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Tag: sopravvivenza

Gorilla tracking nella nebbia

Ci si muove lenti lungo un sentiero dalla moderata pendenza ma scivoloso, dipanandosi nella nebbiolina che avvolge tutta la foresta a 2000 metri di quota, con flebili raggi di sole…

Ci si muove lenti lungo un sentiero dalla moderata pendenza ma scivoloso, dipanandosi nella nebbiolina che avvolge tutta la foresta a 2000 metri di quota, con flebili raggi di sole che filtrano tra il denso fogliame a ricordarci che l’alba è ormai giunta. Per addentrarsi nel parco di Bwindi in Uganda è necessario partire dall’ultimo centro civilizzato di Kisoro in piena notte, percorrendo un paio di ore tra tortuose strade sterrate di montagna, stipati in scomodi fuoristrada arrivando ancora avvolti dal buio al gate dove si tengono i briefing per i visitatori. Il parco è soprannominato “foresta impenetrabile” e impenetrabile lo sarebbe davvero senza l’ausilio dei Rangers che ci guidano aprendosi un percorso  nella vegetazione di imponenti alberi di mogano e fitti bambù, armati di AK come difesa contro gli animali potenzialmente aggressivi perché colti di sorpresa dal nostro arrivo,  ma necessario deterrente anche per le formazioni paramilitari ribelli che talvolta sconfinano dal vicino Congo con intenzioni ben poco amichevoli, come testimoniato dall’eccidio di un gruppo di guide e turisti nel 1999.Il cammino lungo il sentiero appare inizialmente non così impegnativo per chi possiede un minimo allenamento, ma nel momento in cui ci si illude che l’esplorazione avventurosa dei monti Virunga sia solo un retaggio del passato il ranger comincia ad aprire con il panga un nuovo tracciato nel fitto della vegetazione, calandosi lungo una ripida discesa. E’ necessario aggrapparsi ai rami sporgente di qualsiasi albero per evitare rovinose cadute, evitando di toccare però la corteccia della snella Hagenia abyssinica, che tenderebbe a sgretolarsi benché sia molto spessa: facile riconoscerla grazie alle sue foglie di 40cm e ai suoi fiori dalle sfumature di arancio da cui i locali ricavano da sempre un potente antielmintico.

Il timore più grande è di scivolare fuori dal percorso già battuto dalle guide, mettendo il piede dove non si dovrebbe: la maggior parte dei serpenti ha già percepito le vibrazioni sul terreno che annunciano il nostro arrivo e si è defilata per tempo, ma ci vuole altro per far smuovere dal suo torpore la temibile vipera del Gabon (Bitis gabonica). La sua stazza tozza e le dimensioni ragguardevoli la costringono a movimenti lenti, ma di contro è forte del vantaggio tattico dato dalle sue zanne da 5 cm armate di veleno misto citotossico/emotossico , il tutto racchiuso in un manto perfettamente mimetizzabile nella vegetazione, composto da disegni di sorprendete regolarità geometrica che le fanno giustamente meritare l’appellativo di morte vestita a festa.

Con il procedere della giornata comincia a farsi opprimente il caldo, veicolato non tanto da un sole che rimane seminascosto dietro un ombrello verde chiaramente impenetrabile, quanto piuttosto dalle foglie fradice, dai tronchi degli alberi, dal viscido humus che imprigiona ogni passo e che genera una cappa di umidità che satura ogni respiro. Inevitabilmente lungo il percorso si finisce grondanti di sudore, ricoperti di fango e foglie, azzoppati dal fiatone, assetati e martoriati dai graffi delle spine che si insinuano anche nel profondo dei guanti, come pure dalle voraci formiche che riescono a superare la barriera di ghette e calzettoni. I Rangers seguono le indicazioni via radio dai loro colleghi tracciatori, fino ad arrivare in una radura dove, dopo aver ordinato di fare assoluto silenzio e di deporre zaini e abbigliamento dai colori troppo sgargianti, indicano l’obbiettivo del nostro faticoso peregrinare nella foresta impenetrabile: a pochi metri si svela tranquillo nell’ombra un gruppo familiare di maestosi Gorilla di montagna (Gorilla b. beringei). Lo stupore anche dell’animo più imperturbabile viene immancabilmente soppiantato dalla commozione, trovandosi al cospetto di questi mammiferi che con noi probabilmente condividono non solo il 98% del patrimonio genetico, ma anche una larga parte di emozioni che traspaiono silenziose dai loro occhi dall’umana lucidità.

