nel maggio del 2017 da Sydney, in Australia, il tour ha fatto registrare ovunque il tutto esaurito.

Molte le storie raccontate nei vari corti. Come quella di Pasang Lhamu Sherpa Akita, la principale guida alpina donna del Nepal, impegnata in una prima salita con una partner improbabile. O quella di Mona Seraji, snowboarder professionista iraniana invita le colleghe australiane Amber Arazny e Michaela Davis-Meehan a scoprire le meravigliose montagne dell’Iran. E poi quella di Isabelle Green, 5 anni, in viaggio con la sua famiglia in Norvegia accampandosi sotto le stelle sulla neve fresca, facendo parapendio sulle catene montuose e guidando una slitta trainata dai cani.

Quest’anno il Women’s Adventure Film Tour arriva anche in Italia, il 29 maggio, in 50 città italiane. Ma due sono le serate di anteprima. Lunedì 27 maggio a Milano, presso Uci Cinemas Bicocca: introdurrà l’evento la giornalista Chiara Todesco, autrice di “Le Signore delle Cime – Storie di guide alpine al femminile”. Con lei Silvia Buzzi campionessa mondiale di parapendio e Anna Toretta, pluri-campionessa italiana di arrampicata su ghiaccio e guida alpina. E poi il 28 maggio a Torino, all’Uci Cinemas Lingotto. Qui interverranno Alessia Refolo, campionessa non vedente di sci nautico e arrampicata, la climber Claudia Gisolfi e Cristina Rodda, atleta olimpionica di apnea.

In attesa di vedere le proiezioni nelle sale italiane, vi proponiamo il trailer

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Due italiani come Marco Polo. Sulla via della Seta in ebike

Il progetto si chiama Soul Silk: 10.000 chilometri in cento giorni, attraverso 12 stati e 2 continenti Loro si chiamano Yanez e Giacomo. Sono rispettivamente Yanez Borella e Giacomo Meneghello….

Il progetto si chiama Soul Silk: 10.000 chilometri in cento giorni, attraverso 12 stati e 2 continenti

Loro si chiamano Yanez e Giacomo. Sono rispettivamente Yanez Borella e Giacomo Meneghello. Il primo è un maestro di snowboard e ultrarunner, l’altro un fotografo di montagna. Da qualche giorno sono partiti alla volta della Cina con un progetto assai ambizioso chiamato Soul Silk. Ripercorrere la Via della Seta, proprio come fece Marco Polo, ma in sella a un’ebike. In tutto si tratta di percorrere oltre 10mila chilometri, in bicicletta dall’Italia alla Cina, scalando una vetta per ciascuno degli stati eurasiatici che incontreranno utilizzando gli sci d’alpinismo o a piedi a seconda delle circostanze.

italia cina

Giacomo Meneghello on the road

Le vette di cui si parla sono di tutto rispetto. Nel tragitto di Soul Silk, infatti, oltre alla Marmolada ci sono i 5137 metri del Monte Ararat e i 7134 metri del Pic Lenin. Come i due esploratori spiegano sul loro sito, l’obiettivo di questa impresa è quello di “far vedere che si può avere il coraggio di fare qualcosa di straordinario e che si può viaggiare in modo ecosostenibile”.

Insomma, inseguire i propri sogni è possibile, a patto di mettersi in gioco e rischiare un pochino. Nobile, poi, l’altro scopo del progetto. Giacomo e Yanez, infatti, pedalano per supportare l’Admo, l’’associazione per la donazione del midollo osseo, portando una sua bandiera in cima ad ogni montagna che conquistano.

italia cina

Borella e Meneghello in vetta con la bandiera dell’ADMO

Per compiere l’incredibile avventura di Soul Silk Borella e Meneghello ritengono siano necessari un centinaio di giorni, durante i quali i due novelli Marco Polo aggiornano il loro diario di bordo mediante i social. A oggi la spedizione è giunta in Georgia, dopo aver attraversato la Croazia e la Turchia. Un po’ in bici, un po’ a piedi e un po’ sugli sci.

Borrella e Meneghello viaggiano con un prototipo di E-bike dotata di carretto con pannello fotovoltaico che li aiuta a ricaricare le batterie. Si tratta di un carretto che pesa 80 kg e che va trascinato per 6-7 ore al giorno, dove viene trasportato tutto il materiale necessario all’impresa.

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