Sembra di trovarsi catapultati in un mondo irreale che improvvisamente diventa silenzioso, privato dei rumori della foresta, con i sensi che vengono catalizzati solo dai rumori di rami spezzati da queste sagome imponenti, dal pelame scuro ma lucente nel suo riflesso azzurrognolo, dai loro movimenti lenti che , anche quando si alzano improvvisamente per battersi il petto sulle gambe corte e leggermente storte, riescono a incutere un attimo di terrore che però sa tanto di bluff. Gli individui adulti, progressivamente abituati alla presenza umana, sono infatti tendenzialmente miti, e continuano indisturbati a sgranocchiare foglie sotto lo sguardo vigile del maschio dominante silverback dalla schiena argentea, quasi indifferenti totalmente alla nostra presenza nonostante ci si trovi a stretto contatto.  I piccoli non nascondono invece il loro interesse verso i visitatori alieni, provando ad avvicinarsi senza timore con quella innocente curiosità propria solo dei bambini, per poi venire tenuti a debita distanza dai Rangers. Siamo di fronte al gruppo familiare composto da 6 elementi denominato Bweza, uno dei cinque visitabili nel parco, oltre ai tre a disposizione solo di studiosi naturalisti e al paio ancora completamente libero e mai approcciato.

I visitatori ammessi alla visita dei gorilla sono limitati a poche migliaia durante l’anno con lunghe liste d’attesa per limitare l’ingresso, e possono rimanere a contatto con gli animali per meno di una sola ora, con accesso interdetto a chiunque sia affetto anche da un banale raffreddore, che per i grandi mammiferi potrebbe però risultare fatale. Sono misure che cercano di preservare un ecosistema già da troppo tempo martoriato dai conflitti tra le varie etnie o dai risaputi fenomeni di bracconaggio a scopo alimentare, rituale o commerciale che ha abbattuto la popolazione delle varie specie di gorilla a poche centinaia in tutta l’Africa, come pure dalla deforestazione orientata alla creazione di aree più agevolmente coltivabili con bananeti. Per vivere questa esperienza toccante incontrando i giganti buoni e tolleranti la levataccia mattutina, la fatica, i rischi e la camminata in condizioni ambientali difficili sono un  necessario prezzo da pagare…oltre al costoso biglietto d’accesso al gorilla trek che supera ormai i 600usd/pax e che si spera venga effettivamente utilizzato dall’ente parchi ugandese per la conservazione di questi primati, meravigliosi ma indifesi prigionieri nel loro fragile areale sconvolto da sempre dalle guerre e dall’avidità degli umani.

 

Di Riccardo Gallino

Guida  Africa Field Guide Association n. 281

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Una bomba chiamata permafrost

Lo scioglimento del terreno perennemente ghiacciato rappresenta un pericolo enorme per la sopravvivenza. Più volte noi di Survival & Reporter abbiamo parlato del permafrost e di cosa comporta il suo…

Lo scioglimento del terreno perennemente ghiacciato rappresenta un pericolo enorme per la sopravvivenza.

Più volte noi di Survival & Reporter abbiamo parlato del permafrost e di cosa comporta il suo sempre più rapido scioglimento. Qualche giorno fa ha fatto il giro della rete la foto di alcuni cani da slitta che corrono sull’acqua. Un’immagine che è diventata il simbolo dei cambiamenti climatici e dello scioglimento accelerato dello strato di neve in atto nel Nord-Est della Groenlandia.

Ebbene, recenti studi hanno dimostrato che questo scioglimento procede a un ritmo molto più serrato rispetto a quanto finora previsto. E gli scienziati di una spedizione canadese nell’Artico hanno scoperto che il ghiaccio perenne si scioglierà con 70 anni di anticipo. Il team dell’University of Alaska Fairbanks ha dichiarato di essere esterrefatto dal ritmo con il quale una serie di estati calde ha destabilizzato lo strato superiore dei blocchi di ghiaccio sotterranei che si sono solidificati nel corso dei millenni.

Lo scioglimento del permafrost, oltre a portare con sé ondate di calore come quella che sta attraversando in questi giorni l’Italia, rappresenta un pericolo anche sotto molti altri aspetti. Il disgelo, infatti, potrebbe liberare nell’aria virus sconosciuti. Dopotutto è cosa nota che con lo scioglimento del permafrost sono stati riportati alla luce resti di mammut, o di altri animali che vivevano nel Pleistocene.

Una bomba pronta a esplodere

Ed è proprio a quel periodo della Preistoria che risalgono antichi veleni di fossili che giacciono sotto al permafrost, insieme a milioni di tonnellate di sostanze tossiche e inquinanti. Si stima infatti che sotto al ghiaccio perenne siano contenute in totale circa 1.500 miliardi di tonnellate di carbonio, il triplo di quanto conservato nelle foreste di tutto il mondo. Due volte di più rispetto a quello contenuto nell’atmosfera. Insomma, una vera e propria bomba pronta a essere rilasciata nell’ambiente.

Oltre al carbonio il ghiaccio che si scioglie porta alla luce anche ingenti quantità di microplastiche. Si stima il doppio rispetto a quelle contenute in tutti gli oceani del mondo. Inoltre verrebbero liberate anche oltre a 1,6 milioni di tonnellate di mercurio che entreranno nuovamente nella catena alimentare.

 

 

 

 

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Le iene dell’Artico

Recenti studi su due fossili dimostrano che nel Pleistocene le iene vivevano nell’Artico Siamo abituati a pensare che l’habitat delle iene siano le calde e aride zone di Asia e…

Recenti studi su due fossili dimostrano che nel Pleistocene le iene vivevano nell’Artico

Siamo abituati a pensare che l’habitat delle iene siano le calde e aride zone di Asia e Africa. E in effetti oggi è così. Ma c’è stato un tempo in cui, nell’ultima Era glaciale, questi mammiferi vivevano indisturbati anche tra le steppe e la tundra dell’Artico. Degli studi condotti su due denti rinvenuti nello Yukon, in Canada, negli anni ’70 hanno confermato che nell’antichità le iene vivevano nelle zone più fredde del mondo.

Si tratta di un mistero lungo 50 anni, sul quale oggi si è fatta luce. I ricercatori dell’Università di Buffalo, hanno pubblicato le loro ultime analisi sulla rivista Open Quaternary, e hanno affermato che quei fossili di denti risalgono a un periodo compreso tra 1,4 milioni e 850.000 anni fa e appartengono a un genere ormai estinto, quello della iena-ghepardo (Chasmaporthetes).

Le caratteristiche delle iene Chasmaporthetes

Questa iena-ghepardo era dotata di zampe ben più lunghe rispetto alle iene attuali, ed era probabilmente un corridore più veloce e un predatore meglio capace di inseguire le prede, prosegue lo studioso. Pare inoltre che avesse una pelliccia folta simile a quella dei mammut o dei rinoceronti lanosi, il cui colore cambiava in base alle stagioni, proprio come succede oggi alle lepri e alle volpi artiche. Oltre a cibarsi dei cadaveri di altri animali e a frantumare le ossa servendosi dei suoi potenti denti e delle sue forti mascelle, è possibile che questa iena cacciasse gli animali artici, fra cui caribù, cavalli e forse persino anche mammut.

Dall’Eurasia al Nord America attraverso lo stretto di Bering

“Fossili di questo genere di iena sono stati trovati in Africa, Europa e Asia, perfino nel sud degli Stati Uniti: ma come è arrivata in nord America?”, si chiede il paleontologo Jack Tseng. La risposta arriva ancora una volta dagli esami sui fossili. Queste antiche iene si spostarono dall’Eurasia, territorio in cui si sono evolute, al Nord America attraverso un ponte di terra sullo stretto di Bering, un lembo di terra che ha collegato l’Asia e l’America del nord durante le ere glaciali, quando il livello dei mari era più basso. Quelle iene erano in grado di percorrere questo tragitto in una zona così settentrionale, nonostante il clima rigido. Da lì, le iene si sarebbero poi spostate verso sud, fino ad arrivare in Messico.

 

 

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Una vespa per sopravvivere alle cimici asiatiche?

Rappresentano un flagello per l’agricoltura. Un aiuto, non esente da rischi, dalla vespa samurai. Tecnicamente si chiama “cimice marmorata asiatica”: è l’invasore dell’estate 2019 nel Nord Italia. A lanciare l’allarme…

Rappresentano un flagello per l’agricoltura. Un aiuto, non esente da rischi, dalla vespa samurai.

Tecnicamente si chiama “cimice marmorata asiatica”: è l’invasore dell’estate 2019 nel Nord Italia. A lanciare l’allarme la Coldiretti, la quale ha spiegato che dopo le cavallette nelle campagne di Nuoro in Sardegna, con il caldo improvviso si sta verificando un’invasione di sciami di cimici nelle campagne e nelle città, dal Friuli al Veneto, dalla Lombardia all’Emilia Romagna fino in Piemonte.

Una vera e propria invasione

Un’invasione talmente pesante che costringe i cittadini dei centri abitati a barricarsi in casa. Inoltre, la cimice asiatica è particolarmente prolifica, e deposita le uova almeno due volte all’anno con 300-400 esemplari alla volta. E se per l’uomo più che altro si tratta di un fastidio, causato dal cattivo odore che questi insetti emanano, il danno è pesantissimo per l’agricoltura. Le punture della cimice, infatti, rovinano i frutti rendendoli inutilizzabili, col rischio di compromettere seriamente parte del raccolto. Particolarmente colpite risultano essere le coltivazioni di mele, pere, kiwi, pesche, ciliegie, albicocche e piante da vivai con danni che possono arrivare fino al 40% dei raccolti nei terreni colpiti.

La cimice asiatica

Il nome scientifico della cimice asiatica è Halyomorpha halys. È un insetto originario dall’Asia orientale, in particolare Taiwan, Cina, Giappone. Gli studiosi la definiscono una varietà estremamente polifaga che si nutre di un’ampia varietà di specie coltivate e spontanee. Da qui la sua passione per le piante da frutto.

Come difendersi?

Ma come difendersi da questo parassita che infesta città campagne, soprattutto nel Nord Italia? Se il rimedio numero uno, cioè la disinfestazione che sarebbe dovuta avvenire prima della schiusa delle uova, è tardi per essere attuato, una speranza arriva da un altro insetto: la vespa samurai. Accanto a serre e reti a copertura delle coltivazioni, e zanzariere per le abitazioni, è lei l’unico rimedio a questo flagello per l’agricoltura. Tanto che si sta valutando la sua immissione nel territorio italiano tramite decreto ministeriale.

vespa samurai cimice

la vespa samurai

La vespa samurai

La Trissolcus japonicus, questo il vero nome della vespa samurai, è originaria dell’Asia orientale ma ormai è presente anch’essa in Europa e America. È considerata l’antagonista naturale della cimice marmorata dal momento che ne colpisce direttamente le uova. La vespa depone le uova all’interno di quelle della cimice e uccide le larve appena si sviluppano.

Una soluzione non esente da rischi

Basterà una vespa per far estinguere le cimici? Forse sì. Ma il rischio vero è che con l’immissione della vespa samurai nel territorio italiano ci siano ripercussioni sull’ecosistema. La Trisollocus japonicus, infatti, è innocua per l’uomo ma non per gli altri insetti. Essendo un predatore, infatti, una volta estinte le cimici potrebbe cibarsi di altri insetti, innescando una reazione a catena.

 

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Nuovi parametri di riferimento per la sopravvivenza a una valanga

Un nuovo studio definisce i i criteri per valutare le possibilità di sopravvivenza La primavera che quest’anno sembra non voler arrivare un po’ ovunque ha portato con sé l’aumento del…

Un nuovo studio definisce i i criteri per valutare le possibilità di sopravvivenza

La primavera che quest’anno sembra non voler arrivare un po’ ovunque ha portato con sé l’aumento del rischio di valanghe. Non solo in Italia. Anche nel Montana, la scorsa settimana, un gruppo di ciclisti è rimasto bloccato per otto ore in seguito a una valanga che si è abbattuta sulla strada di fronte a loro nel Parco nazionale dei ghiacciai.

Per fortuna per gli sportivi non ci sono state conseguenze, dato che la valanga non li ha travolti. Ma cosa sarebbe successo se fossero rimasti vittime? Quello dei ciclisti del Montana è un caso isolato. Ma il rischio valanga è una delle preoccupazioni costanti per gli sciatori fuori pista, per gli sci-alpinisti e per i responsabili delle stazioni di sci. Molti appassionati di fuori pista e di scialpinismo lo temono mentre altri lo ignorano del tutto, per incoscienza, per incompetenza o per eccesso di sicurezza in se stessi. Sta di fatto che ogni anno le valanghe mietono vittime.

Lo studio di Eurac Research e i nuovi parametri

Gli esperti di medicina d’emergenza di Eurac Research, insieme a colleghi europei e statunitensi, hanno sviluppato nuovi parametri di riferimento legati a temperatura corporea e concentrazione di potassio nel siero del sangue in modo da fornire una guida affidabile per le decisioni di ricovero ospedaliero di vittime di valanghe.

sopravvivere valanga

I soccorsi dopo una valanga

I pazienti che raggiungono l’ospedale in stato di ipotermia e in arresto cardiovascolare mettono i medici davanti a una valutazione difficile: il paziente è morto per asfissia o c’è una possibilità che sopravviva se la sua temperatura corporea aumenta? Una corretta valutazione iniziale è di grande importanza perché fa sì che chi ha una chance di farcela venga sottoposto al trattamento e, al tempo stesso, impedisce che risorse mediche preziose vengano investite in casi senza speranza.

Solo il 10% sopravvive

Lo studio ha analizzato i dati di 103 vittime di valanga che sono state ricoverate in stato di arresto cardiovascolare in sette grandi ospedali in Europa tra il 1995 e il 2016. Delle 103 vittime, 61 sono state riscaldate, ma solo il 10 per cento è sopravvissuto. Negli altri casi non è stata l’ipotermia a causare l’arresto circolatorio, ma il soffocamento dovuto alla valanga o un trauma.

I risultati dello studio, pubblicato sulla rivista specialistica “Resuscitation” edita dal Consiglio europeo per la rianimazione, affermano che i fattori decisivi per la sopravvivenza siano temperatura corporea e concentrazione di potassio nel siero del sangue, quest’ultima è correlata alla decomposizione cellulare. Per entrambi i parametri, i medici hanno determinato il valore che distingue i casi potenzialmente recuperabili da quelli senza speranza. Per la temperatura corporea 30 gradi sono la soglia: nessuna vittima di valanga con arresto cardiovascolare la cui temperatura sia sopra i 30 gradi è stata mai riscaldata con successo; il potassio sierico, invece, non deve superare i 7 mmol/litro.

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Un Titano nel deserto marocchino. Alex Roca e la sua storia di trionfo

Disabile al 76% Alex Roca ha tagliato il traguardo della Desert Titan Quella di Alex Roca è una storia incredibile. Disabile al 76%, non solo ha partecipato, ma è riuscito…

Disabile al 76% Alex Roca ha tagliato il traguardo della Desert Titan

Quella di Alex Roca è una storia incredibile. Disabile al 76%, non solo ha partecipato, ma è riuscito a trionfare in una delle corse ciclistiche più dure al mondo: la Titan Desert. 600 chilometri di gara a tappe in mountain bike attraverso il Marocco. In mezzo tanto caldo, un terreno inospitale e mille trappole che si nascondono dopo ogni curva e sotto ogni pietra della strada. Una corsa talmente survival, che l’obiettivo di chi partecipa è la sopravvivenza.

Alex Roca è un ciclista spagnolo, classe 1991, affetto da una paralisi cerebrale che lo ha colpito all’età di sei mesi a causa di un herpes. Il suo lato sinistro è completamente paralizzato, e l’unica forma che ha per comunicare è il linguaggio dei segni.  Ma Alex non si è mai arreso: “I dottori dissero che non avrei vissuto. Nella mia vita ho superato molte barriere. Attualmente studio, lavoro, guido l’auto, ho una vita di coppia e una vita normale”. Ecco che anche lo sport è diventato una parte importante nella sua vita, e gli ha permesso di superare i tanti ostacoli che la vita lgi ha messo di fronte. “Credo che nessuno possa porre dei limiti, ma che sia tu a porli. Ognuno è proprietario del proprio destino”.

Roca

Alex Roca al traguardo della Titan Desert

Non a caso sulle magliette he Alex indossa durante le gare campeggia la scritta “El limite te lo pones tu”, cioè “il limite te lo imponi tu”. Uno slogan che fa da sfondo anche al suo sito. Nel corso della sua vita condivisa con la disabilità questo formidabile atleta che ogni giorno supera i propri limiti, si è cimentato in vari triathlon e nella mezza maratona di Barcellona.

Lo scorso anno è stato il primo ciclista con paralisi a partecipare alla Titan Desert. Purtroppo non arrivò al traguardo a causa dei problemi di disidratazione dovuti alle alte temperature che i ciclisti affrontano durante le tappe della gara. Ma dato che la parola resa non rientra nel dizionario di Roca, quest’anno ci ha riprovato.

La gara, che ha anche una tappa speciale chiamata “Garmin”, l´unica senza segnaletica e dedicata alla navigazione, quest’anno è stata vinta da Jusep Betalù, che mette in bacheca il suo 4° trofeo personale alla Titan Desert. Ma il vero, grande, trionfo, è stato quello di Alex Roca, che è arrivato in fondo ed è così entrato nella storia.

 

 

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Il Bivacco Musso, sopravvivenza per tanti alpinisti

Nei giorni scorsi è stato rifugio provvidenziale per otto scialpinisti impegnati nell’Haute Route Il bivacco Biagio Musso sorge su un dosso roccioso del Plateau du Couloir, alle pendici del Grand…

Nei giorni scorsi è stato rifugio provvidenziale per otto scialpinisti impegnati nell’Haute Route

Il bivacco Biagio Musso sorge su un dosso roccioso del Plateau du Couloir, alle pendici del Grand Combin. È una delle poche strutture italiane in territorio svizzero. Nei giorni scorsi è stato un provvidenziale rifugio per sette uomini e una donna. Lì sono rimasti bloccati per 44 ore mentre erano impegnati nell’Haute Route, la traversata di più giorni con gli sci da Chamonix a Zermatt. Una tormenta con raffiche di vento a oltre 80 km orari li ha sorpresi. Se non fosse stato per il bivacco per loro la situazione sarebbe stata molto buia.

L’avventura degli scialpinisti si è conclusa a lieto fine. A darne notizia è stata proprio la donna della spedizione, che sul suo profilo Instagram ha ringraziato il bivacco Musso per l’accoglienza e le sue calde coperte e i fornelli a disposizione. In montagna con il termine “bivacco” s’intende una struttura incustodita usata degli alpinisti come rifugio e pernottamento. Solitamente si trova in luoghi isolati per offrire un ricovero notturno o un riparo in caso di mal tempo. E il bivacco Biagio Musso è dotato di 9 posti letto, con materassi e coperte. Da oltre 40 anni offre un utile ricovero agli alpinisti in difficoltà.

bivacco musso

il Bivacco Biagio Musso

Da 40 anni ricovero per alpinisti in difficoltà

La costruzione del Bivacco Musso risale al 1977, a cura del Gruppo Amici della D.C., Sottosezione di Foglizzo in ricordo di Biagio Musso caduto sul versante francese del monte Bianco nel 1975. Lo ha fortemente voluto l’amico di Musso, Raimondo Galletta, che coinvolgendo tutto il paese e raccogliendo i fondi necessari riuscì a concretizzare il sogno di realizzare il bivacco per ricordare l’amico (ed ex sindaco del paese).

Nel 1977 è stato ristrutturato ed è stata posata una nuova copertura, oltre a essere stati eseguiti alcuni interventi per consolidare i tiranti che a quelle quote per i venti, il freddo e le condizioni meteo mettono a dura prova la stabilità della struttura. Dal 31 gennaio 1998 con delibera del Consiglio Centrale, il bivacco Biagio Musso è entrato a far parte dei bivacchi del Club Alpino Italiano e affidato alla Sezione di Chivasso, Sottosezione di Foglizzo.

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Vacanze outdoor: il boom dell’anno

Lo scorso anno il turismo all’aria aperta ha registrato un fatturato di 4,9 miliardi di euro Che l’outdoor fosse il nuovo modo di fare le vacanze lo avevamo già raccontato…

Lo scorso anno il turismo all’aria aperta ha registrato un fatturato di 4,9 miliardi di euro

Che l’outdoor fosse il nuovo modo di fare le vacanze lo avevamo già raccontato qualche tempo fa. Ma ci riferivamo in particolare ai turisti stranieri, che scelgono l’Italia come meta di elezione per il turismo all’aria aperta. Adesso arriva una nuova buona notizia, che riguarda l’outdoor in generale. Tutti, ma proprio tutti, ne vanno matti.

Un’indagine dell’Osservatorio del Turismo Outdoor 2019 dimostra che lo scorso anno il turismo all’aria aperta ha registrato un fatturato di 4,9 miliardi di euro. La stima di crescita è di 1,3 punti percentuali per il 2019 e un totale di oltre 68 milioni di presenze con un aumento stimato del 2,3% per un totale di circa 70 milioni.

In particolare i dati della ricerca affermano che è lo sport en plein air a riscuotere grande successo. Sono oltre 200 le discipline praticate, 30 milioni i praticanti attività sportiva all’aperto, di cui 6 quelli che si spostano in una località turistica per praticarle. Dati di tutto rispetto, che testimoniano come negli ultimi anni sia cambiato il concetto di turismo. Sia in termini di durata, sia in termini di esperienza ricercata durante l’attività ricreativa.

Ciò significa che l’avventura all’aria aperta è uno stimolo sempre più apprezzato e accolto da chi va in cerca di emozioni nel tempo libero. Non a caso si parla sempre più si turismo esperienziale, dove la componente avventurosa, a contatto con la natura gioca un ruolo fondamentale.

Ne sono testimonianza le tante proposte che il nostro Paese offre per praticare sport estremi o comunque ricchi di adrenalina. Trekking, ultratrail, endurance, canyoning, arrampicata sono i settori di maggiore traino, oltre a essere quelli che regalano grandi emozioni e la possibilità di entrare a stretto contatto con la natura. Misurandosi con i propri limiti in una sfida al limite della sopravvivenza.

 

*La ricerca sul turismo outdoor è stata condotta da Human Company, il gruppo fiorentino che ha al suo attivo otto strutture tra Veneto, Toscana e Lazio, in collaborazione con Travel Appeal, startup italiana specializzata in Data Science e Intelligenza Artificiale al servizio della Travel Industry.

 

 

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In edicola il nuovo numero di Survival & Reporter!

Survival & Reporter di maggio/giugno è in edicola È uscito oggi, lunedì 6 maggio, il nuovo numero di Survival & Reporter, il bimestrale dedicato al mondo del survivalismo, dell’outdoor e…

Survival & Reporter di maggio/giugno è in edicola

È uscito oggi, lunedì 6 maggio, il nuovo numero di Survival & Reporter, il bimestrale dedicato al mondo del survivalismo, dell’outdoor e dei reportage. Un numero eccezionale, con tanti articoli, interviste e preziosi consigli di sopravvivenza.

In copertina due storie diverse, entrambe ricche di emozione. Una dedicata a Stefano Gregoretti, l’endurance athlete, che con le sue avventure ha esplorato i luoghi più remoti e ostili della terra. La redazione di Survival & Reporter ha intervistato Gregoretti e si è fatta raccontare cosa si prova prima, durante e dopo queste imprese ai militi della sopravvivenza.

L’altra grande storia è quella di Gabriele Micalizzi, il reporter di guerra sopravvissuto all’Isis. Anche in questo caso una bella intervista, tutta da leggere, corredata da foto inedite sull’avventura di Micalizzi in Siria.

In Survival & Reporter, però, c’è anche molto altro. Consigli sull’orientamento nella foresta, su come produrre utensili con la pietra, sul primo soccorzo in ambienti ostili, su viaggi in mete lontane a prezzi accessibili. E molto, molto altro.

Imperdibili, poi, le rubriche di Lorenzo Crestale, Luigi Cicchelli, Silent Croc, Paolo Bozzo, Alex Wander, Decimo Alcatraz, Valeria Ciravegna, che ormai ci accompagnano nella nostra avventura editoriale. 

Infine l’intervista a Valentina Fortuna, una donna che ha fatto dell’arrampicata la sua passione di vita, tanto che può essere definita una “danzatrice sulle rocce”.

Non ci resta che darci appuntamento in edicola e augurarci una buona lettura!

 

 

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Acqua, fonte di vita. Ma come trovarla quando non c’è?

Metodi e sistemi per rinvenire e potabilizzare l’acqua Uno degli accorgimenti principali quando si effettuano escursioni è quello di avere con sé acqua potabile. Solo l’acqua, infatti, può salvare la…

Metodi e sistemi per rinvenire e potabilizzare l’acqua

Uno degli accorgimenti principali quando si effettuano escursioni è quello di avere con sé acqua potabile. Solo l’acqua, infatti, può salvare la vita in situazioni di pericolo. A patto che sia potabile e non inquinata. Idratarsi è importantissimo, e in situazioni estreme lo è ancora di più. Quando si fatica, il nostro corpo ha un bisogno maggiore di acqua. Una richiesta che aumenta in presenza di clima caldo o umido.

Ma cosa fare quando non si hanno a disposizione una bottiglietta o una borraccia che possano contenere almeno un litro di acqua (tale è il fabbisogno minimo in situazioni di sopravvivenza)? Bisogna imparare a depurare e potabilizzare l’acqua che si trova sul nostro cammino. Prima ancora, però, bisogna essere in grado di trovarla.

acqua potabile

Mattiamo da parte per un attimo i rabdomanti, che esercitano l’arte di trovare vene sotterranee di acqua e metalli servendosi di una bacchetta di legno biforcuta. Anche perchè non tutti sono dotati di questo potere paranormale. Vediamo quindi come cercare e trovare l’acqua in situazioni di emergenza.

Se in montagna o in zone innevate è abbastanza facile fare approvvigionamento di acqua, lo stesso non si può dire per quei luoghi dove la pioggia è un miraggio, come il deserto. Ecco che è utile in questo caso studiare la conformazione del terreno e le abitudini della fauna locale. Vicino alla vegetazione ci potrebbe essere l’acqua. I muschi e la presenza di canne verdi sono un segno di umidità: bisogna scavare o cercare nei dintorni. Lo stesso dicasi per le zone dove la fauna selvatica si raduna e per i letti dei fiumi anche se in secca.

acqua potabile

Per contro, le valli o aree pianeggianti che sorgono ai piedi delle montagne tendono ad accumulare nel sottosuolo l’acqua che precipita a valle. Fessure nella roccia possono inoltre contenere conche naturali in cui si raccoglie l’acqua piovana. Lo stesso dicasi per il fango: laddove se ne ravvede la presenza si può scavare un buco profondo 30-40 cm, attendere che si riempia e infine filtrare il liquido ottenuto prima di berlo. Un altro accorgimento è quello di avvolgere sugli stinchi un panno che possa assorbire la rugiada: in questo modo, nel giro di un paio di chilometri, si può accumulare circa un bicchiere d’acqua potabile.

Una volta trovata l’acqua è importante renderla potabile. Sono molti i batteri presenti nell’acqua, spesso dannosi per la nostra salute. In commercio esistono preparati da portare con sé per situazioni di emergenza. Per esempio quando ci si trova a dover bere acqua piovana o che deriva dallo scioglimento di ghiccio e neve. Si tratta di compresse o pastiglie potabilizzanti a base di iodio o cloro, da sciogliere nell’acqua piovana (raccolta in recipienti puliti) o in quella di palude. In alternativa è bene portare l’acqua trovata a bollore a fuoco vivo, in modo rapido, e farla bollire per 60 secondi.

 

 

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